Essi ripartiscono l’umanità in due classi.

Il Socialismo, al pari della vecchia politica da cui esso emana, confonde il Governo e la Società. Per questo motivo, tutte le volte che noi non vogliamo che una cosa venga fatta dal Governo, se ne conclude che noi non vogliamo che quella cosa sia fatta del tutto.
Noi respingiamo l’istruzione gestita dallo Stato; allora non vogliamo l’istruzione.
Noi respingiamo una religione di Stato; allora non vogliamo la religione.
Noi respingiamo l’uguaglianza imposta dallo Stato; allora non vogliamo l’uguaglianza, e così via.
È come se ci si accusasse di non volere che gli esseri umani si nutrano, perché siamo contro la coltivazione del grano da parte dello Stato.

Come ha potuto imporsi, nel mondo politico, l’idea bizzarra di far derivare dalla Legge ciò che in essa non esiste: il Bene, in maniera affermativa, la Ricchezza, la Scienza, la Religione?

Gli scrittori moderni, in particolare quelli della scuola socialista, fondano le loro diverse teorie su una comune ipotesi, di sicuro la più strana, la più imbevuta di presunzione che possa mai prodursi in un cervello umano.

Essi ripartiscono l’umanità in due classi. La totalità degli individui, meno uno, compone la prima classe; colui che scrive, da solo, forma la seconda classe, quella molto più importante.

In effetti, questi scrittori partono con la supposizione che gli individui non posseggano nel loro intimo né un principio d’azione, né un mezzo di valutazione; che essi sono privi di iniziativa; che essi sono fatti di materia inerte, di molecole passive, di atomi senza spontaneità, tutt’al più una vegetazione incurante del modo di esistere, suscettibile di essere plasmata, da una volontà e da una forza esteriore, in un numero infinito di forme più o meno simmetriche, artistiche, complete.

Infine ciascuno di essi suppone senza alcun dubbio di essere lui stesso, sotto il nome di Organizzatore, Rivelatore, Legislatore, Istitutore, Fondatore, questa volontà e questa forza, questo motore universale, questa potenza creatrice la cui sublime missione è di congregare in società questi elementi sparsi che sono gli esseri umani

Muovendo da questa convinzione, al pari di un giardiniere che, secondo il suo capriccio, modella le sue siepi a forma di piramidi, ombrelloni, cubi, coni, vasi, a spalliera, a fuso, a ventaglio, così ogni socialista, seguendo la sua ispirazione, ritaglia la misera umanità in gruppi, serie, centri, sotto-centri, alveoli, laboratori sociali, armonici, conflittuali, ecc. ecc.

E come il giardiniere, per modellare gli arbusti ha bisogno di asce, seghe, roncole e forbici, colui che scrive, per organizzare la sua società, ha bisogno di forze che egli non può trovare se non nelle Leggi; leggi sul commercio, leggi tributarie, leggi sull’assistenza, leggi sull’istruzione.

È vero che i socialisti considerano l’umanità come una materia adatta alle combinazioni sociali; è anche vero che se, per caso, essi non sono così sicuri del successo di queste combinazioni, reclamano nondimeno un nucleo ridotto dell’umanità come materiale da esperimento: si sa quanto sia popolare presso di loro l’idea di sottoporre a esperimento tutti i sistemi, e si è visto uno dei loro capi chiedere in tutta serietà, dinanzi all’assemblea costituente, un comune con tutti i suoi abitanti per fare le sue prove. È così che ogni inventore costruisce il suo piccolo modello prima di passare alla costruzione in grande. È così che il chimico sacrifica alcuni reagenti, che l’agricoltore sacrifica alcune sementi e un piccolo appezzamento di terreno per fare delle prove.

Ma quale distanza incommensurabile tra il giardiniere e i suoi alberi, tra l’inventore e i suoi congegni, tra il chimico e i suoi reagenti, tra l’agricoltore e le sue sementi!…
Il socialista crede in buona fede che la stessa distanza lo separi dall’umanità.

Non bisogna stupirsi che gli scrittori del diciannovesimo secolo considerino la società come una creazione artificiale uscita dalla mente geniale del Legislatore.

