I miti della dottrina sociale

L’essere umano è un fertile creatore di miti, soprattutto quando non è in grado di offrire una spiegazione razionale al verificarsi di un fenomeno.

Questa è, in realtà, una strategia interessante e astuta in quanto elimina incertezze e dubbi che potrebbero ingenerare ansietà.

Questa strategia è stata impiegata in passato nella spiegazione di fenomeni fisici, attribuendo agli Dei o a qualche entità misteriosa il potere di generare accadimenti. Essa ha funzionato fino a quando gli esseri umani sono stati capaci, attraverso l’osservazione e la sperimentazione, a fornire risposte sempre più accurate e efficaci ad un numero crescente di eventi terreni.

Ad ogni modo, vi è una zona di conoscenze in cui le credenze che non hanno fondamento su fatti, persistono e abbondano tuttora.

Questa zona è la riserva di caccia delle cosiddette scienze sociali in cui gli scienziati sociali sono restii o incapaci di affrontare la realtà e quindi si rifugiano in miti sorti nel corso del tempo e che essi trasmettono alle generazioni future.

Cerchiamo di esaminare alcuni dei miti più comuni.

Epopee
Nel preparare e consolidare la formazione dello stato moderno, le persone (i governanti e i loro soggetti) hanno prodotto saghe, vale a dire narrazioni fantastiche concernenti le loro lotte per l’indipendenza e l’emancipazione.

A questo scopo, i fatti sono stati abbelliti e gli obiettivi sono stati presentati in modo tale che l’instaurazione di ogni stato nazionale apparisse come un episodio non solo della liberazione del popolo da un potere straniero ma anche come un aspetto della emancipazione dell’intera razza umana.
Abbiamo quindi il mito Americano dei padri fondatori della nazione, coloro che scrissero la Dichiarazione di Indipendenza (1776) in cui si afferma solennemente che “tutti gli uomini sono creati uguali … dotati di alcuni Diritti inalienabili, … tra i quali la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.” Mentre queste affermazioni venivano espresse, l’uomo che contribuì maggiormente alla redazione del documento, Thomas Jefferson, era il fiero padrone di 5000 schiavi nella sua tenuta di Monticello in Virginia.

Per quanto riguarda la libertà di parola, di commercio e altro, non passarono molti anni prima che il nuovo stato federale intervenisse con costrizioni e vincoli nei confronti degli individui.
Già nel 1798 il Congresso aveva introdotto le “leggi contro le sedizioni” che condannavano come un crimine qualsiasi discorso o scritto contro il Governo, il Congresso o il Presidente.

Nel 1821 un Rapporto del Congresso già si pronunciava a favore della introduzione di tariffe per proteggere gli industriali; e, a partire da allora, pur con cambiamenti e ripensamenti, notevoli barriere doganali sono state innalzate nella mitica terra del libero commercio.
Altre pratiche che, ad un occhio critico, avrebbero dovuto scuotere profondamente da tempo il caro mito della Rivoluzione Americana sono:

– l’introduzione, all’interno del paese, del sistema delle prebende (“spoils system”), che significa che i rappresentanti eletti a cariche statali si ritengono in diritto di appropriarsi di ampie quote di risorse della comunità per loro e per i loro associati e sostenitori;

– l’assunzione, verso l’esterno, di un atteggiamento imperialistico non appena la ex-colonia cessò di essere un cucciolo politico diventando un mastino sulla scena mondiale.

Nonostante questi e altri avvenimenti, inconsistenti con il messaggio originale, la mitologia di un Nuovo Mondo fatto di Libertà e di Felicità è ancora, per certi aspetti, nella mente di molte persone, debitamente coltivata da ogni successiva generazione di americani.

Lo stesso si può affermare per quanto riguarda il mito della Rivoluzione Francese. Essa è raffigurata come la rivoluzione che ha posto fine al feudalesimo e ha avviato il mondo nell’era contemporanea dominata dall’illuminismo e dal razionalismo.

In realtà, dopo alcuni mesi di lotta e di fervore rivoluzionari, la Rivoluzione Francese si trasformò in uno scontro per il potere statale tra vari gruppi illiberali al cui confronto l’assolutismo del re Luigi XVI può essere considerato come un paternalismo molle e di scarso effetto.

La Rivoluzione Francese, al di là di ciò che affermano gli storici di orientamento statale, non segna il passaggio dal feudalesimo alla società borghese ma la trasformazione del feudalesimo in statismo, che non è altro che un feudalesimo centralizzato e organizzato burocraticamente su più larga scala, sotto le insegna del “dispotismo della libertà”.

“Il moderno radicale è un Giacobino rabbioso, centralista e statalista.”
(Piotr Kropotkin, Lo Stato. Il suo ruolo storico, 1897)

Un’altra saga potente è stata quella della Rivoluzione Russa, la cosiddetta rivoluzione socialista che doveva costruire l’Uomo Nuovo e la Nuova Società, mettendo fine a qualsiasi sfruttamento e ineguaglianza. Nulla di tutto ciò ha mai iniziato a materializzarsi in Russia dopo la Rivoluzione.

