equazioni infondate del discorso sociale


Gli agenti della vita sociale sono riusciti a portare avanti le loro visioni idiote e a praticare il loro comportamento insulso anche perché, nel corso del tempo, una serie di premesse assurde sono state da essi o formulate o accettate, diventando assiomi di base del discorso sociale.
Questi sono gli articoli di fede dell’ideologia statista, elaborati e sostenuti dagli scienziati sociali, creduti e accettati più ardentemente dei precetti di qualsiasi catechismo, in quanto essi hanno goduto di una propaganda ancor più massiccia e capillare e sono stati quindi ancor più profondamente e inconsciamente interiorizzati.
Gli assiomi di base o le convinzioni indiscusse sono qui definite le equazioni infondate del discorso sociale in quanto esse attribuiscono uno specifico (infondato) significato ad una serie di termini al fine di svilirli in maniera funzionale, dal punto di vista teorico e pratico, all’elite dominante (e cioè al potere statale).
Le principali equazioni infondate sono le seguenti:

Interesse personale = egoismo
Il tratto principale che caratterizza il modo in cui la società è organizzata e gestita dal potere statale consiste nella paura dell’individualità e nella lotta contro l’individuo. La tendenza dominante della vita sociale sotto lo statismo è stata la spinta verso la massificazione e la concomitante fuga dalla e lotta contro l’individualizzazione.
Vi è una ragione perché ciò sia avvenuto. L’uniformità conseguita attraverso la massificazione poteva giustificare meglio l’esistenza di un interesse generale, al di sopra e contro gli interessi, definiti particolari o privati, degli individui.

Avendo presentato la realtà in tali termini, l’elite al potere (qualsiasi elite, sia essa la gerarchia ecclesiastica nel passato o i governanti statali nel presente) può presentarsi come il difensore e il protettore dell’interesse generale (presunto come sempre positivo) contro l’interesse personale (presunto come sempre negativo).

Come mai gli appartenenti all’elite dirigente (scelti dalla sorte o eletti dal popolo) dovrebbero essere i soli esenti da questa ipotetica malattia morale di provvedere al proprio interesse, intenti invece a promuovere l’interesse di tutti gli altri, è un punto che non è quasi mai stato esaminato o spiegato da nessuno scienziato sociale, soprattutto in epoca recente.

Ad ogni modo, mettendo da parte questo interrogativo, anche una analisi superficiale del tema dovrebbe persuaderci del fatto che la maggior parte degli interessi individuali non sono affatto in opposizione tra di loro, altrimenti la maggior parte dei rapporti sociali quali gli scambi culturali ed economici non avrebbero luogo.

Inoltre, se un valido interesse comune esiste (e cioè un interesse condiviso da tutti) consiste proprio nella libertà di tutti di far avanzare i propri personali interessi. Questa formulazione/soluzione del problema logicamente esclude qualsiasi situazione che blocca o danneggia la libertà di tutti gli individui di provvedere al soddisfacimento dei propri personali interessi.

Nella realtà dei fatti, promuovere (ed essere in grado di promuovere) il proprio interesse rappresenta uno dei principi etici ricorrenti da Aristotele a Spinoza, fino ad Erich Fromm.

Quanto più ogni persona si impegna ed è capace di conseguire il proprio profitto, vale a dire, di preservare il proprio essere, tanto maggiore è la virtù che egli incarna; invece, nella misura in cui una persona trascura il proprio profitto, vale a dire, non si cura di preservare il proprio essere, egli è impotente.
(Spinoza, Ethics, 1677, IV, Prop. 20.)

In sostanza, l’aver fatto equivalere l’attività degli individui volta a promuovere il loro interesse personale con la malevolenza e la noncuranza per l’interesse degli altri è uno dei postulati più perversi e maligni che sia mai stato formulato dagli scienziati sociali.

Egoismo non è vivere secondo i propri desideri. Egoismo è chiedere agli altri di vivere secondo i nostri desideri.
(Oscar Wilde, The Soul of Man under Socialism, 1891)

Le conseguenze logiche e pratiche di questa equazione sono ancora più riprovevoli; infatti tale equazione conduce, come conclusione generale scontata e non come materia di ricerca, alla intrinseca incompatibilità tra gli interessi e quindi allo scontro permanente e inevitabile tra gli esseri umani.
Tutte queste presunzioni sono alla base dell’ideologia dell’homo homini lupus e rappresentano la giustificazione somma per l’esistenza di un potere monopolistico totalitario quale lo stato. Se uno scienziato sociale vuole continuare a seminare paure e sospetti non ha altro da fare che sostenere queste convinzioni stereotipate, senza aggiungere alcuna precisazione che ne restringerebbe notevolmente la validità e applicabilità.

