No Tav; ma senza coltivare illusioni


E’ assolutamente normale che, dopo l’annuncio della morte di Giorgio Bocca giri negli ambienti notav una sua frase riportata sul “Venerdì di Repubblica” (30/12/2005). Praticamente, all’indomani dei grandi casini successi in valle di Susa: “Se vi sento dire la parola Tav sparo. Se vi sento dire che la Tav, l’alta velocità, è indispensabile, necessaria al progresso, tiro su dal pozzo il Thompson che ci ho lasciato dalla guerra partigiana. Perché d’inevitabile in questo stolto mondo c’è solo l’incapacità della specie a controllare la suo conigliesca demografia, le sue moltiplicazioni insensate. Il progresso!”.

E’ noto che non faceva giri di parole, tuttavia credo sia profondamente sbagliato schiacciarlo su questa posizione, cucirgli addosso un vestito che No Tavdavvero non era suo. Far parlare i morti è sempre un mestiere difficile, ci si può solo affidare ai ricordi, agli ultimi discorsi fatti giusto un anno fa, poco prima delle feste natalizie in occasione di una intervista apparsa su “Luna Nuova”. Bocca non aveva sposato la causa notav, anzi, pensava che i valsusini fossero una banda di illusi (forse simpatici), ma anche un poco imbecilli nel pensare che sarebbero riusciti a fermare la grande macchina di interessi messa in piedi da un sistema bypartisan che Giorgio Bocca aveva conosciuto molto bene, e dunque sapeva di cosa stava parlando.

Accettare analisi un poco più complesse, evitando semplificazioni Si/ No, è più faticoso ma restituisce verità ed evita banalizzazioni nei confronti di un giornalista che tutto era meno che scontato. Giorgio Bocca era decisamente convinto che “l’umanità” non si sarebbe salvata da una deriva omai palese e sotto gli occhi di tutti e che avrebbe travolto e portato all’autodistruzione. E’ Giorgio Bocca forse questo suo pensiero, più articolato e sicuramente meno folcloristico di quanto possa apparire citando il Thompson, che andrebbe segnalato e consegnato alla “Storia”.

Giorgio Bocca era un giornalista che aveva lavorato duro per ottenere “successo”, non aveva mai disdegnato le stanze del potere, non aveva fatto mistero sull’importanza di avere denaro e usarlo come strumento, non sposava la retorica degli “ultimi” e degli oppressi. Il suo disincanto poteva farlo apparire cinico, e lo era. Tuttavia il suo bisogno di appagare la curiosità che lo possedeva e rendeva inquieto, sempre alla ricerca, lo portava ad aver bisogno come l’aria di conoscere “Altro”. Tutto quello che faceva parte della vita reale, gli Chiara Sassoaffanni e le difficoltà, i soprusi e le violenze, ha messo al servizio la sua capacità di raccontare, di denunciare, sempre senza retorica, senza fare sconti, spesso in modo duro, graffiando; per questo ha lasciato un segno.

Conosceva la valle di Susa per molti motivi, c’era stato più volte e anche per questo seguiva con particolare attenzione tutto quello che succedeva. L’anno scorso, dopo i tentativi di spiegare gli ultimi avvenimenti in valle, aveva tagliato corto e subito chiesto: «Ma voi in realtà vi divertite come dei matti, vero?» (sì, vero). «E questo è la cosa che più importa».