Eppure giornalisti amanti dell’avventura (come John Reed) e una schiera di intellettuali e di agitatori da salotto, si sono impegnati a diffondere il mito della Rivoluzione Proletaria e dei suoi profeti.

Va da sé che, fin dall’inizio, il mito non aveva alcun fondamento teorico nel marxismo né rifletteva quello che avveniva nella realtà.

Per quanto riguarda i suoi profeti e capi, Lenin, Trotsky, Stalin e i suoi successori, essi erano molto più autoritari e efficaci nelle loro attività omicide (più di 60 milioni di persone uccise sotto il regime comunista in Unione Sovietica durante il periodo 1917-1987) che non il debole zar Nicola II o qualsiasi autocrate del passato, incluso Ivan il terribile.

Potremmo continuare con altri miti relativi alle lotte per la libertà e l’indipendenza che hanno portato alla instaurazione dei nuovi stati, e scopriremmo lo stesso modello: ben presto la lotta perse qualsiasi motivazione idealistica per l’emancipazione dell’individuo e divenne uno scontro ordinario per il potere statale, con milioni di morti (ad esempio, tra 65 e 70 milioni di persone uccise sotto il compagno Mao nella Cina a regime comunista).

Nonostante ciò, grazie agli scritti degli storici nazionali e di altri scienziati sociali schierati con il nuovo potere, la lotta, nonostante tutti questi sviamenti e atrocità, ha continuato ad essere celebrata come un esempio luminoso del genio di un popolo alla ricerca della libertà e del progresso.

Eroi
Oltre alle epopee prodotte e promosse dagli scienziati sociali nazionali, sono stati creati anche eroi nazionali o interi gruppi sociali sono diventati eroi dotati di qualità sovrumane e a cui sono tuttora attribuite o assegnate missioni di progresso.

In riferimento agli eroi nazionali, è appropriato rimarcare il fatto che essi sono considerati eroi solo perché la loro parte ha prevalso; a motivo di ciò, le loro azioni violente sono state celebrate invece di essere condannate. Se gli esiti fossero stati diversi essi sarebbero stati dimenticati o addirittura esecrati.

Infatti, la persona che uno schieramento considera un martire o un combattente per la libertà è vista dall’altra parte, con tutta probabilità, come un agitatore pericoloso o addirittura un terrorista.
Nel corso del XX secolo, specialmente sotto l’influsso di Marx, molti scienziati sociali (storici, sociologi, ecc.) sono stati inclini ad attribuire le qualità di eroi a interi gruppi considerati come classi sociali omogenee (la borghesia, il proletariato).

Ad esempio, secondo Marx ed Engels, la borghesia è stata una classe prodigiosa che ha “prodotto meraviglie che superano di gran lunga le piramidi Egiziane, gli acquedotti Romani e le cattedrali Gotiche.” (Karl Marx-Friedrich Engels, Il Manifesto dei Comunisti 1848).

Nella loro concezione, questa classe straordinaria sarebbe stata soppiantata da un’altra classe, il proletariato, destinata ad una missione ancora più elevata e a realizzazioni ancora più grandiose.

Comunque, se rimaniamo ai fatti storici, scopriamo che, già nel Medio Evo, la borghesia (vale a dire la classe produttiva che viveva nei borghi cittadini) aveva cessato di essere questa classe meravigliosa e progressista ed era preoccupata soprattutto ad introdurre restrizioni alla libertà di produzione (ad es. limitando l’apertura di nuove botteghe) e al commercio (ad es. controllando l’accesso di beni dal contado).

Se facciamo riferimento al ruolo progressista che la borghesia industriale (la classe economicamente produttiva), a detta di molti storici, avrebbe svolto nell’ambito della Rivoluzione Francese, è sufficiente affermare che la maggior parte dei membri del Terzo stato (578 in totale) erano proprietari terrieri che esercitavano alcune cariche pubbliche o individui appartenenti alle professioni liberali (di cui 180 erano avvocati). Persino Robespierre, il cui nome per esteso è Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, tradisce la sua origine dalla piccola nobiltà di Arras e, con la sua professione di avvocato, fa comprendere l’origine del suo orientamento legalista e formalista.

Questi sono stati i veri protagonisti e beneficiari della rivoluzione, non una rivoluzione della borghesia ma della burocrazia guidata da avvocati e esperti in arti giuridiche. Sono questi colo che hanno scalato la vetta del potere del nuovo stato come governanti e alti burocrati al centro (Parigi) e alla periferia (nei Dipartimenti).

La borghesia non ha messo in moto nemmeno la Rivoluzione Industriale a meno di non includere sotto la qualifica di borghesi persone e inventori di ogni estrazione sociale quali il barbiere Arkwright (utilizzo del telaio ad acqua nell’industria cotoniera), l’orologiaio Watt (invenzione della macchina a vapore) e una schiera di lavoratori nelle campagne che hanno contribuito con la loro volontà e creatività a impiantare molti laboratori industriali e ad introdurre molti miglioramenti meccanici.