Questa idea, frutto dell’educazione classica, ha dominato tutti i pensatori, tutti i grandi scrittori del nostro paese. Tutti hanno visto tra l’umanità e il legislatore gli stessi rapporti che esistono tra l’argilla e il vasaio.

E non è tutto; se essi hanno accettato di riconoscere nell’animo dell’essere umano un principio di azione, e nella sua ragione, un principio di discernimento, essi hanno pensato che Dio, comportandosi così, gli aveva fatto un dono funesto e che l’umanità, sotto l’influsso di questi due motori, si avviava fatalmente verso il suo degrado. Essi hanno di fatto proclamato che, lasciato alle sue inclinazioni, l’umanità non si occuperebbe di religione se non per sfociare nell’ateismo, abbandonerebbe la trasmissione del sapere per ripiombare nell’ignoranza, si disinteresserebbe delle attività e degli scambi per spegnersi nella miseria.

Fortunatamente, secondo questi stessi pensatori, ci sarebbero alcuni individui, chiamati Governanti, Legislatori, che hanno ricevuto dal cielo, non solamente per sé stessi, ma a vantaggio di tutti gli altri, tendenze opposte.

Mentre l’umanità pende verso il Male, essi sono rivolti al Bene; mentre l’umanità marcia verso le tenebre dell’ignoranza, essi aspirano alla luce del sapere; mentre l’umanità è trascinata verso il vizio, essi sono attirati dalla virtù.

E, una volta accettato ciò, essi reclamano la Forza, di modo che essa consenta loro di sostituire le loro proprie tendenze alle tendenze del genere umano.

Basta aprire, quasi a caso, un libro di filosofia, di politica o di storia, per rendersi conto di quanto fortemente sia radicata nel nostro paese questa concezione, figlia degli studi classici e madre del Socialismo, l’idea cioè che l’umanità sia una materia inerte che riceve dal potere la vita, l’organizzazione, la morale, e il benessere; o meglio, e la qual cosa è ancora peggio, che l’umanità lasciata a sé stessa tende vero il degrado e viene arrestata su questa brutta china solo dalla mano misteriosa del Legislatore. Dappertutto le idee classiche convenzionali ci mostrano, alle spalle della società passiva, una potenza occulta che, sotto il nome di Legge, Legislatore, o sotto questa espressione più agevole e più vaga del tipo SI provvederà, SI interverrà … muove l’umanità, l’anima, l’arricchisce e la moralizza.

Bossuet. – « Una delle cose che SI (da parte di chi?) imprime più fortemente nell’animo degli Egiziani, è l’amore della patria … Non era permesso di essere inutile allo Stato, la Legge assegnava a ciascuno un impiego preciso, che si tramandava di padre in figlio.
Non SI poteva avere due impieghi né cambiare di professione … ma vi era una occupazione che doveva essere comune, ed era lo studio delle leggi e della saggezza. L’ignoranza della religione e delle disposizioni vigenti nel paese non era ammessa in alcun modo. Del resto, ogni professione aveva il suo quartiere che gli era assegnato (da chi?) …
All’interno di buone leggi, ciò che vi era di meglio è il fatto che tutti erano nutriti (da chi?) nello spirito di osservazione …
I loro costumi hanno arricchito l’Egitto di invenzioni meravigliose, e non ignoravano quasi nulla di ciò che poteva rendere la vita comoda e tranquilla. »

Così, gli individui, secondo Bossuet, non sono in grado di fornire nulla da sé stessi: patriottismo, ricchezze, attività, saggezza, invenzioni, lavoro, scienza, tutto compiendosi attraverso l’operato delle Leggi o dei Re. Per essi non si trattava che di lasciarsi fare. È a questo punto che, avendo Diodoro rimproverato gli Egiziani di non accettare la lotta fisica e la musica, Bossuet lo riprende. Come è possibile ciò, egli dice, dal momento che queste arti sono state inventate da Trismegisto?
Lo stesso presso i Persiani:

« Una delle prime preoccupazioni del principe era di fare prosperare l’agricoltura … Dal momento che vi erano dei compiti stabiliti per la condotta degli eserciti, così ve ne erano per sovrintendere ai lavori dei campi … Il rispetto che SI incuteva ai Persiani verso l’autorità reale andava fino all’eccesso. »

I Greci, benché pieni di iniziativa, non erano meno incapaci di padroneggiare il proprio destino, a tal punto che, da soli, non si sarebbero innalzati, come i cani e i cavalli, al livello dei più semplici divertimenti. È un classico, un dato di fatto scontato, che tutto proviene dall’esterno delle popolazioni.

