Evviva i luoghi comuni

E tu, uomo tout court, uomo qualsiasi, che vivi in una società assurda, che non hai più fede in Gesù Cristo, che sei in preda a potenze sfrenate, che non sai se continuerà ad esistere un domani, che sei colto dall’angoscia per la tua condizione e scopri che la tua vita non ha senso, sei fortunato, hai una grande occasione: lavori, lavori molto, lavori sempre di più, e allora, ecco, vedi, tutto è a posto, sei un uomo libero.

Il lavoro è libertà. È la formula ideale di questo luogo comune. Occorre che ci tenga comunque alla libertà, il brav’uomo, per formulare delle così palesi contro-verità, per ingoiare delle così perfette assurdità. Occorre che non ci siano profondi filosofi per spiegarlo «fenomenologicamente» e che ci siano immensi politici per applicarlo giuridicamente!

Ma certo, è esattamente nella misura in cui il brav’uomo è arruolato in blocchi, legato alla macchina, rinchiuso nei regolamenti amministrativi, sommerso dai documenti ufficiali, tenuto sotto l’occhio vigile delle polizie, messo a nudo dalla perspicacia degli psicologi, triturato dagli implacabili tentacoli dei mass-media, fissato nel fascio luminoso dei microscopi sociali e politici, espropriato di se stesso per tutta la vita che gli viene preparata per suo sommo piacere, comfort, igiene, salute, longevità, è nella stessa misura in cui il lavoro è il suo destino più implacabile, che bisogna (che bisogna proprio, altrimenti ciò sarebbe intollerabile e porterebbe immediatamente al suicidio), che si deve sul serio credere in questo luogo comune, appropriarsene con rabbia, seppellirlo nel profondo del cuore, e credo quia absurdum, trasformarlo in una ragione di vita. Esattamente quello che speravano i guardiani custodi.

L’esperienza concreta dell’uomo nel mondo tecnicizzato è quella della necessità, di una costrizione che non è solo quella del lavoro, ma di ogni rapporto e di ogni momento. Ma bisogna salvare le apparenze. Bisogna convincere quest’uomo che è più libero che mai, e che la necessità in cui si trova è la virtù stessa; il bene in sé, che mai l’umanità è stata così felice, così pacifica, così equilibrata, così virtuosa, così intelligente; che la tecnica che la costringe, è esattamente ciò che la libera!

Riconosco bene che si segua il bisogno. Con la corda al collo e il piede nel culo. Non potete fare altrimenti. Ovvero: è la semplice condizione umana, e la prima autentica esperienza è quella dell’ostacolo contro cui mi scontro, il limite della mia forza e della mia resistenza, il sonno invincibile, la paura del domani o del poliziotto. Sono costretto dallo Stato e dal lavoro; sono condizionato dal mio corpo e dal corpo sociale: questo è il mio punto debole, questa è la mia viltà. Non c’è da farne dei drammi o dei complessi: ci sono comuni. Ma ciò che diventa inaccettabile in questa situazione è lanciare un canto glorioso: guardate come ho vinto e guardate come sono libero! Oppure fare l’occhiolino alla ronda: guardate come sono furbo e come ho giocato questa necessità! Perché qui inizia il regno del Mentitore.

Non gli basta avere il futuro per sé, e solo per sé, che la partita sia vinta e che l’unico futuro prevedibile sia «più tecnica, sempre più tecnica; più potere ai tecnici, sempre più potere ai tecnici»

Gli occorre ancora una cosa: la palma del martirio e la consacrazione della virtù trionfante sul drago onnipotente e velenoso. Vediamo, non lo sapevate?

Ci sono sempre sciocchi filosofi che pretendono di mettere i bastoni tra le ruote del progresso con declamazioni da sofisti e con argomentazioni viziate ed inesatte, in virtù di una concezione dell’uomo radicalmente superata.

Nel 1920 occorreva «essere positivi». Questa espressione così netta aveva un significato molto semplice: «Si tratta innanzitutto di guadagnare quattrini». Ciò che non «fruttava» non era positivo. L’uomo positivo era l’affarista, il colonialista, colui che «faceva strada». Non mi dilungherò su questi nobili pensieri: Léon Bloy ha fatto giustizia in anticipo di questo luogo comune.

Ai giorni nostri, abbiamo approfondito la questione e l’abbiamo portata al livello di «valori». Si tratta di considerare le cose con occhio favorevole, di mantenere il cuore e la mente spalancati a quanto sta accadendo, di avere giudizi ottimisti su quanto accade e sulle persone, di assumere un atteggiamento attivo e di partecipare a tutto ciò che si trova a portata di mano. L’uomo, gli uomini, i nostri vicini, ma quanto sono buoni! La tecnica, ma è meravigliosa!

