Idiozie sullo sviluppo


Il concetto di sviluppo è una idea potente che si applica a ogni tipo di realtà del mondo vivente, sia essa una persona, una comunità, un ecosistema.

Gli aspetti comuni che sono presenti in tutte queste realtà rendono il concetto di sviluppo ricco e plurifunzionale.

Questa generalità e vitalità del concetto e della pratica dello sviluppo è quasi totalmente trascurata quando gli scienziati sociali parlano di cosiddetto sviluppo sociale.

A meno che non siano psicologi cognitivi tipo Piaget, la maggior parte degli scienziati sociali automaticamente intendono sviluppo sociale come sviluppo economico o, più precisamente, crescita economica espressa attraverso un incremento del Prodotto Nazionale Lordo.

In questo atteggiamento mentale trovano espressione molte convinzioni errate sostenute dagli scienziati sociali, quali, ad esempio, l’equazione individuo = società = stato (per cui se lo stato riceve fondi di assistenza questo equivale a dare risorse ad un individuo per il suo sviluppo); e l’attribuire una importanza eccessiva alle realtà economiche (economicismo) come se esse rappresentassero la base e l’indicazione più sicura per lo sviluppo.

Tutto ciò alimenta idiozie sullo sviluppo, soprattutto nei sui aspetti economici, che vale la pena evidenziare.

Il concentrare l’attenzione su alcune idiozie economiche (e in seguito sulle fallacie e sulle ambiguità di tipo economico) non dovrebbe però far sorgere, in alcun modo, l’idea che lo sviluppo è esclusivamente (o anche solo principalmente) un problema economico. Al contrario, questa credenza si è rivelata del tutto falsa ed è qui considerata come l’errore principale della maggior parte degli scienziati sociali che si occupano di sviluppo.

Per fare solo un esempio, questa posizione erronea sostiene che il trasferimento di risorse monetarie ai governanti statali delle società sottosviluppate rappresenta una condizione necessaria per avviare un processo di sviluppo. Ma, anche una rassegna storica superficiale rivela che questo trasferimento di denaro, come aiuto finanziario a fondo perduto o come prestiti a basso interesse, rappresenta un ostacolo gigantesco allo sviluppo in quanto mette in moto una dinamica di:

– Corruzione al vertice
La maggior parte dell’aiuto finanziario va ai governi statali ed è usato per pagare la burocrazia che dovrebbe attuare i cosiddetti progetti di sviluppo che non si concretizzano quasi mai in qualcosa di utile. Non c’è da stupirsi di ciò perché, fino a quando i fondi per lo sviluppo saranno convogliati verso la burocrazia statale non vi è nessun interesse a breve termine nel promuovere lo sviluppo mentre ve ne sono parecchi a bloccarlo di modo che i fondi continuino ad arrivare. Questo è il circolo vizioso della compassione esterna che alimenta la corruzione interna e porta all’inazione generalizzata.

– Inazione alla base
Anche se parte di quei fondi arriva fino alla base della piramide sociale il risultato è di mantenere gli individui più vitali che non hanno ancora abbandonato il paese (i possibili imprenditori locali) in una situazione di dipendenza soddisfatta e di quieta ottusità. Questa dipendenza dall’aiuto è funzionale alle élite al potere, dappertutto nel mondo, perché blocca o ritarda l’emergere di nuovi concorrenti verso posizioni di potere politico ed economico (nuovi imprenditori e leader attivi all’interno delle regioni arretrate del mondo).

In altre parole, con le loro idee e pratiche riguardo lo sviluppo, gli scienziati sociali si comportano in realtà come i sostenitori perfidi di un mondo bloccato, i dispensatori di sogni riguardo lo sviluppo che hanno prodotto invece gli incubi della criminalità statale e dell’asservimento di massa.