Personalità = identità
La continua perdita di individualità, promossa da alcuni scienziati sociali come segno di modernizzazione, e la crescita di uniformità all’interno di una società di massa, hanno portato all’uso diffuso da parte degli stessi scienziati sociali del termine identità al posto del classico concetto di personalità.
Se consideriamo la radice etimologica della parola identità (idem = lo stesso o identitas = uniformità) è abbastanza evidente che esso non si sarebbe mai dovuto applicare a un essere umano la cui personalità non solo dovrebbe essere considerata unica ma anche in continua evoluzione.
Nonostante ciò, gli scienziati sociali non solo non hanno sollevato alcuna obiezione critica riguardo alla equazione personalità = identità, ma l’hanno accettata apertamente e persino glorificata.
Tutto ciò è quanto di più assurdo ci sia se facciamo riferimento alla personalità di un individuo perché equivale a dire che

– l’individuo è identico a sé stesso (affermazione senza senso)
– l’individuo non cambia nel tempo (affermazione falsa).

Ciò che questa equazione infondata mette in luce è l’abbandono del vero concetto di personalità come individualità e dello sviluppo personale come individualizzazione. Il loro posto è stato preso, nei discorsi degli scienziati sociali, da identità (l’essere umano omogeneizzato) e identificazione (l’essere umano controllato).
Nella realtà, questi due termini (identità e identificazione) sono più in sintonia con espressioni quali l’identità nazionale (cioè l’adozione/imposizione degli stessi miti e modi culturali) e la carta d’identità (cioè l’introduzione/imposizione di restrizioni alla libertà di movimento) che con un discorso scientifico riguardante i tratti distintivi e evolutivi dell’essere umano.
Gli scienziati sociali, attraverso l’uso esteso del termine “identità” al posto di quello molto più appropriato di personalità rivelano chiaramente non solo la loro adesione/sottomissione all’ideologia dello statismo, ma anche come essi vedono e quale ruolo essi assegnino all’essere umano, vale a dire quello di un pezzo sostituibile di una macchina o un simbolo astratto di una equazione, pronto per essere manipolato nella maniera che appare utile agli alchimisti statali della società di massa.

Equità = uguaglianza
In una società di massa composta da (presunti) identici esseri umani la equità, vale a dire la lealtà e l’onestà nel comportamento reciproco, è equiparata all’uguaglianza.
Chiaramente questo sarebbe il caso, e l’uguaglianza sarebbe davvero equivalente all’equità (e quindi la migliore soluzione possibile), posto che avessimo a che fare con persone identiche (o estremamente simili) in circostanze identiche (o estremamente simili); ad esempio lavoratori coetanei celibi, che eseguono lo stesso identico compito, producono lo stesso identico risultato e ricevono la stessa identica paga.

Comunque questo è un assunto assurdo e stupido, lontano dalla realtà, se applicato su larga scala, perché non solo noi siamo tutti diversi in relazione a sesso, età, forza fisica, interessi, attitudini, e così via, ma viviamo e operiamo in condizioni differenti e mutevoli che richiedono forme e livelli differenti di trattamento, soddisfazione, compenso o altro.

Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali.
(I ragazzi della scuola di Barbiana, Toscana 1967)

Quello che i sostenitori dell’uguaglianza sociale vorrebbero attuare, anche se essi sarebbero i primi a negarlo, è una sorta di “comunismo da caserma” in cui ognuno riceve la stessa razione e deve mostrarsi contento per il solo fatto che nessuno è stato trattato in maniera diversa.
Questo è una posizione idiota, condivisa da scienziati sociali collocati nella preistoria, per i quali il fatto che tutti facciano la fame sarebbe preferibile all’avere stomachi riempiti in maniera disuguale.
Inoltre, va detto che la presunta distribuzione ugualitaria delle risorse sostenuta dai cosiddetti scienziati sociali progressisti ha la strana abitudine di trasformarsi magicamente, prima o poi, in modo tale che l’affermazione “tutti gli esseri sono uguali” debba essere integrata dalla glossa “ma alcuni sono più uguali di altri.”
Alla fine, la vera uguaglianza che gli scienziati sociali sostengono e promuovono presso la gente comune è il fatto che tutti devono essere ugualmente subordinati e, dovremmo aggiungere, ugualmente indifesi di fronte al potere statale.

