Idiozie sulla libertà

La manifestazione e affermazione della libertà è connessa al processo di individualizzazione dell’essere umano, e cioè alla formazione di personalità specifiche e distinte capaci di funzionare e operare in maniera autonoma e, al tempo stesso, interessate a relazionarsi con il mondo fisico e umano in modo né subordinato né autoritario.

La libertà è quindi una acquisizione di tipo pratico conseguita in maniera autonoma durante il processo di sviluppo della personalità e che porta all’emergere di esseri umani come individui compiutamente maturi e attivi.

Questa immagine razionale e logica della libertà come autonomia degli individui è stata messa da parte ed è finita nella spazzatura a seguito delle elucubrazioni superficiali e contraddittorie di un giovane alla ricerca di popolarità: Jean-Jacques Rousseau.

È a lui che dobbiamo la brillante idea che la libertà dell’individuo consiste nel conformarsi ad una fantomatica volontà generale. In assenza di un piegarsi volontariamente a questa volontà generale, la persona dovrebbe essere “forzata ad essere libera”.

Questa bizzarra idea è stata fatta propria dagli ideologi della Rivoluzione Francese (Robespierre, Saint Just), sistematizzata da alcuni filosofi (Hegel, Bosanquet) e, a partire da quel momento, è stata diffusa così ampiamente e profondamente dagli intellettuali al punto da diventare un pilastro delle credenze popolari.

Le persone sono state ammaestrate a pensare che l’essere forzati ad essere liberi è una scelta altamente progressista e profondamente morale, molto più accettabile del lasciare le persone libere di prendere le loro decisioni, che potrebbero essere molto discutibili o addirittura sgradevoli, come scegliere volontariamente di essere servi di qualcuno.

Per un essere umano indipendente e amante della libertà, l’essere forzati ad essere liberi o l’accettare volontariamente l’asservimento sono entrambe prospettive inconcepibili e da cui non si sente per nulla attratto.

Ad ogni modo, mentre la prima eventualità, sebbene prometta la libertà, porta indubbiamente all’asservimento (la forzata accettazione di una presunta libertà secondo la concezione di un potere esterno), la seconda lascia che la persona decida in piena libertà e non interferisce con le sue libere scelte anche se esse portano alla volontaria rinuncia della libertà.

Paradossalmente è nell’asservimento individuale volontario e non nell’essere tutti forzati ad essere liberi che troviamo davvero attuata la libertà.

Infatti, la libertà non può mai realizzarsi attraverso imposizioni esterne essendo, per definizione, il processo e la pratica di scelte personali autonome.

Include quindi anche la libera decisione di lasciare che altri decidano per noi, ad esempio sottomettendosi liberamente ad una autorità altamente rispettata (come in una congregazione religiosa con i voti di obbedienza al vescovo). Al tempo stesso, la libertà esclude categoricamente e logicamente qualsiasi imposizione, anche se effettuata per il nostro presunto bene.

L’idea che la libertà possa realizzarsi attraverso la forza (e cioè, l’essere costretti ad essere liberi) è quindi una delle più monumentali idiozie mai apparsa sulla faccia della terra.

Sfortunatamente è ancora ampiamente condivisa e praticata al giorno d’oggi da persone che si autoproclamano liberatori e la cui missione dichiarata è di portare la libertà in ogni luogo, come ai tempi di Napoleone. Le baionette sono state rimpiazzate dalle bombe ma il compito di introdurre la “libertà” con la forza e di realizzarla con la costrizione è assolto con un fervore non meno ardente.

“Liberté, que de crimes on commet en ton nom!”
(Frase pronunciata da Marie Jeanne Philipon, conosciuta come Madame Roland, prima di essere ghigliottinata dallo stato francese durante la Rivoluzione, 1793)

“Noi non ci battiamo per la libertà, noi ci liberiamo. Al giorno d’oggi occorre riconquistare una libertà fondamentale, quella della persona. Noi lo faremo non attraverso procedimenti giuridici e petizioni, né attraverso scioperi simbolici, noi non lo faremo strappando promesse a taluni candidati deputati, candidati all’impotenza. Noi lo faremo opponendoci all’aggressione dello Stato borghese.
Ci ricorderemo degli insegnamenti scaturiti da ciò che è avvenuto: La libertà non la si concede, la si prende.”
(Comitato d’Azione, Maggio 1968, Parigi)

Fallacie sulla libertà
Nell’era dell’assistenzialismo statale e dell’uomo-massa, sotto la guida e la tutela dello stato, una nuova concezione riguardante la libertà è stata promossa nelle università e diffusa dai mezzi di comunicazione: l’idea che, nel mondo contemporaneo, la “libertà da” sostituisce la “libertà di” come la vera essenza della libertà reale.