Fallacie sullo sviluppo
Le idiozie che sono state poste dagli scienziati sociali a fondamento di molti discorsi sullo sviluppo sono rafforzate dalle molte fallacie che sono state prodotte e si sono accumulate una sull’altra. Esse sono così tante che è quasi impossibile elencarle tutte. Esaminiamo allora solo le più assurde tra esse:

– Lo stato come motore dello sviluppo
Una organizzazione può predisporre condizioni favorevoli allo sviluppo o abbattere ostacoli allo sviluppo ma non può generare lo sviluppo essendo questo una trasformazione/evoluzione personale e diretta degli individui e delle loro relazioni reciproche. Ma, a parte ciò, è necessario sottolineare che lo stato ha agito, in generale, come una forza negativa, impedendo lo sviluppo in tutti quei casi in cui le persone si incamminavano in una direzione sfavorevole agli interessi di potere dei governanti statali (il che avviene in ogni situazione di vero sviluppo), in altre parole ogni qualvolta gli individui promuovevano la loro personale emancipazione.

– Il protezionismo come condizione essenziale per lo sviluppo
L’idea che un sistema chiuso può iniziare e continuare a svilupparsi è totalmente assurda in quanto lo sviluppo richiede una varietà/pluralità di scambi tra entità libere attraverso ambienti aperti. La cura e la crescita di un organismo, di una idea, di un progetto, in vista del suo sviluppo, non hanno nulla a che vedere con il viziarlo, proteggerlo totalmente o peggio isolarlo dal mondo circostante. Il risultato di ciò sarebbe una entità dipendente e debole, che rappresenta l’antitesi totale di un essere sviluppato e autonomo.

– I termini di scambio ineguali come motivo del sottosviluppo
Oltre a considerare il commercio internazionale (specialmente le importazioni) come deleterie per lo sviluppo e a raccomandare quindi il protezionismo, gli scienziati sociali hanno indirizzato le loro critiche ai termini di scambio ineguali tra il mondo industrializzato e i paesi sottosviluppati. Essi avrebbero fatto meglio a concentrare la loro attenzione sul livello molto ridotto di scambi tra le due aree, determinato soprattutto dalle politiche statali. Quelle politiche sono caratterizzate da una assenza considerevole di libertà nel commercio mondiale che ha falsato tutti i termini di scambio e ha confinato, per lunghi periodi, i produttori a basso costo fuori della portata della maggior parte dei consumatori, in molte parti del mondo.

– Le multinazionali come ostacolo allo sviluppo
Questa è un’altra fallacia originata dall’adesione a un sistema chiuso, sostenuto dai governanti statali nazionali in combutta con produttori monopolistici nazionali, entrambi impauriti dalla possibilità di interventi esterni. L’obiettivo è quello di un controllo totale esercitato dall’alto su qualsiasi aspetto della realtà fino ad arrivare a bloccare ogni possibile sviluppo non gradito al potere. Questo tipo di controllo non porta certo all’insediamento di imprese produttive, e di certo non favorisce la localizzazione di società multinazionali; per questo motivo, la paura delle multinazionali come fattori negativi per lo sviluppo è spesso ingiustificata in quanto quasi nessuna di esse è presente in realtà economiche molto arretrate o rigide (a meno che non foraggi la cricca al potere dello stato nazionale e, in tal caso, si pone sotto la diretta protezione dei governanti nazionali e si comporta, essenzialmente, come una impresa nazionale).

– Il circolo vizioso della povertà come causa del sottosviluppo
L’espressione ‘circolo vizioso della povertà’ significa che le persone sono povere perché sono intrappolate in una catena di condizioni negative che si rinforzano l’una con l’altra (ad esempio: povertà – malnutrizione – cattiva salute – mancanza di energia – bassa produttività – povertà), e da cui non vi è fuoriuscita a livello personale a meno di un intervento dall’alto (pianificazione statale) o dall’esterno (aiuto economico). Il corso della storia (inclusa la realtà contemporanea) non porta esempi per sostenere una visione così desolata, altrimenti la vita di ogni essere umano oggi sarebbe ancora identica a quella dei primi abitanti, considerato che, a quei tempi non esisteva né la pianificazione statale né l’assistenza economica dall’esterno. Contrariamente a questa posizione, il processo di sviluppo è stato generalmente avviato da persone che si sono sollevate per merito e sforzo loro da una condizione difficile, evitando di essere schiacciati dal tallone del potere, chiunque esso fosse (signore feudale, invasori, gerarchia ecclesiastica, ecc.).

