Nella cella dell’IO PARLO

La politica come funzione organica. Lo spazio biopolitico della voce.

Elaborare di nuovo il vincolo costitutivo tra il linguaggio e la politica presuppone rivedere il discorso del logos, con due correzioni decisive. In primo luogo, assumere che nella nuova società – nella forma attuale del capitalismo – lo spazio politico e quello vitale si confondono definitivamente. Parlare è oggi per principio, e in qualunque grado, produrre valore, ovvero, tessere la rete di connessioni del sistema. Come conseguenza e in secondo luogo, si deve ammettere che la consistenza ultima di quel processo – quello della formazione del mondo – si situa già nelle funzioni organiche della vita, a cui si assimila, e non in una struttura specificamente politica che organizzi lo sfruttamento della forza lavoro (la “lotta di classe”).

I fronti di critica aperti sotto questo nuovo vincolo sono molti e molto diversi. Per nostro interesse seguiremo la linea tracciata (il tunnel scavato che non porta da alcuna parte) dal filosofo italiano Paolo Virno.

Attraverso uno spostamento originale rispetto al paradigma comune, Virno propone di pensare il linguaggio non come attività “produttiva” in senso tradizionale, cioè, non come produzione (poiesis) ma come azione, come praxis che trova in se stessa il suo proprio compimento. Gli atti di discorso, come le azioni politiche, non devono essere giudicati dagli “esiti” che risultino da essi; non sono strumenti ma azioni il cui fine è la loro stessa esecuzione. In questo senso il parlante, come il rivoluzionario, può essere paragonato all’artista, più o meno virtuoso.

Questo è il motivo del fatto che, come osserva Benveniste, riferimento costante nel discorso di Virno, il linguaggio stesso, a differenza delle parole o dei sistemi di segnali, non possa essere inventato, non si possa concepire in quanto oggetto di scambio, di produzione, ecc.

Si trova, appunto, nella natura umana: umanità e linguaggio sono la stessa cosa.

Ora, assumendo “un materialismo non claudicante” Virno propone con leggerezza di identificare natura umana e biologia. Parlare sarebbe, allora, come vedere o respirare, “azioni che manifestano il modo d’essere di un organismo biologico”. La bocca che mangia è la bocca che parla. Si prende la parola come si prende aria, ma unendo a questo momento fisiologico, con la stessa naturalezza, l’istanza del discorso, sintetizzando il verbo e la carne, l’attività logica e quella della epiglottide. L’espressione naturale di questa unità è la voce che parla.

In questo senso, l’atto di appropriarsi della parola apre e si colloca (come gli occhi che vedono, come la bocca che respira) nel limite tra l’io e il non-io, nella frontiera tra la mente e il mondo, una “autentica terra di nessuno, uno spazio costitutivamente pubblico”, aperto a tutti e che permette a Virno di concludere la sua definizione di linguaggio: organo biologico della prassi pubblica.