Un ruolo importante lo svolsero anche i grandi proprietari terrieri che introdussero nelle loro tenute ogni sorta di innovazioni tecnologiche e contribuirono, con l’incremento della produzione agricola, a quella Rivoluzione Agraria che precede e stimola la Rivoluzione Industriale. E, alla fine ma non meno importanti vi sono gli artigiani e i piccoli proprietari terrieri che, nel corso del tempo, diventeranno la massa degli imprenditori e produttori industriali in Inghilterra.

In breve, in ogni caso troviamo persone reali prese da ogni condizione sociale, senza che vi sia una traccia sostanziale di un mitico gruppo o di una mitica classe.

Una argomentazione simile può essere avanzata anche per quanto concerne il proletariato, poderosa invenzione soprattutto della fertile mente di Marx e del suo amico imprenditore Engels.

Fare piazza pulita del concetto di proletariato non significa certo cancellare l’esistenza di milioni di lavoratori industriali ma solo sottolineare il fatto che, utilizzando quel concetto, accettiamo di porre sotto la stessa insegna individui con un retroterra culturale differente, che hanno avuto esperienze personali differenti e che, con tutta probabilità, seguiranno percorsi esistenziali differenti (ad es. rimanendo sempre nella stessa posizione lavorativa o emergendo come tecnici specializzati o anche diventando piccoli e grandi imprenditori).

Infatti, è accaduto che molti che sarebbero stati i migliori rappresentanti del proletariato (se fosse esistito come classe) ne sono ben presto usciti per diventare scienziati (Faraday), scrittori (D. H. Lawrence), industriali e banchieri (Carnegie), insomma tutto tranne che proletari.

Inoltre, molti di coloro che sono rimasti all’interno del cosiddetto proletariato (e cioè i lavoratori manuali dell’industria) sono diventati sempre più preoccupati nel bloccare qualsiasi miglioramento tecnologico che potesse compromettere la loro posizione economica (anche se poteva migliorare la condizione di altri) piuttosto che adempiere alla loro presunta missione rivoluzionaria di progresso

“Il sindacato operaio Americano è più l’espressione corporative della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto ‘progressivo’.”
(Antonio Gramsci, Americanismo e Fordismo, 1929-1935)

Per queste ragioni è difficile accettare, come valido strumento cognitivo, l’idea che esista una classe omogenea chiamata proletariato. Inoltre non è per nulla saggio, dal punto di vista dell’individuo, assegnare a una qualsiasi categoria o classe indistinta di produttori la missione di trasformare per il meglio la società e quindi anche noi stessi. Infine, è un errore storico conferire questo compito ad un gruppo di persone molte delle quali sono addirittura in ansia riguardo alla trasformazione dei processi lavorativi per paura di perdere il posto di lavoro o di essere retrocessi nella loro professione, sostituiti da una macchina o da metodi produttivi più avanzati.

Questo errore di dimensioni colossali potrebbe essere anche un inganno voluto e utile, considerando che la maggior parte dei sostenitori del proletariato non erano essi stessi proletari ma hanno continuato a usare il concetto, che li faceva apparire socialmente progressisti, soprattutto per realizzare le loro aspirazioni di potere e di prestigio politici.

Santi
Oltre ad eroi inventati abbiamo anche santi inventati.
I santi sono coloro che non commettono mai alcun male, soffrono privazioni e ingiustizie non per colpa loro e quindi il loro comportamento non può essere sottoposto a serio scrutinio o addirittura criticato perché ciò equivarrebbe ad assumere un atteggiamento cinico o del tutto blasfemo. Nel cuore e nella mente degli scienziati sociali, che hanno preso il posto dei religiosi come nuova voce morale, i diseredati e gli emarginati sono diventati i nuovi santi, per i quali essi sentono l’obbligo di agire da patrocinatori e da portavoce.

I diseredati sono soprattutto coloro che vivono nei paesi sottosviluppati, chiamati in blocco e per semplicità, il Terzo Mondo.

Gli emarginati sono soprattutto coloro che vivono nei paesi sviluppati, e sono quanti non hanno avuto fortuna nel lavoro e nella vita, sono scarsamente istruiti, spesso disoccupati e a carico dell’assistenza pubblica.

Il fatto che gli scienziati sociali si pongano, per lo più, dalla parte degli individui più deboli delle società mondiali non è certo qualcosa di criticabile, nemmeno da un punto di vista scientifico. La scienza è l’attività volta alla identificazione e risoluzione di problemi e l’esistenza di persone che vivono in ambienti sociali disastrosi o che sono soggette a condizioni di vita disumane dovrebbe di certo attrarre l’interesse e provocare l’intervento degli scienziati sociali. Ma il modo in cui ciò è fatto attualmente manca completamente di rigore scientifico.

I popoli del Terzo Mondo, ad esempio, sono trattati come una massa omogenea, senza che vi sia una chiara distinzione tra condizioni e culture, e tra governanti e governati. Si assume che tutti costoro siano stati, per un certo tempo in passato, sfruttati e espropriati delle loro risorse da parte del Primo Mondo (l’Europa). Questa è presentata come la ragione principale della ricchezza del Nord e della povertà del Sud del mondo.