I sostenitori della “libertà da” sostengono la loro tesi iniziando con l’elencare una serie di mali dell’individuo e della società (povertà, ignoranza, violenza, insicurezza, sfruttamento, ecc.) e dichiarano, in maniera abbastanza plausibile e convincente a prima vista, che la vera libertà consiste nell’essere liberi da questi mali (liberi dalla povertà, dall’ignoranza, ecc.).

Quegli intellettuali che si collocano all’interno di questa posizione hanno certamente un compito facile e una facile presa sul pubblico in genere perché è molto difficile per qualsiasi persona essere contro una simile concezione, così pura, onesta e attraente.

Inoltre, dopo decenni di indottrinamento statale e di comfort abbastanza elevato, molte persone hanno iniziato a ritenere che la “libertà dalla insicurezza economica” sia un qualcosa di maggiore valore rispetto alla libertà di imbarcarsi in progetti rischiosi che potrebbero portare, nella peggiore delle ipotesi, alla spiacevole libertà di perdere ogni bene.

Ad ogni modo, se ci imbarchiamo in un esame più approfondito dell’argomento, la “libertà da” così attraente e convincente si rivela per quello che essa davvero è: una fallacia totale che non ha nulla a che vedere con la libertà (eccetto nell’uso del termine) e i cui fini ed esiti dovrebbero essere elencati sotto altre voci quali conoscenza, ricchezza, sicurezza, ecc. ma certamente non libertà.

In altre parole, la libertà dall’ignoranza significa conoscere, la libertà dalla fame significa essere sazi, la libertà dall’insicurezza significa vivere in un ambiente senza pericoli o sentirsi sicuri, e così via. Nessuna di queste cosiddette “libertà da” può essere confusa con la libertà o può significare godimento della libertà, a meno che non vogliamo confondere la materia e trarre in inganno le persone.

Ad esempio, Antonio Gramsci e Nelson Mandela hanno passato in carcere venti anni della loro vita anche se erano entrambi liberi dall’ignoranza (essendo persone abbastanza istruite) o, forse, proprio per questo.

E a pensarci bene, non molti sono più libero dai morsi della fame dell’ergastolano che sa che ogni giorno, alla stessa ora, egli riceverà il suo pasto dal personale della prigione, oppure la persona che giace gravemente ammalata o invalida in un letto di ospedale, ed è nutrita automaticamente da una macchina e potrebbe essere tenuta in vita per un periodo lunghissimo.

E per quanto riguarda la sicurezza, chi è più libero dai rischi e dai pericoli della vita del malato mentale che è rinchiuso in una stanza con le pareti imbottite o è rigidamente ristretto da una camicia di forza perché non si faccia male in alcun modo?

Per cui, come mostrato da questi esempi, la tanto celebrata “libertà da” è soltanto un ingannevole imbroglio, messo in atto da scienziati sociali “progressisti” che operano in stretto contatto con i governanti statali al fine di portare le persone a credere di essere libere mentre sono tenute al guinzaglio, e questo per il solo fatto di essere anche grassi e pasciuti.

“L’accettazione cosciente delle difficoltà ha sempre distinto la vita dell’uomo da quella degli animali domestici: galline pecore giornalisti-ufficiosi pappagalli e simili.”
(Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, 1938)

“Michelangelo, attuando i precetti della psicologia, avrebbe dovuto seguire le raccomandazioni del padre ed entrare nel commercio della lana, risparmiandosi quindi una vita di preoccupazioni continue, sebbene ciò avrebbe significato lasciare la Cappella Sistina senza alcun dipinto.”
(Ludwig von Bertalanffy, General System Theory, 1968)

Una volta che abbiamo sbarazzato il campo da questa fallacia, è possibile trattare il problema della libertà in termini razionali e non semplicemente emotivi. Ci rendiamo allora conto che la cosiddetta “libertà da” presuppone (cioè si basa) sulla “libertà di”. Il altre parole, la “libertà da” dovrebbe essere il risultato della “libertà di”, vale a dire della libertà di ognuno e di tutti di agire in maniera autonoma e volontaria in vista del proprio benessere fisico e psicologico, se ciò è quello che una persona vuole e nelle maniere in cui essa lo vuole.