Anarchia = disordine
Anarchia significa essenzialmente opposizione a un potere dominante e assenza di un centro monopolistico di comando, che emette norme per tutti e su tutto. Di certo non significa quello che gli scienziati sociali statalisti vogliono farci credere, e cioè il rifiuto di qualsiasi autorità e la mancanza di rispetto per qualsiasi regola.
Infatti l’anarchico riconosce e di buon grado accetta l’autorità delle persone che hanno sapere e saggezza ed è disposto a seguire i loro consigli in maniera volontaria.

Io mi inchino di fronte all’autorità di persone speciali perché essa si impone a me attraverso la mia stessa ragione. Io sono consapevole di non riuscire afferrare, in tutti i suoi dettagli, e in tutti i suoi sviluppi positivi, se non una parte estremamente ridotta della scienza umana. L’intelligenza più grande non arriverebbe ad una comprensione della totalità. Da qui ne deriva, per la scienza come per l’industria, la necessità della divisione e della associazione del lavoro. Io ricevo e do – questa è la vita umana. Ognuno è dirigente ed è diretto, secondo il caso. Perciò non vi è una autorità fissa e costante, ma uno scambio continuo di autorità e di obbedienza reciproche, temporanee e, soprattutto, volontarie.
(Mikhail Bakunin, Dieu et l’état, 1882)

Quello che l’anarchico non sopporta è l’imposizione per tutti di regole congegnate ad uso e consumo di una cricca di persone arroganti e ignoranti che si trovano semplicemente ad avere il potere grazie a promesse illusorie, favori disonesti, corruzioni continue.
Il ritratto dell’anarchia come il regno del disordine e della brutalità è una immagine di comodo, prodotta da propagandisti statali i quali raffigurano in toni altamente drammatici e obbrobriosi un numero esiguo di atti di ribellione violenta commessi in passato da alcuni anarchici contro alcuni governanti, e sulla base di tali atti, condannano l’intera concezione e l’intero movimento.
La realtà è che l’anarchia, lungi dall’essere uno stato di generale disordine, è un processo molto avanzato di ordine dinamico, messo in atto da individui che hanno raggiunto un elevato livello di umanità (libertà, sviluppo, conoscenza).

Persino i teorici dell’anarchia, la cui filosofia si fonda sull’idea che il controllo statale o governativo è un male assoluto, ritengono che con l’abolizione dell’istituzione statale altre forme di controllo sociale opererebbero: infatti, la loro opposizione alla regolamentazione governativa sorge dalla convinzione che altri, e per loro ben più congegnali, modi di controllo entrerebbero in funzione parallelamente all’abolizione dello stato.
(John Dewey, Experience and Education, 1938)

Riuscire nella pratica dell’anarchia richiede di possedere l’umiltà e la consapevolezza di riconoscere la necessità di un continuo apprendistato nell’arte del vivere.
Nel linguaggio comune, sarebbe appropriato parlare di ascesa verso l’anarchia (e cioè verso un ordine sempre più elevato di autogestione) e di discesa nella tirannia statale (e cioè il cadere sotto il dominio di un tiranno, di molti tiranni o anche di una maggioranza che agisce da tiranno come nella democrazia rappresentativa).

Benessere personale = crescita materiale
Nell’età delle statistiche e dei servizi forniti dallo stato, gli scienziati sociali raffigurano il benessere degli individui attraverso l’impiego di numeri nella contabilità nazionale.
Il benessere degli individui è indicato, secondo loro, quando le cifre mostrano una crescita negli indici quantificabili (produzione, occupazione, reddito, servizi, ecc.).

L’uso di simboli matematici produce un’aura di indiscussa oggettività e precisione all’intero processo di raccolta, elaborazione e presentazione dei dati.

Sfortunatamente, il contenuto e la qualità degli indici statistici non sono oggetto di analisi critica da parte di moltissimi scienziati sociali, appagati dal semplice fatto di ripetere le procedure di trattamento dati che sono state eseguite da precedenti studiosi e che sono di buon grado accettate nei circoli accademici e politici.