Questa raffigurazione non lascia trapelare nemmeno un accenno di analisi critica e di possibile spiegazione sul perché talune popolazioni abbiano permesso di essere conquistate e assoggettate così facilmente. Per quanto riguarda poi il legame causale tra la ricchezza del Nord e la povertà del Sud, si tace del tutto sul fatto che alcune delle più prospere popolazioni d’Europa o non ebbero mai colonie (ad es. gli Svizzeri, i popoli scandinavi) o le persero ben presto (ad es. i Tedeschi).

Lo stesso approccio falsamente puro ma del tutto disonesto si applica al periodo, abbastanza lungo, che ha fatto seguito all’indipendenza quando la corruzione statale interna ha sostituito l’imposizione statale esterna.

“Chiaramente non è stato il dominio degli europei che ha generato povertà, arretratezza tecnologica, sovrappopolazione o consuetudini dispotiche in Asia e in Africa. Piuttosto, è la precedente esistenza di queste caratteristiche che ha reso possibile il potere degli europei in quei paesi; e non è la partenza degli europei, dopo un periodo così breve di dominazione, che cambierà la natura di quei territori, trasformerà la loro povertà in ricchezza, o creerà all’improvviso la probità nei giudici, la moderazione e lo spirito di servizio negli uomini di governo, o l’onestà negli impiegati statali.”
(Elie Kedourie, Nationalism, 1960)

L’assenza di analisi critica ha portato e ancora porta molti scienziati sociali, soprattutto economisti, ad avanzare proposte assurde per la promozione di una dinamica di sviluppo, e cioè l’aiuto economico dall’esterno e la pianificazione statale all’interno, come se lo sviluppo potesse mai essere un problema di sponsorizzazioni esterne e di alchimia statale.

Queste proposte senza senso degli scienziati sociali contemporanei sono sullo stesso piano di alcune vedute idiote avanzate da precedenti scienziati sociali, vale a dire:

– che l’imperialismo era determinato soprattutto, se non esclusivamente, da ragioni economiche; in realtà molti finanzieri hanno perso denaro nelle colonie ma ad essi fu chiesto dai politici di investire nei nuovi territori in nome di un fantomatico interesse nazionale.

– che i capitalisti industriali stavano facendo enormi profitti esportando capitali e sfruttando la manodopera locale; in realtà praticamente quasi nessuno di essi installò industrie nelle colonie eccetto quando si trattava di estrarre localmente prodotti minerari.

– che la spinta imperialistica dei capitalisti era motivata dalla ricerca di nuovi mercati; in realtà il potere di acquisto delle popolazioni locali era praticamente nullo;

– che i guadagni ottenuti da termini di scambio ineguali sono stati favolosi; in realtà il commercio tra il Primo e il Terzo Mondo è stato quasi inesistente o del tutto trascurabile, ed è ancor oggi relativamente ridotto.

“Nella realtà dei fatti, i finanzieri francesi furono spinti a investire in Marocco nonostante fossero estremamente contrari a ciò, in modo da preparare la strada al controllo politico dello stato francese. Essi sapevano che avrebbero perso i loro soldi, e così avvenne puntualmente. Ma il Marocco divenne un protettorato francese.”
“… vi era scarsa coincidenza tra le zone in cui i capitalisti effettuavano i loro investimenti e i territori annessi politicamente.”
“Il metro di misura [degli imperialisti] era il Potere, non il Profitto. Quando essi litigavano sopra un’area dell’Africa tropicale o si agitavano per una concessione ferroviaria in Cina, il loro scopo era quello di rafforzare i rispettivi imperi, non di beneficiare i finanzieri della City di Londra o della Borsa di Parigi. Hobson ha mostrato che l’imperialismo non ha arricchito la nazione. Dopo una esperienza più lunga, possiamo addirittura dire che non arricchisce nemmeno gli investitori.”
(A. J. P. Taylor, Economic Imperialism, 1952)

“… sembrerebbe che le nazioni tuttora obbediscano alle loro passioni molto più facilmente che ai loro interessi. I loro interessi servono, tutt’al più, come razionalizzazioni per le loro passioni; esse mettono in primo piano i loro interessi in modo da giustificare razionalmente il soddisfacimento delle loro passioni.”
(Sigmund Freud, Thoughts for the Times on War and Death, 1915)

Ma adesso stiamo arrivando alla resa dei conti perché molti scienziati sociali che vivono in maniera confortevole nell’Occidente cosiddetto civilizzato, in presenza di una liberalizzazione economica e di una conseguente crescita del commercio mondiale in cui i popoli del Terzo Mondo incominciano a prender parte, accusano quei produttori di dumping economico e chiedono la protezione dello stato e l’introduzione di barriere commerciali.

I poveri non sono più i santi una volta che essi incominciano a fuoriuscire dalla loro condizione di povertà sussidiata e di attesa passiva di una ciotola di riso o di un assegno dai ricchi o dall’ufficio di assistenza sociale.