“La sola libertà che merita tale nome è il perseguire il proprio bene a modo proprio.”
(John Stuart Mill, On Liberty, 1859)

Noi possiamo parlare di libertà in relazione alla conoscenza, alla sicurezza, alla prosperità e così via solo quando questi obiettivi sono il risultato della libera attività dell’individuo (libertà di agire per il perseguimento della conoscenza, della sicurezza, della prosperità). Altrimenti, affermare che uno è libero dall’ignoranza, dall’insicurezza, dall’indigenza, dovrebbe essere preso solo come un modo di dire; infatti, in tutti i casi sopra menzionati l’uso dell’aggettivo libero non è né rilevante né appropriato per un discorso sulla libertà. Allo stesso modo potremmo parlare di una persona che è libera da problemi di cattiva digestione, e lo faremmo in riferimento al suo metabolismo e allo stato del suo intestino e non certo alla sua condizione personale di libertà o di mancanza di libertà.

In ogni caso, la posizione idiota della “libertà da” sostenuta anche da persone ben intenzionate, è totalmente assurda se la liberazione dai mali non è il risultato conseguito da esseri umani che godono della “libertà di” agire, muoversi, sperimentare. In altre parole, se non è il risultato della libertà.

Ambiguità sulla libertà
Gli scienziati sociali hanno utilizzato la parola libertà in una modo molto inappropriato, opponendola scorrettamente o associandola falsamente ad altri concetti e pratiche.

Per quanto riguarda antitesi errate abbiamo, ad esempio:

– Libertà contro uguaglianza.
In tempi anche abbastanza recenti studiosi di politica hanno scritto saggi nei quali essi raffiguravano la lotta politica degli ultimi secoli come uno scontro tra i sostenitori della libertà (promossa dai ceti alti) e i sostenitori dell’uguaglianza (promossa dai ceti bassi). Oltre a precisare che questa visione non corrisponde, in moltissimi casi, al vero, è necessario sottolineare che non vi è una opposizione intrinseca tra la libertà e l’uguaglianza se entrambi i concetti sono presi in un senso appropriato. Il che vuol dire che la libertà non è certamente lo spintonarsi e calpestarsi a vicenda e l’uguaglianza non è sicuramente l’essere identici l’uno all’altro.

“La libertà positiva in quanto auto-realizzazione implica la piena affermazione dell’unicità dell’individuo.”
“L’unicità del proprio io in nessun modo contraddice il principio di uguaglianza. La tesi che gli esseri umani nascono uguali implica che tutti condividono le stesse qualità umane fondamentali, che essi condividono sostanzialmente la stessa sorte degli esseri umani, che tutti hanno le stesse aspirazioni inalienabili alla libertà e alla felicità. Inoltre significa che la loro relazione è di tipo solidale, non di dominio-sottomissione. Quello che il concetto di uguaglianza non significa è che tutti gli esseri umani sono identici.”
(Erich Fromm, Escape from Freedom, 1941)

– Libertà contro sicurezza.
In tempi recenti gli scienziati sociali, istigati dagli uomini politici, hanno sbandierato nuovamente la contrapposizione familiare tra la libertà e la sicurezza. Ci viene detto, in maniera molto “autorevole” che per garantire la sicurezza dobbiamo accettare una restrizione alla libertà di ognuno. Nella realtà dei fatti, la restrizione non coinvolge i governanti statali i quali hanno (o meglio si concedono) mano libera nello sbarazzarsi della libertà di tutti gli altri. E questo non preannuncia nulla di buono non solo per la libertà ma anche per la sicurezza delle persone comuni, come è stato mostrato più e più volte dagli avvenimenti della storia.