« I Greci, naturalmente pieni di iniziativa e di coraggio, erano stati molto presto educati dai Re e da coloni venuti dall’Egitto. È là che essi avevano appreso gli esercizi del corpo, la corsa a piedi, a cavallo e sui carri … Ciò che gli Egiziani avevano loro insegnato di meglio era di rendersi docili, di lasciarsi formare dalle leggi per il bene pubblico. »

Fénelon. – Nutrito nello studio e nell’ammirazione dell’antichità, testimone della potenza di Louis XIV, Fénelon non poteva certo sfuggire a questa idea che l’umanità è passiva, e che le sue disgrazie come le sue fortune, le sue virtù come i suoi vizi, le vengono da una azione esteriore, esercitata su di essa dalla Legge o da colui che la fa. Così, nel suo utopico Salento, egli pone gli individui, con i loro interessi, le loro facoltà, i loro desideri e i loro beni, alla discrezione assoluta del Legislatore. Riguardo a qualsiasi problema, non sono mai essi che giudicano per sé stessi, ma è il Principe.
La nazione non è che una materia informe, di cui il Principe è l’anima. È in lui che risiedono il pensiero, la preveggenza, il principio di ogni organizzazione, di ogni progresso e, di conseguenza, la Responsabilità.
Per dar prova di questa affermazione, dovrei trascrivere qui tutto il X libro del Telemaco. Rimando il lettore al testo originale, e mi accontento di citare alcuni passaggi presi a caso da quel celebre poema, al quale, per altri versi, sono il primo a rendere giustizia.
Con quella credulità sorprendente che caratterizza i classici, Fénelon ammette, malgrado il peso del ragionamento e dei fatti, la felicità generale degli Egiziani, e la attribuisce, non alla loro saggezza, ma a quella dei loro Re.

« Noi non possiamo gettare gli occhi sui due fiumi senza accorgerci dell’esistenza di città opulente, di case rustiche piacevolmente situate, di terreni che si coprono tutti gli anni di un muschio dorato, senza mai cessare di produrre, di praterie dense di armenti; di lavoratori ricolmi dei frutti che la terra spandeva dal suo seno; di cacciatori che facevano echeggiare i dolci suoni dei loro flauti e delle loro cornamuse ai quattro venti tutt’intorno. Felice, proclamava Mentore, il popolo che è governato da un Re saggio.

Quindi Mentore mi faceva notare la gioia e l’abbondanza sparsa in tutta la campagna d’Egitto, dove si contavano sino a ventiduemila città; la giustizia esercitata a vantaggio del povero contro il ricco; la buona educazione dei fanciulli che venivano addestrati all’obbedienza, al lavoro, alla sobrietà, all’amore delle arti e delle lettere; l’accuratezza nello svolgimento di tutte le cerimonie religiose, il disinteresse, il desiderio dell’onore, la fedeltà verso gli esseri umani e il timore per gli dei, che ogni padre comunicava ai suoi figli. Non cessava mai di ammirare questo ordine sublime. Felice, mi diceva, il popolo che un Re saggio governa in tal modo.»

Fénelon fa, di Creta, un ritratto idilliaco ancora più seducente. Poi egli aggiunge, per bocca di Mentore:

«Tutto ciò che voi vedrete in questa isola meravigliosa è frutto delle leggi di Minosse. L’educazione che egli faceva impartire ai fanciulli rende il corpo sano e robusto. Li SI abitua fin dall’inizio ad una vita semplice, frugale e laboriosa. SI suppone che ogni desiderio infiacchisca il corpo e lo spirito. Non SI propone loro altro piacere che di essere invincibili attraverso la virtù e di guadagnare molta gloria… Qui SI puniscono tre vizi che restano impuniti presso gli altri popoli, l’ingratitudine, la falsità e l’avarizia. Per quanto riguarda lo sfarzo e la mollezza, non SI ha bisogno di reprimerli, in quanto essi sono ignoti a Creta… Non SI ammettono né mobili preziosi, né abiti magnifici, né festini voluttuosi, né palazzi dorati.»