– L’accumulazione di capitale come condizione per lo sviluppo
Come corollario alla precedente fallacia abbiamo l’idea che occorre accumulare un ingente capitale per avviare un processo di sviluppo economico. Questo non è affatto vero se esaminiamo alcuni casi esemplari presi dalla Rivoluzione Industriale, in cui molti laboratori di produzione, che sarebbero diventate grandi industrie, sono stati avviati da piccoli proprietari agricoli (Josuha Fielden, Jedediah Strutt, David Dale), apprendisti, (William Radcliffe, Joshia Wedgwood) o semplici lavoratori (come Richard Arkwright, il barbiere), con risorse del tutto esigue. Il laisser-faire e il laisser-passer sono le condizioni per lo sviluppo economico, non la quantità di oro conservata in un forziere o depositata in una banca. I governanti statali nelle realtà arretrate hanno a disposizione notevoli somme di denaro (grazie alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale) ma non sono affatto inclini al laisser-faire e laisser-passer per le persone loro soggette.

Alcune di queste fallacie, che hanno avuto ampia risonanza e ascolto in passato, sono state semplicemente abbandonate perché eventi successivi hanno mostrato che esse erano solo costruzioni ideologiche prive di fondamento empirico, semplici castelli in aria inventati da fantasiosi scienziati sociali per esaltare o giustificare i loro padroni e il loro pubblico nei cosiddetti paesi arretrati o avanzati. Ciononostante, alcune di esse continuano a circolare seppure in una forma più soffusa. In alcuni casi esse sono state soppiantate (o integrate) da una valanga di ambiguità, il che rappresenta la reazione normale degli scienziati sociali quando la loro posizione ideologica inizia a sbriciolarsi.

Ambiguità sullo sviluppo
L’incapacità congenita e manifesta delle cricche statali di promuovere lo sviluppo ha portato alcuni scienziati sociali ad assumere una posizione più liberale e meno statalista sull’intera questione. Ma questo passaggio sta avvenendo con così tanti equivoci e pensieri distorti che, alla fine, posizioni completamente contraddittorie risultano essere sostenute contemporaneamente.

Ad esempio, alcuni intellettuali cosiddetti progressisti che sostengono la libertà di commercio e di circolazione delle persone, si sentono in dovere di aggiungere che ogni cosa deve essere compiuta con correttezza (fairness). Questa richiesta del tutto innocente e condivisibile, e cioè l’agire correttamente, significa in realtà che ogni cosa deve rimanere sotto il controllo pubblico (vale a dire, il controllo statale) altrimenti si comprometterà la posizione di qualcuno.

Considerando che l’appello alla correttezza proviene di solito da intellettuali che vivono nei paesi ricchi, il “qualcuno” che essi intendono salvaguardare sono i ricchi produttori e i lavoratori super-protetti che vivono nei paesi già sviluppati e che non hanno proprio l’intenzione di aprire i loro pascoli ai nuovi venuti.

E allora, gli ultra-reazionari intellettuali autoproclamatisi progressisti, assistiti dal circo mediatico, hanno inventato la minaccia idiota compendiata dall’espressione “corsa verso l’abisso” (“race to the bottom”) che si pretende risulti da pratiche scorrette di sviluppo economico (e cioè bassi salari, protezione sanitaria inesistente sul luogo di lavoro, eccessiva etica del lavoro, ecc.).

Essi volutamente ignorano che queste sono state le condizioni iniziali di ogni lavoratore all’avvio di qualsiasi processo di crescita economica che ha contribuito allo sviluppo. Per quanto riguarda la scorrettezza insita in questa dinamica, certamente lo sviluppo in quanto “ascesa dal basso” è stato, è e sarà sempre “scorretto” verso qualsiasi posizione esistente di supremazia e di privilegio.

La condanna degli scienziati sociali nei confronti di questa dinamica è abbastanza comprensibile, considerando che proprio il loro status è compromesso da un processo di sviluppo sociale universale.

