Da Platone a Sade


Platone e Sade. Due modalità o mentalità diverse, forse spietate, inaspettate e inedite di concepire le pratiche dell’amore e dell’odio della conoscenza in grado di poter collimare, opporsi, collegarsi o integrarsi.

Entrambi suggeriscono l’idea di due teorie storiche, esemplari, e paradigmatiche e, per certi aspetti, complementari intorno alle pratiche della filosofia.

È Platone che nel Simposio riunisce una comunità, un gruppo di amici animati da una passione e da un amore della conoscenza, per parlare e trattare insieme del significato dell’amore.

Con serenità e pacatezza, essi pongono domande e cercano risposte sotto l’attenta, sapiente e illuminante guida di Socrate.

Ognuno di loro viene sollecitato ad intervenire e ad esprimere le proprie idee, i propri dubbi e il proprio pensiero sull’argomento scelto, per arrivare insieme a una possibile comprensione e definizione della realtà.

Tra l’insegnare e l’imparare non vi è mai una divisione, separazione e scissione nette, ma piuttosto una sorta di mescolanza, di reversibilità e di scambio continui.

L’esercizio comune, permanente e creativo di conoscenza fa parte di un’esperienza di apprendimento vissuta assieme.

La figura del filosofo non è quella del divino inaccessibile luminare, dell’unico legittimo custode, del conservatore e del nume tutelare di verità.

Egli è colui che insegna per imparare e viceversa.

Colui che apre l’accesso alle sperimentazioni creative dell’intelligenza e integra o modifica quello che è stato già pensato e conosciuto, accompagnandosi agli altri.

L’amore del sapere che definisce, in origine, la filosofia, diventa in seguito nell’istituzione filosofica, piacere e godimento del potere fine a se stesso, che trascina con sé rovinosamente lo stesso sapere istituito.

Nell’istituzione sadica si coltiva e si pratica la filosofia dell’amore del disamore, dell’umiliazione, della prostrazione, del disonore e del disprezzo.

In essa si compie il sacrilegio dei saperi e la sconsacrazione definitiva dell’università che spalanca le porte ai nuovi sguaiati mercanti del tempio.

Come istituzione, essa ha il potere e la forza, in queste condizioni, di rendere le scienze, le coscienze, la cultura e i saperi estranei alla loro natura originaria, screditandoli, deformandoli, pervertendoli, e trasformandoli in ombre, entità spettrali, sterili, prive di vita o semplicemente banali e superflue.

Nell’istituzione filosofica gli istitutori, gli inquisitori, i cattivi maestri e “i precettori immorali” (les instituteurs immoraux) insegnano, impartiscono e impongono gli ordini della loro disciplina simile a quella militare e le consumate tecniche del sapere e del gusto insaziabile del piacere irrefrenabile del potere.

Nella Filosofia del boudoir sadiana del 1795 vige, analogamente ai dispositivi autoritari dell’istituzione, il principio della sottomissione totale e inappellabile di corpo ed anima ai desideri alle volontà e ai voleri sciagurati e scellerati del potere.

Sade in quest’opera celebre mette in scena la pratica di una sapienza ricercata, istintiva, incontrollata e alla fine perversa.

L’odio confluisce nell’amore sfigurato, trasfigurato e sedotto dalla violenza del piacere.

La filosofia come delirio, passione e arte del piacere fisico assoluto si estenua senza respiro e senza tregua su anime indivisibili dai corpi.

È la grande allegoria della prostrazione alla quale si ispira Pasolini nell’ultima e conclusiva opera del 1975 che ci riporta alla crudele attualità della filosofia sadiana.

Per imparare le arti dell’amore e del disamore è necessario farsi guidare, non reagire, disciplinarsi, sottomettersi, obbedire e piegarsi all’altrui volere.

Impossibile ritrarsi e sottrarsi di fronte al piacere avido ed insaziabile del potere.

Il sadismo nell’istituzione è un gioco che riesce a combinare l’esaltazione del piacere con la sua degradazione, integrandole e unendole l’una con l’altra.

I sottoposti hanno l’ordine di prostrarsi umilmente e inginocchiarsi davanti all’autorità e soddisfare i suoi piaceri perversi.

Il sadismo dell’istituzione, diventa, ufficialmente, in un chiasmo, istituzione del sadismo.

La forza impositiva e cinica del potere è data e accresciuta dalla debolezza e dalla resa incondizionata dei suoi sottoposti.

La violenza sommessa della degenerazione si esercita qui nel silenzio ovattato di un boudoir.

Lo scandalo non fa più scandalo e quotidianamente si perpetua e si consuma, nei rituali, nei luoghi reconditi ed appartati dell’istituzione, dando una feroce sensazione di impotenza e rassegnazione.

La filosofia dell’istituzione è sempre stata una filosofia dipendente dal potere dello Stato e da esso sostenuta, protetta, guidata e controllata.

La vigilanza e la sorveglianza da esso esercitate sono state nel tempo di tipo politico, ideologico o religioso.

Un documento storico interessante e illuminante, in tal senso, ancora attuale e degno di una rilettura, è un libello sconosciuto pubblicato a Parigi nel 1849, scritto da Joseph Ferrari, il cui nome venne ricordato anche dallo stesso Charles Baudelaire, sul tema dei Filosofi salariati e la collusione fra cultura e politica in Francia sotto il governo di Luigi Filippo, nel quale egli scriveva semplicemente che: “la filosofia rivela sempre la natura nascosta dei governanti”.

La filosofia istituzionale, nelle forme varianti di una filosofia di Stato, asseconda il loro potere per ricevere in cambio i loro favori, ricambiandoli con la cieca obbedienza.

Poche cose sembrano sostanzialmente cambiate dopo quasi due secoli di storia intorno all’istituzione filosofica, come forma e realizzazione di un sistema e di un potere autoritario.