È così che Mentore prepara il suo pupillo a triturare e a manipolare, senza alcun dubbio con la più filantropica finalità, il popolo di Itaca, e, per maggiore sicurezza, gli offre l’esempio di Salento.
Ecco come noi riceviamo le nostre prime nozioni di politica. Ci viene insegnato a trattare gli esseri umani press’a poco come Olivier de Serres insegna agli agricoltori a trattare e concimare i terreni.

Montesquieu. – Per conservare lo spirito del commercio, occorre che tutte le leggi lo favoriscano; che queste stesse leggi, attraverso le loro disposizioni, ripartendo le fortune in modo tale che il commercio le accresca, mettano ogni cittadino povero in una agiatezza abbastanza grande per poter lavorare come gli altri, e ogni cittadino ricco in una tale stato di precarietà da aver bisogno di lavorare per mantenere ciò che ha o per accrescerlo …»

Così le Leggi dominano su tutte le fortune.

« Benché nella democrazia l’uguaglianza reale sia l’anima dello Stato, tuttavia essa è così difficile da raggiungere che una precisione estrema al riguardo non converrebbe sempre. È sufficiente che SI stabilisca un canone che riduca o fissi le differenze a un certo livello. Dopo di ciò, spetta a leggi specifiche di pareggiare, per così dire, le disuguaglianze, attraverso i carichi che esse impongono ai ricchi e le facilitazioni che esse accordano ai poveri … »

Si tratta anche qui, ancora una volta, di rendere uguali le fortune attraverso la legge, vale a dire attraverso l’uso della forza.

« Vi erano in Grecia due tipi di repubbliche. Quelle militari, come la Lacedemone; e quelle commercianti, come Atene. Nelle prime SI voleva che i cittadini fossero oziosi; nelle seconde SI cercava di inculcare l’amore per il lavoro.»

«Io invito a fare un po’ di attenzione riguardo alla grande genialità di questi legislatori in modo da vedere che sovvertendo tutti gli usi e costumi del passato, confondendo tutte le virtù, essi mostrassero a tutti la loro saggezza. Licurgo, creando una società in cui si mescolavano il piccolo furto con lo spirito di giustizia, la più dura schiavitù con l’estrema libertà, i sentimenti più atroci con la più grande moderazione, ha dato stabilità alla sua città. Parve che togliesse ad essa tutte le risorse, le arti, i commerci, il denaro, le mura cittadine: si ha l’ambizione anche senza la speranza di essere migliori; si hanno dei sentimenti naturali, anche se non si è né un fanciullo, né un marito, né un padre; lo stesso pudore è tolto alla castità. È attraverso questo percorso che Sparta è condotta verso la grandezza e la gloria…»

« Questo fatto straordinario che si è visto nelle istituzioni della Grecia, l’abbiamo visto nella feccia e nella corruzione dei tempi moderni. Un legislatore onesto ha formato un popolo in cui la probità appare così naturale come il coraggio presso gli Spartani. M. Penn è un vero Licurgo, e benché il primo abbia avuto come obiettivo la pace mentre l’altro la guerra, essi si assomigliano nel cammino singolare in cui hanno collocato il loro popolo, nell’ascendente che essi hanno avuto su uomini liberi, nei pregiudizi che essi hanno superato, nelle passioni che essi hanno sottomesso.»

«Il Paraguay può fornirci un altro esempio. Si è voluto considerarlo un crimine della Società, che considera il piacere di comandare come il solo bene della vita; ma sarà sempre nobile governare gli individui rendendoli più felici…»

«Coloro che vorranno stabilire simili istituzioni introdurranno la comunione dei beni come nella Repubblica di Platone, lo stesso rispetto che egli chiedeva verso gli dei, quella separazione nei confronti degli stranieri per la salvaguardia dei costumi, con la città che si occupava del commercio e non i cittadini; essi svilupperanno le nostre arti senza il nostro lusso, e i nostri bisogni senza i nostri desideri.»

