Gilgamesh e il traghettatore di Utanapishtim

Quando Gilgamesh udì ciò, prese l’ascia al suo fianco, sfoderò la spada dalla sua guaina,
si inoltrò nel bosco e scese incontro ad esse (=le stele);
come una freccia egli si buttò tra queste.
In mezzo al bosco si udì un boato, Urshanabi guardò e scorse l’essere splendente;
prese quindi un’ascia e lo affrontò:
con essa colpì la sua testa, la testa di Gilgamesh.
Lo prese per le braccia e gli mise i piedi sul petto.
E le stele di pietra della nave, senza le quali non sono percorribili le acque di morte, e il grande mare;
nel fiume furono trattenute.
Egli le colpì e le buttò nel fiume.
[ ] nave, e [ ] sulla sponda.
Gilgamesh così parlò a lui, ad Urshanabi il battelliere:
“sono entrato, a te”.
Urshanabi parlò allora a lui, a Gilgamesh:
“Perché le tue guance sono così emaciate e la tua faccia stanca?
Perché il tuo cuore è così confuso e il tuo sguardo assente?
Perché regna angoscia nel profondo del tuo essere?
Perché la tua faccia è simile a quella di uno che ha viaggiato per lunghe distanze?
Perché la tua faccia porta i segni del caldo e del freddo,
e indossando soltanto una pelle di leone, tu vaghi nella steppa?
Gilgamesh così parlò a lui, ad Urshanabi il battelliere:
“Non dovrebbero le mie guance essere così emaciate e la mia faccia stanca?
Non dovrebbe il mio cuore essere così confuso e il mio sguardo assente?
Non dovrebbe regnare angoscia nel profondo del mio essere?
Non dovrebbe la mia faccia essere simile a quella di uno che ha viaggiato per lunghe distanze?
Non dovrebbe la mia faccia portare i segni del caldo e del freddo,
e indossando soltanto una pelle di leone, non dovrei io vagare nella steppa?
L’amico mio, il mulo imbizzarrito, l’asino selvatico delle montagne, il leopardo della steppa, Enkidu, l’amico mio, il mulo imbizzarrito,
l’asino selvatico delle montagne, il leopardo della steppa, noi, dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna abbiamo
catturato il Toro celeste e lo abbiamo ucciso, abbiamo abbattuto Khubaba, che viveva nella Foresta dei Cedri, abbiamo ucciso nei passi di
montagna i leoni, l’amico mio che io amo sopra ogni cosa, che ha condiviso con me ogni sorta di avventure, Enkidu che io amo sopra ogni
cosa, che ha condiviso con me ogni sorta di avventure, ha seguito il destino dell’umanità.
Per sei giorni e sette notti io ho pianto su di lui, fino a che un verme non è uscito fuori dalle sue narici.
Io ho avuto paura della morte, ho cominciato a tremare e ho vagato nella steppa.
La sorte del mio amico pesa su di me:
per sentieri lontani ho vagato nella steppa.
per vie lontane ho vagato nella steppa.
Come posso io essere tranquillo, come posso io essere calmo?
L’amico mio che amo è diventato argilla;
ed io non sono come lui? Non dovrò giacere pure io e non alzarmi mai più?”.
Gilgamesh così parlò a lui, ad Urshanabi il battelliere:
“Ora, o Urshanabi, qual è la via per arrivare da Utanapishtim?
Indicami la direzione, qualunque essa sia.
Dammi le coordinate;
se è necessario attraverserò il mare, se no, vagherò nella steppa”.
Urshanabi così parlò a lui, a Gilgamesh:
“Le tue mani, o Gilgamesh, sono incapaci di portarti attraverso il mare, tu hai abbattuto le stele di pietra e le hai buttate nel fiume;
le stele di pietra sono abbattute e queste sono allontanate.
Prendi ora un’ascia, o Gilgamesh, al tuo fianco;
va’ giù nel bosco e taglia pali di trenta metri ognuno;
spiana i tronchi e applica dei pomelli su di essi, portali quindi a me”.
Quando Gilgamesh udì ciò, prese un’ascia al suo fianco, sfoderò la spada dalla sua guaina, scese giù nel bosco e tagliò pali di trenta metri
ognuno, egli li spianò ed applicò dei pomelli, li portò quindi ad Urshanabi;