Specialmente nei paesi cosiddetti sottosviluppati, gli scienziati sociali iniziano a rendersi conto che i loro interventi sono sempre più futili se non addirittura dannosi in quanto la maggior parte delle persone lasciate libere, senza ostacoli, sono ben capaci di svilupparsi da sé. Quando questa convinzione diventerà patrimonio comune, vedremo il restringersi del potere e del prestigio culturale di questi scienziati sociali e dei governanti statali arroganti e autoritari di cui questi sono gli agenti di supporto e i propagandisti servili.

Questa è una prospettiva spaventosa per essi e per i loro padroni. Ecco perché gli scienziati sociali parlano di sviluppo, scrivono libri sullo sviluppo, ricevono fondi e sono incaricati di progetti di sviluppo ma, quanto a lasciare le persone libere di svilupparsi, questa è tutta un’altra faccenda.

Essa rappresenta qualcosa di troppo importante per loro perché possano affidarla alle persone direttamente interessate. Nel corso del processo di sviluppo, gli individui lasciati a sé stessi potrebbero introdurre ogni sorta di ineguaglianze, turbolenze, squilibri e, forse, alla fine, se davvero lasciati liberi e non sfruttati dall’alto, potrebbero persino arrivare a svilupparsi, rivelando, in tal modo, l’inutilità degli scienziati sociali.

Questo sarebbe il colpo di grazia per gli economisti dello sviluppo e per gli assistenti sociali, accantonati e alla fine dismessi in quanto professionisti che hanno fatto il loro tempo. Per questa ragione, gli scienziati sociali totalmente impreparati e incapaci di avviare esperimenti sociali, si attengono ad un tacito consiglio: meglio parlare che agire, o, meglio agire corrompendo attraverso l’aiuto statale che lasciare che le persone agiscano in maniera autonoma in vista del loro sviluppo al di fuori e al di là dello stato.

Lo sviluppo come concetto e come pratica
Dopo aver sgombrato la via da ogni idiozia, fallacia e ambiguità concernente l’idea e la pratica dello sviluppo, è tempo di focalizzare l’attenzione sulla sua vera natura e caratteristiche.

Qui evidenziamo brevemente tre aspetti intrinseci e basilari dello sviluppo:

– Lo sviluppo come processo multidimensionale (morale-mentale-materiale)
Lo sviluppo coinvolge e incide sull’intero complesso della realtà (morale-mentale-materiale) attraverso una serie di trasformazioni interrelate (nuove relazioni, ri-organizzazione, differenziazione, accrescimento, ecc.).

“Sotto la nozione generale di sviluppo [biologico] si nascondono quattro tipi di processi:
– Spostamenti Tattici. Movimenti di parti di embrioni in relazione l’una con l’altra.
– Organizzazione Interna. Il passaggio dalla condizione originaria di unità dell’embrione a un mosaico di regioni parziali indipendenti, in una certa misura, l’una dall’altra.
– Differenziazione Istologica, Il passaggio delle celle individuali da una condizione originaria di apparenza uniforme a condizioni varie di specificazione morfologica e funzionale.
– Crescita. Ingrandimento e moltiplicazione delle cellule.”
(Ludwig von Bertalanffy, Modern Theories of Development, 1933)

Concentrare l’attenzione solo su un aspetto a detrimento di tutti gli altri è assurdo, ma questo è quanto è avvenuto a causa della frammentazione delle scienze sociali.
Inoltre, in ogni disciplina (antropologia, psicologia, sociologia, economia, ecc.) lo scienziato sociale, esperto in quella specifica disciplina, vuole primeggiare ed essere assecondato dagli altri scienziati sociali e, in particolar modo, da tutti gli attori sociali, vale a dire da tutti gli individui coinvolti. Questa è una pretesa assurda se si considera un altro tratto intrinseco e basilare dello sviluppo.