Tutto ciò rivela l’atteggiamento sostanzialmente disonesto di molti scienziati sociali che si dichiarano avvocati e sostenitori dei diseredati e degli emarginati fino a quando essi rimangono al loro posto, e cioè diseredati ed emarginati.

Il comportamento degli scienziati sociali verso queste persone è dunque fatto di un paternalismo disgustoso. Ha funzionato finora con risultati devastanti in termini morali in quanto, sfortunatamente, è riuscito a mantenere molti dei presunti “santi” in una condizione di debolezza, da perfetti idioti che chiedono e aspettano continuamente aiuto e assistenza.

Ma le cose stanno cambiando e la prospettiva che i “santi” possano un giorno, molto presto, emanciparsi è una prospettiva buia per molti economisti che lavorano nel Terzo Mondo, per molti assistenti sociali che operano nel Primo Mondo e per tutti gli scienziati sociali che hanno costruito le loro fortune discettando e scrivendo libri sui diseredati e sugli emarginati.

Demoni
Gli scienziati sociali, mentre innalzano alcuni gruppi alla posizione di santi (i buoni) relegano altri nella posizione di demoni (i cattivi). Il fatto che noi tutti potremmo essere buoni e cattivi in circostanze e ruoli differenti, non è nemmeno preso in considerazione dalla mente meccanica e stupidamente semplificatrice della maggior parte degli scienziati sociali.

Data l’importanza da essi attribuita al fattore economico e considerando che gli scienziati sociali sono essenzialmente degli intellettuali con una cultura nazionale e un pubblico nazionale, è abbastanza semplice supporre quali siano i malfattori, cioè i demoni a cui si attribuiscono tutte le malefatte.
Possiamo collocare i demoni in due gruppi:

– Le persone attive. In tale categoria poniamo tutti gli imprenditori/innovatori, specialmente coloro che, avendo avuto successo, hanno raggiunto una posizione di considerevole ricchezza, pur senza godere di favoritismi politici e di protezionismo economico. Sembra che vi sia un atteggiamento quasi congenito degli scienziati sociali, specialmente di coloro che svolgono il ruolo di insegnanti, nell’essere invidiosi di coloro che riescono in attività pratiche di natura economica mostrando una forza di resistenza non comune e la capacità di assumere rischi che qualsiasi persona che preferisce parlare piuttosto che agire troverebbe insostenibile. A questi intellettuali invidiosi si applica molto appropriatamente la notazione sarcastica di Bernard Shaw: “Colui che è capace fa, colui che non è capace insegna (Maxims for Revolutionists, 1903). A questo rilievo potremmo aggiungere che l’insegnamento di coloro che non sono capaci di fare contiene, molto spesso, larghe dosi di disprezzo e di superiorità nei confronti di coloro che sanno fare. In cima alla lista delle persone e dei gruppi attivi visti come demoni troviamo le multinazionali. Agli occhi degli intellettuali nazionali esse assommano la volgarità dei loro scopi, il profitto economico, con il peccato originale di essere straniere, cioè non radicate nella nazione. Le multinazionali sembrano avere, in un certo qual modo, preso il ruolo di oggetto di disprezzo che era un tempo riservato agli Ebrei come entità cosmopolite che non avevano un loro posto fisso nel mondo perfettamente integrato delle società di massa dominate dagli stati nazionali.

– Le persone diverse. Dopo la tragedia dell’Olocausto e la formazione dello stato di Israele dove molti Ebrei hanno trovato rifugio, è diventato inaccettabile, almeno in Occidente, raffigurare gli Ebrei come demoni. L’attenzione si è spostata verso altre categorie considerate come estranee alla cosiddetta società occidentale. Durante il periodo della Guerra Fredda i demoni erano i comunisti o i capitalisti, secondo il potere statale a cui gli intellettuali prestavano obbedienza. Molti intellettuali hanno costruito le loro fortune proclamando la loro sudditanza all’uno o all’altro campo, fino a quando i cosiddetti stati comunisti sono scomparsi. In tempi recenti gli intellettuali hanno rimpiazzato la Guerra Fredda con lo Scontro delle Civiltà e hanno inventato nuovi demoni aventi le sembianze del mondo Musulmano, assegnando la stessa etichetta e le stesse vedute a più di un miliardo di persone. Questo è l’ennesimo esempio della totale grossolanità e disonestà intellettuale degli scienziati sociali nell’utilizzare categorie fuorvianti.

Il diffondere la convinzione dell’esistenza di demoni assolve per lo stato la stessa funzione che tale stratagemma compì quando la Chiesa era il potere supremo: instillare paura per ottenere sottomissione. Le parole minacciose della gerarchia ecclesiastica: “Extra Ecclesiam Nulla Salus” [Fuori della Chiesa non vi è Salvezza], sono diventate, secondo l’insegnamento degli scienziati sociali dell’età dello statismo: “Fuori dello Stato non vi è Sicurezza.”

Dogmi
La Rivoluzione Francese ha innalzato sulle proprie bandiere il motto Liberté – Egalité – Fraternité che è stato assunto, almeno in linea di principio, come valore guida della vita sociale da parte di molte persone civilizzate.