“Coloro che sarebbero disposti a cedere libertà fondamentali per ottenere un po’ di sicurezza temporanea non meritano né l’una né l’altra.” (Benjamin Franklin, 1759)

Per quanto riguarda associazioni false abbiamo, ad esempio:

– Libertà e democrazia.
Almeno fin dai tempi di Tocqueville, gli scienziati sociali sono stati messi in guardia riguardo all’aspetto tirannico costituito dalla democrazia rappresentativa basata sulla maggioranza. Nonostante ciò, molti di loro, del tutto ignari dei suoi tratti autoritari e dispotici, continuano a discettare di quanto meravigliosa sia la democrazia e continuano a sostenere la falsa associazione tra democrazia e libertà. Gli eventi storici non danno sostegno a questa associazione ed infatti la pratica della democrazia attraverso il processo elettorale ha rappresentato la fonte di casi mostruosi di soppressione della libertà (ad esempio, l’ascesa al potere del Partito Nazional Socialista in Germania nel 1933 come partito di maggioranza relativa). Ad ogni modo, anche se consideriamo tali fatti soltanto come istanze estremamente negative di un meccanismo generalmente benefico (cioè, il processo democratico), è necessario far notare che equiparare la libertà con la possibilità di scegliere i propri padroni (chiamati rappresentanti) una volta ogni tanti anni, riduce il concetto di libertà ad una realtà estremamente deprimente e avvilente.

“Che cos’è dunque una maggioranza se non un individuo che ha opinioni e assai di sovente interessi contrari ad un altro individuo che si chiama la minoranza? O, se ammettete che una persona rivestita di ogni potere possa abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettere che la stessa cosa possa avvenire per una maggioranza? Le persone, riunendosi, cambiano forse di carattere? Diventano più tolleranti di fronte agli ostacoli diventando più forti? Per quanto mi riguarda, ho difficoltà a crederlo; e il potere di intervenire su tutto che mi rifiuto di concedere a uno solo dei miei simili, non lo concederei mai ai molti.”
(Alexis de Tocqueville, De la démocratie en Amérique, vol. I, 1835)

– Libertà e moralità.
Coloro che associano la libertà con la moralità rendono (volontariamente o involontariamente) un disservizio ai sostenitori della libertà perché sovraccaricano il concetto di aspetti etici che non sono (intrinsecamente e necessariamente) parte di esso. Infatti, la libertà non è un valore finale, essendo essa solo una potenzialità ad agire che potrebbe portarci a commettere anche azioni di cui potremmo pentirci o a vivere in uno stato vegetativo di totale inattività. Per cui, se associamo la libertà con la moralità potremmo finire per condannare la libertà perché ha portato a commettere azioni malvagie o non è stata in grado di far compiere gesti altamente raccomandabili.

La libertà non è quindi un valore assoluto ma solo una pre-condizione assoluta per la realizzazione di valori attraverso scelte personali. Sono le scelte che sono moralmente deplorevoli o accettabili, non la libertà di effettuare scelte riguardanti la propria vita. Infatti, è solo attraverso la libertà che possiamo perseguire/realizzare o no i valori. Per cui, senza la libertà l’idea stessa di perseguire/realizzare valori perde senso e l’essenza stessa della nostra umanità è minacciata.

“Colui che cerca nella libertà qualcosa d’altro che la libertà stessa è nato per essere uno schiavo.”
(Alexis de Tocqueville, L’Ancien Régime et la Révolution, 1856)

“La libertà è l’opportunità di agire, non l’azione in sé stessa.”
“Se, pur avendo il diritto di muovermi da una stanza all’altra, preferisco evitare ciò e rimanere seduto immobile a vegetare, non sono per questo reso meno libero.”
(Isahia Berlin, Four Essays on Liberty, 1969)

La libertà come concetto e come pratica
Avendo sfrondato il termine “libertà” di alcune idiozie, fallacie e ambiguità prodotte e diffuse dagli scienziati sociali nella loro veste di ideologi dello statismo, cerchiamo di caratterizzare in modo chiaro che cosa è la libertà come concetto e come pratica.

Lo faremo evidenziando alcuni degli aspetti principali della libertà, vale a dire quello che essa è e quello che non è.

– La libertà intesa come essere lasciati indisturbati (essere indipendenti)
Un tratto basilare della libertà che però è spesso trascurato è la condizione di essere lasciati soli, indisturbati da chicchessia, qualora e quando così uno desideri. Quando, nel 1846, Thoreau si ritirò nel bosco per costruire la sua capanna e vivere a diretto contatto con la natura e totalmente auto-sufficiente, si imbatté nell’ufficiale delle tasse e fu arrestato per il suo rifiuto di pagare una specifica imposta. Egli non voleva essere parte di una società il cui governo accettava la schiavitù ed era impegnato in una guerra di conquista territoriale contro il Messico. Ma egli non era libero di agire in tal modo; non era libero di essere lasciato in pace, per conto suo. Da allora in poi gli interventi dello stato nella vita degli individui si sono moltiplicati fino al punto che, se giustamente includiamo questa condizione (l’essere lasciati indisturbati) tra quelle che caratterizzano un essere libero, non molte persone al mondo sarebbero definite tali. Al giorno d’oggi il Grande Fratello è dappertutto e dove c’è il Grande Fratello sopravvivono solo bambini soggetti a lui e alle sue prepotenze. Non esistono più liberi esseri umani.