L’infatuazione comune griderà di sicuro: è opera di Montesquieu, per cui è magnifico! è sublime! io avrò il coraggio delle mie opinioni e dirò:

Cosa! voi avete la spudoratezza di trovare tutto ciò attraente!

Ma è disgustoso! abominevole! e questi estratti, che potrei moltiplicare, mostrano che, nella concezione di Montesquieu, le persone, le libertà, le proprietà, l’umanità intera non sono che dei materiali adatti ad esercitare la sagacia del Legislatore.

Rousseau. – Nonostante che questo scrittore, autorità suprema tra i fautori della democrazia, faccia poggiare l’edificio sociale sulla volontà generale, nessuno ha accettato, in modo più esteso di lui, l’ipotesi della passività del genere umano davanti al Legislatore

« Se è vero che un grande principe è un essere umano raro, che cosa dire di un grande legislatore? Il primo non deve fare altro che seguire il modello che l’altro deve proporre. Quest’ultimo è il meccanico che inventa la macchina, quell’altro non è che l’operaio che la costruisce e la fa funzionare.»

E in tutto ciò, che parte hanno gli esseri umani? Essi sono la macchina che si costruisce e che si fa funzionare, o piuttosto la materia grezza di cui è fatta la macchina!
Così tra il Legislatore e il Principe, tra il Principe e i sudditi, sussiste lo stesso rapporto che vi è tra l’agronomo e l’agricoltore, l’agricoltore e la terra. A quale alto livello al di sopra dell’umanità è dunque posto lo scrittore, che impartisce direttive agli stessi Legislatori e insegna loro il loro mestiere in termini così imperativi:

« Volete voi dare sostanza allo Stato? avvicinate i gradi estremi più che possibile. Non ammettete né persone molto ricche né pezzenti.

Il suolo è ingrato o sterile, o il paese è troppo denso di abitanti, dedicatevi all’industria e alle arti, i cui prodotti darete in cambio delle derrate alimentari che vi necessitano.. Su di un buon suolo, mancate di abitanti, dedicate tutte le vostre cure all’agricoltura, che moltiplica gli esseri umani, e abbandonate le arti, che servirebbero solo a spopolare il paese… Occupatevi dei fiumi ampi e comodi per la navigazione, coprite il mare di vascelli, avrete una esistenza brillante e corta. Il mare non bagna che coste rocciose e inaccessibili, restate barbari e mangiatori di pesci, vivrete più tranquilli, forse migliori, e, di certo, più felici. In sostanza, al di là delle massime comuni a tutti, ogni popolo racchiude in sé un motivo che li dispone in un modo particolare, e fa sì che le sue leggi siano proprie a lui solo. È così che una volta gli Ebrei, e recentemente gli Arabi, hanno avuto come obiettivo principale la religione, gli Ateniesi le lettere, Cartagine e Tiro il commercio, Rodi la marina, Sparta la guerra, e Roma la virtù.

L’autore dello Spirito delle Leggi ha mostrato attraverso quale arte il legislatore dirige l’istituzione verso ciascuno di questi obiettivi… Ma se il legislatore, errando nei suoi fini, prende un principio diverso da quello che sorge dalla natura delle cose, che l’uno tende alla servitù e l’altro alla libertà; l’uno alle ricchezze, l’altro al numero di abitanti; l’uno alla pace, l’altro alle conquiste, si vedrà che le leggi si indeboliscono senza accorgersene, la costituzione si altera, e lo Stato non cesserà d’essere agitato fino a quando non sarà distrutto o trasformato, e la natura invincibile non abbia ripreso il suo dominio. »

Ma se la natura è abbastanza invincibile per riprendere il suo dominio, perché Rousseau non ammette che essa non aveva bisogno del Legislatore per prendere il sopravvento fin dall’inizio? Perché egli non ammette che obbedendo alla loro propria iniziativa gli esseri umani si volgeranno spontaneamente verso il commercio su dei fiumi larghi e comodamente navigabili, senza che un Licurgo, un Solone, un Rousseau si immischino col rischio di sbagliarsi? In ogni caso, si comprende la terribile responsabilità che Rousseau fa cadere sugli inventori, istitutori, direttori, legislatori e manipolatori di Società. Allo stesso modo egli è molto esigente verso di loro.