Nel corso del tempo e in diretta relazione all’accesso sempre più ampio a posizioni di potere statale da parte di nuove figure sociali quali avvocati e intellettuali, quel motto sembra essere stato sostituito da uno nuovo basato sui principi di Unité – Identité – Securité.

Questi principi sono diventati i nuovi dogma degli intellettuali di successo, prontamente diffusi da giornalisti in cerca di popolarità e accettati senza obiezioni dall’uomo-massa.
Esaminiamo brevemente il contenuto di questi nuovi dogmi.

Unità = la perpetuazione dello status quo = il branco compatto
Una delle paure maggiori degli scienziati sociali è la rottura dell’unità nazionale. La Balcanizzazione è una parola relativamente abbastanza recente inventata dagli storici con lo scopo di suscitare ansie e timori per un futuro incerto e ostile in cui la geografia politica del mondo è caratterizzata dall’esistenza di molte piccole unità. Per gli scienziati sociali più ambiziosi questo rappresenterebbe la fine di grandi progetti, grandi piani e soprattutto grandi occasioni di impiego e di guadagno.
L’unità è favorita dagli scienziati sociali anche perché richiederebbe il loro intervento ben retribuito per l’integrazione (cioè, manipolazione) delle minoranze nel mare magnum del pensiero e del comportamento convenzionale (cioè, di stampo nazionale).
Il dogma dell’Unità, di cui continuano a farne le spese tutte le minoranze, porta quindi al secondo dogma.

Identità = la conformazione allo status quo = il branco omogeneo
Come già precedentemente sottolineato, gli scienziati sociali sono molto legati alla parola “identità” che ha sostituito del tutto il termine personalità. Secondo il Vocabolario Zingarelli (undicesima edizione, 1983) il primo significato della parola identità è (1) “Uguaglianza completa e assoluta. Sinonimo: coincidenza. Contrario: Differenza, Diversità.” L’attribuzione ad individui del termine identità da parte degli scienziati sociali rivela la loro concezione dell’essere umano come un fenomeno puramente di massa (un oggetto fatto in serie o un dato statistico) che rimane lo stesso nel corso della vita, dopo il periodo iniziale di indottrinamento nella scuola di stato. Il trasformarsi e il differenziarsi potrebbe portare alla introduzione di elementi di incertezza e di rischio che potrebbero compromettere il conseguimento del terzo dogma.

Sicurezza = la salvaguardia dello status quo = il branco protetto
Per l’idiota di massa plasmato dalle idee e dalle vedute degli scienziati sociali di massa, una condizione di sicurezza è ritenuta un fattore di importanza straordinaria. Non stiamo certo qui sottovalutando il valore della sicurezza ma solo sottolineando il fatto che essa non dovrebbe essere perseguita in opposizione ad altri valori (libertà, giustizia, vivibilità, ecc.). Inoltre, quello che è assolutamente bizzarro se non assurdo in questa ricerca di sicurezza è il fatto che, secondo le concezioni propagate dagli scienziati politici e sociali, essa dovrebbe giungere al di fuori del controllo del singolo individuo e soprattutto da una organizzazione che ha operato, più di ogni altra nel corso della storia, nel compromettere proprio la sicurezza e nel distruggere la vita e le risorse di milioni di persone. Per coloro che, manipolati dalle sirene degli scienziati sociali, non avessero ancora afferrato a quale organizzazione ci stiamo riferendo è necessario chiamarla per nome: lo stato.

“Dal punto di vista della psiche il compito che ogni persona può e deve assolvere per sé non è quello di sentirsi sicura, ma quello di essere capace di padroneggiare l’insicurezza senza panico o paura fuori posto.”
“La vita, nei suoi aspetti intellettuali e spirituali, è necessariamente insicura e incerta. L’unica certezza è che siamo nati e che un giorno moriremo.”
“La persona libera è necessariamente insicura; l’essere pensante è necessariamente incerto.”
(Erich Fromm, The Sane Society, 1956)

Sospetti
Prima del consolidamento dello stato nazionale centralizzato, che ficca il naso dappertutto e ha le mani in ogni tasca, esistevano numerose associazioni e gruppi di mutuo soccorso che formavano quella che si usa chiamare la società civile.

Lo stato è riuscito ad eliminare molte di quelle organizzazioni, assumendone il ruolo e la funzione. Adesso vi è soltanto da una parte l’individuo atomizzato e omogeneizzato e, dall’altra, lo stato con il suo potere. L’uguaglianza assai celebrata dagli scienziati sociali contemporanei non è altro che l’uguale debolezza e vulnerabilità dell’uomo comune di fronte allo stato.

Questa condizione generalizzata di impotenza personale rappresenta un terreno fertile per ogni sorta di diffidenze degli individui nei confronti l’uno dell’altro.