“La libertà consiste, dal punto di vista politico, economico e anche religioso, nell’essere lasciati in pace.”
(F.S.C.Northrop, The Logic of the Sciences and the Humanities, 1947)

– La libertà intesa come comportarsi nel modo desiderato (essere differenti)
L’individuo libero e indipendente è, molto probabilmente, una persona che desidera sviluppare le sue qualità specifiche in una maniera abbastanza originale. Questo significa, dal punto di vista dei principi generali, vivere e lasciar vivere ognuno a modo proprio, secondo i propri desideri e progetti. Ad esempio, praticamente tutti i più grandi artisti, incluso Leonardo, erano persone in movimento, che si spostavano da un luogo all’altro in base alle loro inclinazioni e alle loro voglie di esplorazione. Se la prima persona creativa fosse stata fermata e gli fosse stato impedito di entrare nel villaggio vicino perché il suo idioma o il suo accento erano differenti o perché si comportava in una maniera insolita, staremmo ancora a vivere nelle caverne, mangiando carne cruda e comportandoci tutti alla stessa maniera, come bruti più o meno incivili. Questo non è accaduto perché l’ingegnosità e la tenacia di alcuni esseri umani ha sempre trovato una via d’uscita dalle strettoie e dalle limitazioni. Però, la formazione degli stati nazionali, con le loro scuole e le loro leggi statali, ha rappresentato il tentativo più forte di rendere tutte le persone che vivono all’interno di certi confini artificiali, identiche tra di loro (identità nazionale) e nemiche l’uno dell’altro (ostilità verso i cosiddetti “stranieri”). Inutile dire che l’identità imposta contrasta totalmente con la libertà di essere differenti ed è soltanto un’altra forma sottile di soppressione della libertà.

– La libertà intesa come agire in maniera originale (essere intraprendenti)
La libertà è o potrebbe rivelarsi, in taluni casi, un affare rischioso, soprattutto quando le persone iniziano a sperimentare nuovi modi di organizzare la propria vita. L’intera esistenza dell’individuo può essere sconvolta (nel bene o nel male) da questi esperimenti. Inoltre, le vite di molti possono essere trasformate dalla libera circolazione di nuove idee (ad esempio la filosofia dell’Illuminismo) e la libera adozione di nuovi strumenti tecnologici (ad esempio, la stampa a caratteri mobili). Proprio per questo motivo, ogni potere insiste pesantemente sui concetti di sicurezza, protezione, controllo delle frontiere, regolamentazione minuziosa, per evitare cambiamenti (soprattutto quelli che vengono dall’esterno) che potrebbero compromettere la sua presa sulle persone. Chiaramente i governanti statali non sono molto favorevoli alla libertà delle persone intraprendenti; perciò raffigurano in termini spaventosi l’insicurezza che proviene da quello che essi chiamano un “eccesso” di libertà e presentano, con abbellimenti vari, la sicurezza derivante dal conformarsi al modo di vita dominante. Purtroppo, coloro che vogliono sbarazzarsi degli aspetti rischiosi della libertà non sono a favore di una versione dolce e rassicurante di essa, ma solo di un tipo di servilismo idiota e avvilente.

“Un essere si considera indipendente soltanto quando è padrone di sé, ed è padrone di sé soltanto quando è debitore a sé stesso della propria esistenza. Un uomo che vive della grazia altrui, si considera come un essere dipendente.”
(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del ’44)

Gli scienziati sociali, quasi tutti predicando ardentemente e promuovendo attivamente la regolamentazione, l’integrazione e la protezione sociale (si badi bene, nella loro terminologia, sociale = statale), hanno fatto a pezzi il concetto stesso e la pratica della libertà. In altre parole, hanno gettato via la vera essenza della libertà personale a favore della servitù statale. Considerando che la libertà è il pre-requisito essenziale per lo sviluppo, è interessante vedere che cosa hanno fatto gli scienziati sociali anche riguardo a questo concetto.