Parole staccate dalla vita

Eh già … Il mondo delle parole staccate dalla vita è rappresentato anzitutto e soprattutto dai politici, che i cittadini eleggono periodicamente, assegnando loro una sorta di delega in bianco, poiché, per tutto il tempo in cui esercitano il mandato, sono praticamente liberi di fare ciò che vogliono.

È vero che i cittadini possono votarne altri alle elezioni successive, ma è anche vero che si tratta di un “teatrino della politica”: cambiano gli attori, ma la parte che recitano è sempre la stessa.

Il massimo della democrazia che la classe politica riesce ad esercitare è quella di controllarsi a vicenda, accusando l’avversario di qualunque cosa, soprattutto della rovina del paese. Tuttavia, di fronte all’anti-politica del paese, la casta di questi privilegiati assoluti ritrova subito la propria unità.

I politici sono padroni dell’arte oratoria e generalmente la usano per ingannare le masse. In teoria, nelle cosiddette “democrazie formali”, dovrebbero essere tenuti sotto controllo, più che dai cittadini o dai loro elettori, dai giornalisti, ma questi generalmente vengono definiti dei lacchè, in quanto dipendono, economicamente, dalla benevolenza dei politici, che fanno determinate leggi per sovvenzionare i loro mezzi di comunicazione. E se non dipendono da queste sovvenzioni pubbliche, i giornalisti dipendono sempre da quelle private, le quali, dati i grandi costi dei loro mezzi comunicativi, non possono certo basarsi sugli abbonamenti dei singoli cittadini: occorre sempre l’intervento finanziario dei grandi gruppi monopolistici. Questo quindi significa che se un giornalista non è un lacchè di qualche politico o di qualche governo, lo è sempre di qualche impresa o banca.

Esiste un altro gruppo di intellettuali che dovrebbe controllare l’operato dei politici, rientrando nei propri compiti quello di controllare il comportamento di chiunque: è la magistratura. I magistrati non fanno le leggi, ma le fanno applicare e comminano sanzioni e pene quando non vengono rispettate. Il loro è un mestiere curioso, perché, indicativamente, sanno come le leggi dovrebbero essere fatte, per poter funzionare al meglio, ma non possono far nulla per modificarle. Devono aspettare che lo siano in Parlamento, dove però le dinamiche per approvarle sono molto complicate e i tempi troppo lunghi.

Tra magistratura e politica vi può essere un rapporto molto difficile, soprattutto quando i politici sono molto corrotti. Nel nostro paese i magistrati non sono eletti dei cittadini, ma, per esercitare il loro mestiere “pubblico”, devono vincere un concorso e poi devono essere scelti dal potere politico in certi ruoli di comando istituzionale.

Quando svolge le sue funzioni pubbliche, la magistratura dovrebbe, in teoria, essere separata dalla politica; in realtà ne dipende, tant’è che i politici possono servirsi di propri ispettori per controllare l’operato di quei magistrati ritenuti “scomodi”.

Generalmente, quanto più la politica è corrotta, tanto più vuole tenere la magistratura sotto controllo, e questa, ovviamente, cerca di difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione (intercettazioni, confessioni dei pentiti, rogatorie internazionali ecc.), nella consapevolezza di una lotta impari, dagli esiti sempre incerti.

Per superare la corruzione e quindi l’arroganza dei politici, i magistrati hanno bisogno del consenso popolare, che per loro vuol dire soprattutto un certo appoggio da parte dei giornalisti. Quando i magistrati più combattivi s’accorgono di stare conducendo una battaglia troppo ardua rispetto alle loro forze, facilmente entrano in politica. Ma se lo fanno, quelli che credono nel valore della giustizia inevitabilmente tendono a spegnersi o finiscono con l’essere travolti da meccanismi più grandi di loro, che non sono in grado di controllare.

Il sistema politico resta sempre più perverso di quello giudiziario, proprio perché i politici devono fare dell’incoerenza il loro valore principale.

I magistrati devono cercare di applicare con coerenza le leggi che ricevono, ma i politici hanno facoltà di cambiarle come e quando vogliono.

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