Il detto “homo homini lupus” è diventato, dunque, se non una realtà almeno un avvertimento e una preoccupazione costanti nelle menti di molte persone nell’età dello statismo.
L’avvertimento è stato sottilmente articolato dagli scienziati sociali e diffuso in vari modi secondo i loro orientamenti ideologici. Nei loro libri e negli articoli di giornale essi, in genere, indirizzano al pubblico i seguenti messaggi:

– Stai in guardia contro gli altri ma abbi fiducia solo nell’autorità statale.

– Stai in guardia contro una autorità statale straniera ma abbi fiducia solo nella tua autorità nazionale statale.

– Stai in guardia contro una pretesa autorità nazionale statale che vorrebbe subentrare all’attuale governo (cioè l’opposizione) ma abbi fiducia solo nella legittima autorità nazionale statale (il governo) o viceversa.

Tutto ciò appare come il capovolgimento abominevoli, da parte degli scienziati sociali, di un insegnamento di Cristo che risale a duemila anni fa: Chi non è contro di noi è con noi. Questo è un principio di universale razionalità che sorge dall’amore e dall’accettazione di tutti.

Gli scienziati politici e sociali, soprattutto quelli, e ve ne sono molti, che si pongono a difesa di un cosiddetto interesse nazionale e sono sospettosi di ogni cambiamento o miglioramento della situazione di altri, hanno formulato una diversa versione di quell’insegnamento: Chi non è con noi è contro di noi. Questo è uno slogan obbrobrioso basato sul conformismo e sulla violenza nei confronti di tutti coloro che non sono dalla nostra parte, o che non sono disposti a celebrare quando ‘grandi’ (cioè prepotenti) e ‘buoni’ (cioè arroganti) noi siamo.

La diffusione di sospetti riguardo le intenzioni di ognuno, che è un dato tipico del potere (in contrasto con la fiducia che emana personalmente da una autorità morale o da un sapere autorevole) è addolcita e resa accettabile dalla diffusione di illusioni sulla realtà del potere e sulla sfera sociale nella quale gli individui agiscono e interagiscono.

Illusioni
Gli scienziati sociali, incapaci di comprendere e di raffigurare la realtà nella sua vera essenza e dinamica, sono parimenti incapaci di avanzare proposte che non siano altro che soluzioni illusorie.
Essi giocano il ruolo di illusionisti, che ripetono parole e formule magiche che appartengono al passato e si applicavano a realtà passate.

Eppure, molti scienziati sociali contemporanei continuano a fare affidamento ad esse senza compiere il minimo sforzo mentale nell’analizzare il loro significato attuale e la loro ef/blockquotefettiva utilità (a parte quella propagandistica di intorpidire la mente).

Per esempio, democrazia significa, letteralmente, potere del popolo, ma il fatto di avere il permesso, ogni quattro o cinque anni, di decidere su chi saranno i futuri padroni (e vedendo ciò realizzato solo se si è dalla parte della maggioranza) è qualcosa che nessuno scienziato politico degno del suo nome e nel pieno possesso delle sue capacità mentali, dovrebbe caratterizzare come potere del popolo.

E certamente non nel secolo presente, in cui assistiamo e godiamo di notevoli progressi tecnologici che stanno mettendo nelle mani degli individui molto più potere (di informazione, comunicazione, circolazione) di qualsiasi ingannevole rito politico.

“La dottrina democratica è una fonte di produzione ideologica a cui la mente ricorre volentieri per dare un travestimento di tolleranza e di apparente consensualità agli istituti più rudi della coazione statale, generata dalla volontà di potenza dei forti sulle masse.”
(Enrico Leone, Teoria della politica, 1931)

“Ogni votazione è una specie di gioco, come gli scacchi o la tavola reale, con una tinta di moralità, un puntare su ciò che è giusto o sbagliato, coinvolgendo problemi morali; e la scommessa accompagna naturalmente il tutto. Il carattere morale dei votanti non è coinvolto. Io do, forse, il mio voto come ritengo opportuno, ma non sono preoccupato del fatto che ciò che è giusto prevalga. Sono disposto a lasciare tale incombenza alla maggioranza. Gli obblighi di questa, perciò, non vanno mai al di là della pura convenienza. Anche votare per il giusto non vuol dire operare per il giusto. Significa solo esprimere debolmente di fronte agli altri il desiderio che il giusto si affermi. Una persona saggia non lascerebbe ciò che è giusto nelle mani del caso, né vorrebbe che si attuasse attraverso il potere della maggioranza.”
(Henry David Thoreau, On the Duty of Civil Disobedience, 1849)

Per giustificare il mantenimento di questa illusione, molti scienziati sociali e, nella loro scia, molte persone comuni, continuano a ripetere la famosa frase di Winston Churchill: “È stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre che sono state sperimentate.” (Discorso alla Camera dei Comuni, Novembre 1947) Sfortunatamente Churchill non aggiunse la parola “finora”; se lo avesse fatto ci avrebbe risparmiato un insieme di miti idioti sulla democrazia.
Detto ciò, se gli scienziati sociali avessero esaminato attentamente quella frase, avrebbero notato che, ciò che Churchill intendeva dire è che la democrazia è

a. solo una delle tante forme di governo concepite nel corso della storia
b. una cattiva forma di governo
c. accettabile solo perché tutte le altre esistenti quando lui era in vita erano ancora peggio.