La politica, il più bello dei mestieri! Eccetera. Naturalmente, non ci si ferma solo all’anglosassone oh, nice!, si dimostra, si prova. E nel frattempo si svergogna quell’insopportabile che non è mai contento. Tutti sanno oggi che qualsiasi proposta deve essere formulata in maniera positiva (e mai negativa), che lo spirito critico è uno spirito da poco — che il pessimista è tale solo perché sta male di fegato… che la negatività è solo la prova che l’uomo non è mai uscito dalla sua adolescenza e che non è ancora adulto. Se, nel nostro mondo, non sei il ragazzo sempre sorridente, estroverso, sportivo (magari non proprio paracadutista) che accoglie il progresso ed è soddisfatto del pensiero contemporaneo, allora vieni subito sospettato delle peggiori nefandezze. Non è la società ad essere criticabile né il tuo vicino sgradevole, sei tu. Tu, il Negatore.

Tu che rendi cattive le cose e le persone col tuo atteggiamento critico. E questo deriva dagli spaventosi complessi di cui non sei riuscito a liberarti. «Non sarai forse un incestuoso borderline? Eh? La tua diffidenza verso il progresso esprime certamente qualcosa del genere». È chiaro come il sole. Diffidenza verso il progresso = attaccamento al passato = volontà di tornare alla prima infanzia = attrazione per l’utero materno = incesto. Come volevasi dimostrare. Oggi tutti gli psicologi ti incoraggiano ad avere un atteggiamento positivo verso la vita. Sembra che sia questo l’atteggiamento virile.

Tutti i sociologi oggi ti dimostrano che non c’è altra via d’uscita se non la partecipazione. È solamente grazie alla partecipazione positiva al gruppo, alle sue opere e alla sua unanimità che l’uomo si realizza e si completa. Nessuna salvezza al di fuori del gruppo! Colui che assume un atteggiamento negativo rispetto al gruppo, non solo non troverà mai né la felicità né l’equilibrio, ma neanche coltiverà la sua vocazione, che è quella di aiutare gli altri a sbocciare, il che non può accadere se non all’interno di una vita di gruppo armoniosa, dove le buone relazioni sono la panacea psicosociale. Così accediamo al dominio della morale.

Il Bene, oggi, è essere una persona aperta alle realtà positive di questa epoca, è esorcizzare i demoni della negatività, del rifiuto, della passività.

Il Bene è accordarsi sugli obiettivi da compiere collettivamente.

Il Bene è fornire, laddove si incontrano ostacoli e problemi, soluzioni positive, attive e ottimiste.

Trascinati da un così bel flusso collettore, è poi necessario che i teologi ci mettano del proprio secondo la loro buona abitudine. Ci chiedono dunque, in nome della Rivelazione cristiana, di avere un atteggiamento positivo verso lo Stato, verso l’uomo, verso la tecnica. Non si tratta più di portare giudizi desueti in funzione di teologie superate: si deve solo annunciare il Grande Sì di Dio, la Grande Approvazione di tutte le opere umane. Bisogna ricordarsi che la Creazione è buona. Che la Caduta non esiste.

È comunque assai curioso constatare che è proprio nel momento in cui le filosofie esistenziali ci rivelano la nefandezza dell’uomo e l’assurdità del mondo — nel momento in cui gli psicanalisti, sollevando il sacro pavimento del conscio, fanno venire alla luce le idre, i rospi, i lemuri e le larve che abitano nel fondo all’uomo, che costituiscono la realtà profonda dell’uomo — è proprio a questo punto che ci vengono a dire che bisogna assumere un atteggiamento ottimista e positivo perché tutto, in fin dei conti, va molto bene. E senza dubbio già avere l’impressione che c’è qualche contraddizione significa seguire questa dannata abitudine critica e pessimista. Ma forse, al contrario, qui raggiungiamo uno dei sensi profondi del luogo comune, non unicamente di questo, ma di tutti.

Nella loro grottesca assurdità, nella loro complessiva contraddizione rispetto al reale e nell’attaccamento fanatico degli officianti di questi luoghi comuni bisogna vedere decisivamente un’operazione di magia e di esorcismo. È proprio perché la realtà non è ciò che si vorrebbe che occorre gridare il suo contrario per annullare il suo potere su di noi, per evocare l’apparizione del contrario desiderabile, per rendere già presente il contrario del reale, attualizzato dalla parola e dalla credenza.

Il luogo comune è la formula incantatoria dei nostri giorni fondata su una falsa evidenza, ma grazie alla quale pretendiamo di sfuggire a quanto ci inquieta, ci turba e ci minaccia.

È una formula incantatoria perché non ha alcun senso, perché colui che lo ripete non gli attribuisce alcun contenuto effettivo — giacché il luogo comune, pur fondato sull’evidenza, fa parte di un codice collettivo e ottiene la sua forza e il suo senso dall’innumerevole ripetizione per bocca di «legioni».

È una formula magica, perché ha lo scopo di agire e di modificare attraverso un processo misterioso il reale, che pretende d’altronde di esprimere. Il luogo comune contiene sempre un imperativo all’azione, un’indicazione di atteggiamento, e di conseguenza modifica anche veramente qualcosa — una semplice cosa che si chiama uomo.

(Jacques Ellul, 1966)