I Barbari sono dietro l’angolo


Solo sconvolgendo gli imperativi del tempo e dello spazio sociali si possono immaginare nuovi rapporti e nuovi ambienti.
Il vecchio filosofo diceva che si desidera solo sulla base di ciò che si conosce.
I desideri possono cambiare solo se cambia la vita che li fa nascere.

Per parlare chiaro, l’insurrezione contro i tempi e i luoghi del potere è una necessità materiale e allo stesso tempo psicologica.

Bakunin diceva che le rivoluzioni sono fatte per tre quarti di fantasia e per un quarto di realtà. Quello che importa è capire da dove nasce la fantasia che fa scoppiare la rivolta generalizzata. Lo scatenarsi di tutte le cattive passioni, come diceva il rivoluzionario russo, è la forza irresistibile della trasformazione. Per quanto tutto ciò possa far sorridere i rassegnati o i freddi analisti dei movimenti storici del capitale, potremmo dire – se siffatto gergo non ci fosse indigesto – che una simile idea della rivoluzione è estremamente moderna. Cattive, le passioni lo sono in quanto prigioniere, soffocate da una normalità che è il più freddo dei gelidi mostri.

Ma cattive lo sono anche perché la volontà di vita, piuttosto che scomparire sotto il peso di doveri e maschere, si trasforma nel proprio contrario. Costretta dalle prestazioni quotidiane, la vita rinnega se stessa e riappare in figura di servo; alla disperata ricerca di spazio, essa si fa presenza onirica, contrazione fisica, tic nervoso, violenza idiota e gregaria.

L’insopportabilità delle attuali condizioni di vita non è forse denunciata dalla diffusione massiccia di psicofarmaci, questo nuovo intervento dello Stato sociale? Il dominio amministra ovunque la cattività prendendo a giustificazione quello che invece è un suo prodotto, la cattiveria. L’insurrezione fa i conti con tutte e due.

Se non vuole ingannare se stesso e gli altri, chiunque si batta per la demolizione del presente edificio sociale non può nascondere che la sovversione è un gioco di forze selvagge e barbare. Qualcuno li chiamava Cosacchi, qualcun altro teppe, in pratica sono gli individui a cui la pace sociale non ha sottratto la propria collera.

Ma come creare una nuova comunità a partire dalla collera? Che la si faccia finita con gli illusionismi della dialettica. Gli sfruttati non sono portatori di alcun progetto positivo, fosse pure la società senza classi – (tutto questo assomiglia troppo di presso allo schema produttivo). La loro unica comunità è il capitale, a cui possono sfuggire solo distruggendo tutto ciò che li fa esistere in quanto sfruttati: salario, merci, ruoli e gerarchie. Il capitalismo non getta le basi del proprio superamento verso il comunismo – la famosa borghesia «che forgia le armi che la metteranno a morte» –, bensì quelle di un mondo degli orrori.

Gli sfruttati non hanno nulla da autogestire, se non la propria negazione in quanto sfruttati. Solo così assieme ad essi scompariranno i loro padroni, le loro guide, i loro apologeti variamente agghindati. In questa «immensa opera di demolizione urgente» si deve trovare, subito, la gioia.

“Barbaro”, per i Greci, non indicava solo lo straniero, ma anche il “balbuziente”, come veniva definito con disprezzo colui che non parlava correttamente la lingua della polis. Linguaggio e territorio sono due realtà inseparabili. La legge fissa i confini che l’ordine dei Nomi fa rispettare. Ogni potere ha i propri barbari, ogni discorso democratico ha i propri balbuzienti.

La società della merce vuole bandire – con l’esclusione e il silenzio – la loro ostinata presenza come se fosse un nulla.

Su questo nulla la rivolta ha posto la sua causa.

L’esclusione e le colonie interne, nessuna ideologia del dialogo e della partecipazione potrà mai mascherarle del tutto.

Quando la violenza quotidiana dello Stato e dell’economia fa esplodere la parte cattiva, non ci si può stupire se qualcuno mette i piedi sul tavolo e non accetta discussioni.

Solo allora le passioni si scrollano di dosso un mondo di morte.

I Barbari sono dietro l’angolo.