Per cui, sentire gli scienziati sociali reiterare lo stesso concetto dopo più di 50 anni dal momento in cui è stato espresso, dovrebbe rappresentare un dato molto preoccupante per tutte le persone creative e di spirito progressista.

Infatti, significa che in passato le persone sono state in grado di introdurre forme di organizzazione sociale più accettabili (o meno cattive) mentre noi siamo completamente incapaci o del tutto impossibilitati a fare ciò perché, secondo gli attuali governanti democratici e i loro intellettuali servi, con la democrazia rappresentativa abbiamo raggiunto il vertice delle umane possibilità.

Questa non è solo un’idea del tutto assurda ma anche una prospettiva del tutto deprimente, considerate le enormi manchevolezze della democrazia rappresentativa.

Facendo riferimento ad altre realtà illusorie come il capitalismo e il libero mercato, qualsiasi scienziato sociale onesto avrebbe dovuto notare molto tempo fa che, anche quando il capitalismo era trionfante, il libero mercato era più un ideale che una realtà. Questo ideale fu alla fine soffocato e sia la produzione che il commercio passarono sotto il controllo (o addirittura sotto la gestione diretta) dello stato.

Continuare a chiamare “capitalismo” e “libero mercato” un sistema economico così ampiamente guidato (vale a dire distorto e ingarbugliato) dallo stato non è soltanto ridicolo ma anche intellettualmente disonesto perché, sotto il mantello di un discorso autorevole, diffonde illusioni oltre che confusioni.
Se per capitalismo gli scienziati sociali intendessero riferirsi ad un sistema economico in cui le persone sono impegnate a far soldi producendo e commerciando, questo è qualcosa che è sempre esistito, molto prima che si inventasse la parola capitalismo.

Questo sarebbe un utilizzo davvero stupido del termine “capitalismo” e dovrebbe gettare il ridicolo su qualsiasi scienziato sociale che volesse impiegarlo in una maniera così idiota.

Ad ogni modo, molti scienziati sociali sono famosi per utilizzare le parole con un significato ambiguo o volutamente offuscato per far credere alle persone che esiste una certa realtà, caratterizzata da certe caratteristiche, mentre, ad un esame più attento, tutto ciò non è altro che un insieme di illusioni create ad arte.

“Le parole democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realistico, giustizia, hanno ognuna di esse parecchi significati differenti che non possono essere riconciliati l’uno con l’altro.”
“Le parole di questo tipo sono usate spesso in una maniera volutamente disonesta.”
“Altre parole utilizzate con significati variabili, più o meno disonestamente nella maggior parte dei casi, sono: classe, totalitario, scienza, progressista, reazionario, borghese, uguaglianza.”
(George Orwell, Politics and the English Language, 1946)

Una delle illusioni più grandi prodotte dagli scienziati sociali fa riferimento all’impiego di fondi raccolti dallo stato in maniera coatta attraverso la tassazione.

Gli scienziati sociali hanno diffuso il mito che la tassazione è un dovere morale come contributo al benessere generale. Questo è, bisogna dirlo, un mito molto conveniente per molti di essi in quanto, dalla tassazione, essi ricavano il loro stipendio.

Ma, a parte ciò, nella realtà dei fatti, storicamente la tassazione fu introdotta per finanziare le guerre. L’ottenimento di fondi dalla gente risultò essere una mossa talmente buona per i politici al governo che le tasse sono rimaste anche in tempo di pace e adesso sono utilizzate per foraggiare una vasta burocrazia, per sostenere e zittire un vasto sottoproletariato (soprattutto nei paesi del Nord Europa), comperando i favori di grossi settori dell’opinione pubblica attraverso l’allocazione di fondi (ai giornali, alle imprese, ecc.). Tutto questo, oltre a finanziare ancora le guerre anche se ora sono chiamate interventi per la diffusione della democrazia.

In sostanza, le risorse rastrellate attraverso la tassazione coatta sono impiegate, in genere, per fini repressivi, parassitari o manipolativi all’interno e all’esterno del paese.

E le tasse devono essere riscosse in maniera obbligatoria non perché, in caso contrario, le persone non contribuirebbero al bene comune (essi fanno ciò in maniera molto ampia attraverso ogni sorta di organizzazione ed evento caritativo); ma perché nessuno, sano di mente, darebbe il suo denaro ad una istituzione come lo stato che ha precedenti così spaventosi nello sprecare le risorse o nell’utilizzarle in modi così distruttivi e sciagurati.

In generale, le illusioni inventate dagli scienziati sociali fanno tutte riferimento, direttamente o indirettamente, al ruolo e alla funzione dello stato. L’obiettivo principale di troppi scienziati sociali è quello di abbellire tale ruolo e funzione e di proteggere questa istituzione da ogni critica, tirando fuori ogni sorta di giustificazioni e di diversivi.

Ecco perché tutti i miti precedentemente messi in luce convergono e conducono direttamente verso il super-mito di ogni discorso sociale popolare: il mito dello stato.