Per la quasi generalità delle persone che appartengono a tali gruppi, la crescita economica è un fatto sempre positivo. Ne consegue che la crescita del Prodotto Nazionale Lordo diventa l’obiettivo principale che guida la vita socio-economica di tutti e l’indice più sicuro del benessere personale.

Il benessere è equiparato alle disponibilità materiali, vale a dire ad una situazione caratterizzata dall’aumento della produzione e del consumo, senza tenere in alcun conto quello che viene prodotto/consumato e il livello già raggiunto dalla produzione e dai consumi in relazione ai bisogni effettivi.

Che questa equazione (benessere personale = disponibilità materiali) non sia affatto appropriata, soprattutto quando la maggior parte delle persone in una comunità ha già raggiunto un livello di vita pienamente soddisfacente (per produzione e consumo), è un fatto già messo in luce da John Stuart Mill con riferimento all’Inghilterra della metà dell’ottocento.

[Perciò] io non posso considerare lo stato stazionario del capitale e della ricchezza con l’avversione spontanea manifestata dagli economisti politici della vecchia scuola.”
“È a malapena necessario notare che una condizione stazionaria del capitale e della popolazione non implica uno stato stazionario riguardo al miglioramento dell’essere umano. Vi sarebbe ugualmente campo per ogni tipo di coltivazione dell’intelletto e di progresso morale e sociale: così tanto spazio per affinare l’Arte del Vivere, e maggiore probabilità di tale miglioramento quando le menti cessano di essere preoccupate dal mestiere di sopravvivere.
(John Stuart Mill, Principles of Political Economy, 1848)

Ciò che è necessario aggiungere è che non solo l’incremento del Prodotto Nazionale Lordo non è più, nelle economie avanzate, un segno di benessere ma è l’esatto opposto, un indice di uno sfruttamento eccessivo e di uno sperpero criminale delle risorse, simile all’ingrassamento inverosimile e disgustoso di una popolazione di obesi.

Inoltre, il meccanismo dell’assistenzialismo statale che è stato congegnato e si è diffuso sulla base di una crescita continua della produzione materiale, sta immiserendo l’essenza culturale e morale di troppi esseri umani, intrappolandoli in uno stato malsano di dipendenza che è proprio l’opposto del benessere personale.

Moralità = legalità
Nella società di massa composta da uomini-massa, quello che è un comportamento accettabile è un qualcosa definito da esperti consulenti a pagamento (giuristi, psicologi, economisti, ecc.), votato da legislatori ben retribuiti, e sanzionato da magistrati di professione che ricevono uno stipendio elevato.
Sotto lo statismo la produzione di leggi è un affare gigantesco che coinvolge affari giganteschi, per la difesa dei quali vale la pena di spendere un notevole ammontare di denaro e di energie da parte di grandi gruppi di pressione. Non ci si dovrebbe quindi stupire del fatto che questo enorme apparato utilizzato per influenzare, produrre e far obbedire regole di condotta valide per tutti all’interno di un certo territorio ha relegato in soffitta la moralità (vale a dire i costumi del popolo con la loro lunga gestazione e profonda accettazione) rimpiazzandoli con la legalità (e cioè con le leggi dello stato e la loro produzione opportunistica e accettazione superficiale).

Sempre più gli scienziati sociali e i commentatori politici approvano o disapprovano qualcosa (ad esempio l’immigrazione, un’attività lavorativa, il commercio, ecc.) in relazione al fatto che sia legale o illegale (vale a dire sotto il controllo e la sanzione dello stato) senza minimamente curarsi che sia di per sé morale o immorale. Se è legale è, automaticamente, qualcosa di giusto e buono. In un mondo che ha fatto l’esperienza di leggi che hanno promosso la schiavitù, lo sterminio razziale, la discriminazione religiosa, lo sfruttamento e l’espulsione di minoranze, l’imperialismo e il militarismo, oltre a molte altre attività statali di impronta criminale, questa posizione è nauseabonda.