« Colui che osa avventurarsi nell’impresa di educare un popolo deve sentirsi nella situazione di modificare, per così dire, la natura umana, di trasformare ogni individuo che, di per sé stesso, è un tutto perfetto e unico, in una parte di un più grande tutto, di cui questo individuo riceve, in tutto o in parte, la sua esistenza e il suo essere; di alterare la costituzione dell’essere umano per rinforzarla, di sostituire una esistenza parziale e morale all’esistenza fisica e indipendente che abbiamo tutti ricevuto dalla natura. Occorre, in una parola, sottrarre all’individuo le sue forze per affidargliene altre che gli siano estranee…»

Povera specie umana, che faranno della tua dignità i seguaci di Rousseau?

Raynal. – « Il clima, vale a dire il cielo e il suolo, è la prima regola del legislatore. Le risorse di cui dispone gli dettano il compito. È innanzitutto la sua situazione locale che egli deve consultare.
Una popolazione gettata sulle coste marittime avrà delle leggi relative alla navigazione… Se la colonia viene trasferita all’interno, un legislatore deve prevedere sia il loro genere sia il loro grado di fertilità… »

« È soprattutto nella distribuzione della proprietà che si manifesterà oltremodo la saggezza delle leggi. In generale, in tutti i paesi del mondo, quando si fonda una colonia, occorre distribuire le terre a tutti i nuovi abitanti, vale a dire a ciascuno un pezzo di terra sufficiente per il mantenimento della famiglia …»

« In una isola selvaggia, qualora venisse popolata da fanciulli, non si dovrebbe far altro che lasciare sbocciare i germi della verità nei processi di sviluppo della ragione… Ma quando si insedia un popolo già vecchio in un paese nuovo, l’abilità consiste a lasciargli soltanto le opinioni e le abitudini nocive da cui non si può proprio guarirlo e correggerlo. Se si vuole impedire che esse si trasmettano, allora si veglierà sulla seconda generazione attraverso una educazione comune e pubblica dei fanciulli. Un principe, un legislatore, non dovrebbe mai fondare una colonia senza inviarvi prima degli individui saggi per l’istruzione della gioventù…

In una colonia in formazione, tutte le opportunità sono aperte agli interventi del Legislatore che vuole purificare il sangue e i costumi di un popolo. Posto che egli abbia genialità e virtù, le terre e gli esseri umani che egli avrà tra le mani ispireranno alla sua anima un piano della società, che uno scrittore non può mai tracciare se non in maniera vaga e soggetta all’instabilità delle ipotesi, che variano e si complicano con una infinità di circostanze troppo difficili da prevedere e da legare tra loro…»

Non sembra forse di sentire un professore di agricoltura dire ai suoi alunni: «Il clima è la prima regola di cui deve tener conto l’agricoltore? Le sue risorse gli dettano i suoi compiti. È innanzitutto la sua situazione sul campo a cui egli deve attenersi.

Se egli è su un suolo argilloso, deve comportarsi in una certa maniera. Se ha a che fare con un suolo sabbioso, ecco allora come deve procedere. Tutte le strade sono aperte all’agricoltore che vuole diserbare e migliorare il suo suolo. Posto che egli abbia delle capacità, la natura del terreno, i concimi di cui disporrà gli ispireranno un piano di sfruttamento del suolo, che un professore non può mai tracciare se non in maniera vaga e soggetta all’instabilità delle ipotesi, che variano e si complicano con una infinità di circostanze troppo difficili da prevedere e da combinare.»

Ma, sublimi scrittori, cercate di ricordarvi talvolta che questa argilla, questa sabbia, questo concime, di cui voi disponete in maniera così arbitraria, sono degli Esseri Umani, uguali a voi, degli esseri intelligenti e liberi come voi, che hanno ricevuto da Dio, come voi, la facoltà di vedere, di prevedere, di pensare e di giudicare in maniera autonoma!

