La verità come scorta della menzogna

«A cosa valgono i tuoi discorsi dissacranti e le tue argomentazioni di fronte agli idoli?» chiese una sera Seng, fra gli amici di Mee il più acuto e pericoloso, scrollando le spalle. «La tua verità non ha colori accattivanti. Non è affascinante. Forse a volte può entusiasmare, se la dirigi contro la menzogna. Altrimenti risulta piatta e noiosa. Non è neanche concepibile il fatto che tu un giorno possa vincere e ritrovarti senza un nemico da combattere. Diventerebbe tutto spaventosamente arido». Bevve un bicchiere di Yeera in un sol fiato. «E allora diventereste sentimentali! Al cospetto di qualsiasi idolo, anche il più infimo, che vi ricordi il passato».
La risposta a Seng meritava una riflessione. «Chi ti dice che un giorno avremo vinto definitivamente?».
«Pensavo che tu lo sperassi».
«Certo» proseguì Mee con cautela. «Ma sono autorizzato a sperarlo?».
Seng guardò il suo amico innocentemente.
«Le menzogne hanno una vita limitata», spiegò Mee. «Le singole menzogne. Ma la menzogna? La menzogna in senso assoluto?».
Seng versò a Mee un bicchiere pieno.
«La menzogna ha una forza generatrice. E farà in modo che noi non si resti disoccupati. Non appena una menzogna verrà smentita, ne arriverà subito un’altra. E noi, noi non siamo altro che la sua scorta, le corriamo accanto, ci teniamo al corrente e la rettifichiamo».
«Ecco cosa volevo sapere», disse allora Seng, come se avesse orientato tutto il discorso in modo da ricevere solo questa risposta.
«Cosa?».
«Che tu potresti vivere senza la menzogna. Se per ipotesi non ci fossero più menzogne…».
«Ipotesi irragionevole».
«Anch’io lo credo», ammise Seng traquillamente. «Per questo seguo la corrente».
Mee si sentì in dovere di dire: «Tu sai che questo per me non può sussistere».
Seng scosse tristemente il capo. «Altrimenti saresti incoerente».
Mee si sentì colpito nell’onore. «Incoerente?».
«Sì, perché partecipi e corri dietro a ogni menzogna e te ne innamori e a ciascuna strappi la maschera dal volto: perché non puoi fare a meno di lei per continuare a correre e a gridare no e a rettificare: e temi che un giorno possa non esistere più».
Mee scosse la testa.
«In verità» disse Seng e parlava tranquillamente come si fa con un accusato che da un momento all’altro potrebbe smettere di negare la sua colpa «se si mentirà sempre — e se non si potrà fare a meno di mentire — allora non possiamo forse affermare che il mondo della menzogna è il mondo reale? Quel mondo dal quale tu ti chiami fuori? Non si può dire allora che tu sei il falso? Uno che non c’entra nulla? Che si atteggia a superiore di fronte al mondo?». Le parole di Seng suonavano come un’accusa.
«Forse», disse Mee.
«In verità», concluse Seng, «mi sembra davvero un peccato. In fondo sei dotato di rara intelligenza. Ed è sprecata. Ma fai come vuoi». Così disse e si alzò.

[La catacomba molussica, 1932]