L’esistenza di leggi che regolano ogni aspetto della vita è considerata talmente importante dagli intellettuali e accademici dei nostri giorni che essi si danno da fare presso i parlamentari per l’introduzione di questa o quella norma legislativa come se il comportamento morale potesse essere formato automaticamente sulla base di qualche articolo di legge.
Se questo fosse vero, la Costituzione introdotta in Unione Sovietica sotto Stalin, giudicata come una delle più avanzate e progressiste mai adottata, avrebbe messo fine prima o poi a qualsiasi ingiustizia e atrocità.

Eppure, nonostante l’abbondanza di leggi nazionali e internazionali, ingiustizie e atrocità crebbero a dismisura non solo sotto la Costituzione di Stalin, ma avvengono anche ai giorni nostri, principalmente sotto e attraverso gli apparati degli stati e le loro leggi “mirabili” (vedi, a conferma di ciò, qualsiasi rapporto di Amnesty International).

È solo quando gli stati oltrepassano un certo limite, commettendo ripetutamente crimini contro l’umanità (genocidi, deportazioni di massa, torture) che gli esseri si rendono conto che la legalità statale non è affatto un sostituto della moralità umana ma potrebbe persino esserne l’ostacolo più subdolo e il nemico più grande.

In ogni caso, anche in presenza della più grande immoralità qualche esperto legale o consigliere statale troverà una via d’uscita o un artificio apposito per giustificare qualsiasi atto di depravazione con qualche cavillo giuridico o nascondendosi dietro la solita nebbia del bizantinismo giuridico.

Summum ius, summa iniuria
(Cicero, De Officiis I-10-33, 44 B.C.)

Società = stato
L’apice delle equazioni infondate è raggiunto dagli scienziati sociali quando essi identificano la società con lo stato.
La convinzione della loro identità è instillata molto presto nella mente dei piccoli attraverso la scuola di stato ed è rinforzata in continuazione durante tutto il corso della vita delle persone da ogni insegnante, docente universitario, giornalista, fino a quando diventa una associazione mentale scontata, indiscussa e indiscutibile.

Questa equazione di identità è storicamente insostenibile in quanto lo stato è una entità relativamente abbastanza recente, che è apparsa sulla scena nel corso degli ultimi secoli, mentre le società esistono da tempo immemorabile, laddove un gruppo di persone ha stabilito contatti e scambi ripetuti.

A questa obiezione alcuni scienziati sociali rispondono che per stato essi intendono qualsiasi potere di regolare la vita sociale e che nessuna organizzazione sociale può esistere senza di esso. L’attuale potere di regolazione è lo stato (o il sistema internazionale di stati). Qualsiasi essere umano è parte di una società nella misura in cui egli è soggetto statale. Per cui, ne deriva secondo questo modo di ragionare, che stato e società sono un fenomeno unico e identico.

Questa argomentazione regge se accettiamo alcune premesse nascoste che conducono a talune conclusioni abbastanza sgradevoli per molti esseri umani pienamente maturi, quali:

– la necessità assoluta ed eterna di un potere esterno di regolazione (lo stato burocratico);
– la concentrazione del potere di regolazione in un’unica entità dominante (lo stato centrale);
– la automatica ascrizione di qualsiasi individuo sotto uno specifico potere di regolazione (lo stato territoriale).

Nessuna di queste premesse è valida in maniera universale ed inequivocabile. Sempre più esse non rappresentano nemmeno la realtà empirica attuale.

Per sottolineare un solo fatto, l’esistenza di comunità virtuali nell’iperspazio (Internet) sta già frantumando la falsa pretesa degli scienziati sociali di assegnare ogni essere umano ad un contenitore sociale ed ogni contenitore ad un potere statale territoriale.

Società è solamente una parola per indicare un numero di individui connessi da interazioni.
(Georg Simmel, Grundfragen der Soziologie, 1917)

Quindi, non solo l’identificazione della società con lo stato è più che mai insostenibile, ma anche l’identificazione dell’essere umano con una (e solo una) specifica società e cultura è impropria e sta sgretolandosi.

Eppure, a causa della loro formazione ideologica e dipendenza economica, quasi tutti gli scienziati sociali sono spinti a sostenere l’equazione società = stato. Solo in questo modo essi possono tranquillizzare la loro coscienza, continuando a credere di essere individui progressisti e onesti al servizio di altri esseri umani, cioè della società, mentre essi sono, in realtà, ostaggi intellettuali del potere corrente o, in altre parole, i mercenari e i burattini dello stato.