Mably. – (Egli pensa che le leggi si siano arrugginite col tempo, con l’incuria della sicurezza, e prosegue così):

«In queste circostanze, bisogna convincersi che le forze del governo si sono indebolite. Date loro una nuova tensione (è al lettore che Mably si rivolge), e il male sarà sanato …
Preoccupatevi meno a punire gli errori che a incoraggiare le virtù di cui voi avete bisogno. Attraverso questo metodo voi renderete alla vostra repubblica il vigore della giovinezza. È per non aver avuto conoscenza dei popoli liberi che essi hanno perso la libertà! Ma se lo stato del male è avanzato a tal punto che i magistrati ordinari non vi possano porre rimedio efficace, ricorrete a una magistratura straordinaria, che abbia vasti poteri per un periodo ristretto. L’immaginazione dei cittadini ha bisogno in quel momento di essere colpita…»

E si continua così con queste argomentazioni nel corso di venti volumi.

È esistita un’epoca in cui, sotto l’influsso di tali insegnamenti, che sono la base dell’educazione classica, ciascuno ha voluto porsi al di fuori e al di sopra dell’umanità, per modificarla, organizzarla e istruirla alla sua maniera.

Condillac. – Atteggiatevi, o mio Signore, come un Licurgo o un Solone. Prima di proseguire nella lettura di questo scritto, divertitevi a dare delle leggi a qualche popolo selvaggio dell’America o dell’Africa.
Radicate in dimore fisse questi esseri erranti; insegnate loro a nutrire delle greggi …; operate per sviluppare le qualità sociali che la natura ha posto in essi…

Comandate loro di cominciare a praticare i doveri dell’umanità…

Avvelenate con dei castighi i piaceri che le passioni promettono, e voi vedrete questi barbari, a ogni articolo delle vostre leggi, perdere un vizio e acquisire una virtù.»

« Tutti i popoli hanno avuto delle leggi. Ma pochi tra di loro sono stati felici. Qual è la causa di ciò? È il fatto che i legislatori hanno quasi sempre ignorato che l’obiettivo della società è di unire le famiglie attraverso un comune interesse.»

«L’imparzialità delle leggi consiste in due aspetti: nello stabilire l’uguaglianza delle fortune e nella dignità dei cittadini… Mano a mano che le vostre leggi stabiliranno una maggiore uguaglianza, esse diventeranno più attraenti per ciascun cittadino… Come è possibile che l’avarizia, l’ambizione, la lussuria, l’ozio, l’invidia, l’odio, la gelosia, possano prendere possesso di individui uguali per fortuna e dignità, e ai quali le leggi non lascerebbero alcuna speranza di rompere l’uguaglianza? » (Segue l’idillio.)

« Ciò che vi è stato detto a proposito della Repubblica di Sparta vi deve illuminare grandemente su questo tema. Nessun altro Stato ha mai avuto leggi più conformi all’ordine della natura e dell’uguaglianza.»

Non è sorprendente che i secoli diciassettesimo e diciottesimo abbiano ritenuto il genere umano come una materia inerte in attesa, che riceve tutto, forma, immagine, stimoli, movimento e vita da un grande Principe, da un grande Legislatore, da un grande Genio.
Questi secoli si nutrivano dello studio dell’Antichità, e l’Antichità ci offre in effetti dappertutto, in Egitto, in Persia, in Grecia, a Roma, lo spettacolo di alcuni uomini che manipolano a loro piacere l’umanità asservita attraverso la forza o l’inganno.

Che cosa mostra ciò?
Il fatto che, poiché l’essere umano e la società sono perfettibili, l’errore, l’ignoranza, il dispotismo, la schiavitù, la superstizione, devono accumularsi di più all’inizio dei tempi.

Il torto degli scrittori che ho citato non è quello di aver constatato il fatto, ma di averlo proposto, come regola, all’ammirazione e all’imitazione delle generazioni future. Il loro torto è quello di avere, con una incredibile assenza di senso critico, e sulla base di una convenzione puerile, ammesso ciò che è inammissibile, vale a dire la grandezza, la dignità, la moralità e il benessere di queste società fittizie dell’antichità, di non aver compreso che il corso della storia produce e diffonde la luce della civiltà; che, mano a mano che la civiltà si diffonde, la forza passa dalla parte del Diritto, e la società riprende possesso di sé stessa.