Fare politica.

Dire parole autenticamente rivolte all’altra persona: come può farlo, chi parla in pubblico? Come puoi rivolgerti autenticamente all’altro mentre sai di essere registrato, immortalato, replicabile? Che fanno, le parole dette a un pubblico? Politica?????

Se fare politica è dare parole a un pubblico, allora c’è più politica nella Trilogia della Fondazione di Isaac Aasimov (e negli altri suoi scritti) che nella somma delle vite di tutti i parlamentari e ministri che si sono succeduti e alternati sulle seggiole dei paesi occidentali, i paesi Ocse. Isaac aveva addirittura discusso della fattibilità di un governo mondiale, che temeva si sarebbe presto trasformato in una dittatura autoritaria dominata da un élite di tecnocrati; eppure secondo lui preferibile, anche in una così sconfortante ipotesi, a una quantità di stati inefficienti, malfunzionanti, e in perenne conflitto tra loro.

Se fare politica è dare parole a un pubblico, allora la politica divide. Così: lo fa naturalmente, per sopravvivere… e se non dividesse, la politica di parole al pubblico scomparirebbe. Non sarebbe più politica. Partire, dicevano i latini: dividere, fare in parti. I partiti, i divisi.

Se fare politica è dare parole a un pubblico, al pubblico, allora le parole dell’anti-politica unirebbero, anziché dividere. E lo stesso farebbero le parole del non-partito: includerebbero, e non escluderebbero mai qualcuno. Nemmeno Forminchioni. Nemmeno i tesserati a un partito.

Quindi, giocoforza, fare politica non è dare parole a un pubblico. E non lo è mai stato. Tranquilli, ministri e parlamentari di tutta l’Ocse, e aspiranti tali: il buon Isaac Aasimov non ha mai fatto politica. E non c’è mai stato nemmeno un secondo di politica nei miliardi di ore di tribune politiche e talk shows faziosi o super partes, pilotati o democratici. E men che meno una riga di politica nei fantastiliardi di fondi, dossier, servizi e pareri impressi su pagine di carta e pagine virtuali. Nemmeno nelle canzoni degli Inti-Illimani, di Patti Smith o di Francesco Guccini: nemmeno una nota di politica.

Fare politica è solamente scegliere in silenzio e solitudine, una scelta libera e informata, da cui non si torna indietro. Tra (a) lo Stato mi rappresenta e mi governa, poiché appartengo al territorio che gli compete, e mi riconosco in questo Stato, disposto a farmi da parte di fronte alla comunità. Oppure (b), lo Stato non mi rappresenta, e quindi nemmeno mi governa. Fatta questa scelta, tutto il resto (incluso il voto) non è fare politica: è dare parole al pubblico, quasi sempre seguendo la sintassi indecente della retorica… dividendo, e rinunciando a rivolgere parole autentiche all’altro.

Medicina per la crisi.