– Lo sviluppo come processo autonomo (auto motivato-iniziato-guidato)

“Con il termine ‘sviluppo’ … intendiamo solo quelle trasformazioni nella vita economica che non sono frutto di costrizioni ma sorgono spontaneamente dall’interno.”
“… lo sviluppo economico non è un fenomeno da spiegare attraverso l’economia …”
“… la spiegazione dello sviluppo va ricercata al di fuori del gruppo di fattori che sono descritti dalla teoria economica.”
(Joseph A. Schumpeter, The Theory of Economic Development, 1912)

Se c’è qualcosa che dovrebbe essere estremamente chiara riguardo lo sviluppo è il fatto che nessuno può essere sviluppato dall’esterno. Lo sviluppo è veramente un processo autonomo che deve essere necessariamente effettuato da coloro che tendono ad esso. Questo non vuol dire che stimoli e contributi dall’esterno non siano importanti per lo sviluppo. Essi sono infatti indispensabili (infatti solo i sistemi aperti evolvono e si sviluppano) ma solo in quanto siano liberamente accettati e interiorizzati dalla entità che si sviluppa.

Gli scienziati sociali dovrebbero quindi scomparire come direttori di un improbabile sviluppo per lasciare spazio aperto per uno sviluppo effettivo. Il solo ruolo che essi potrebbero svolgere è quello di svelare/scoprire gli ostacoli e smascherare/denunciare coloro che pongono ostacoli sulla strada dello sviluppo (ad es. interessi acquisiti, atteggiamenti mentali autoritari, abitudini obsolete, ecc.). In altre parole, lo scienziato sociale potrebbe contribuire a generare un clima diffuso favorevole al sorgere di un requisito indispensabile per lo sviluppo, vale a dire la libertà.

– Lo sviluppo come processo libero (affrontare rischi e ottenere ricompense)
La libertà di per sé non conduce necessariamente allo sviluppo, ma senza la libertà non c’è modo che lo sviluppo abbia luogo. Potremmo conseguire una crescita economica (fino ad un certo punto) attraverso l’uso di schiavi, ma la crescita economica è un fenomeno diverso rispetto allo sviluppo, qualunque sia l’opinione di alcuni scienziati sociali.

Chiaramente, la messa in atto e l’uso della libertà per/verso lo sviluppo ha più rischi e più incerte ricompense che non una esistenza tranquilla sotto lo sguardo di un padrone benevolo. Questo è il motivo per cui non dovremmo confondere sviluppo con sicurezza non più di quanto non dovremmo confondere la sicurezza con la libertà.

Assenza di sfruttamento non significa mancanza di incertezze, tensioni e difficoltà, che abbondano in un processo di sviluppo. Ma esse, accettate volontariamente e superate brillantemente, fanno parte della bellezza della vita che evolve.

“Un celebre esploratore … arrivò un giorno in mezzo a una tribù di selvaggi. Un fanciullo veniva al mondo e una folla di maghi, indovini, praticanti stregoni lo circondava, muniti di anelli, di forcipi e di lacci. Uno diceva: questo fanciullo non annuserà mai il profumo di un calumet, a meno che io non gli allarghi le narici. Un altro: egli sarà privo del senso dell’udito, a meno che io non gli allunghi le orecchie fino alle spalle. Un terzo: egli non vedrà mai la luce del sole, a meno che io non dia ai suoi occhi una direzione obliqua. Un quarto: egli non sarà mai capace di stare in piedi, a meno che io non gli curvi le gambe. Un quinto: egli non sarà in grado di pensare, a meno che io non comprima il suo cervello.
Indietreggiate, esclamò il viaggiatore. Dio fa bene quello che fa; non pretendete di saperne più di lui, e poiché egli ha dato degli organi a questa fragile creatura, lasciate che i suoi organi si sviluppino, si fortifichino con l’esercizio, la ricerca a tentoni, l’esperienza e la Libertà.
Dio ha anche concesso all’umanità tutto ciò che occorre perché essa realizzi il suo destino. Esiste una fisiologia sociale provvidenziale come vi è una fisiologia umana provvidenziale. Gli organi sociali sono formati in maniera tale da svilupparsi armoniosamente al vento della Libertà. Indietreggino dunque i praticoni e i sapientoni! Via con i loro anelli, le loro catene, i loro forcipi, le loro tenaglie! via con i loro strumenti artificiosi! via i loro ateliers sociali, i loro falansteri, il loro burocraticismo, la loro centralizzazione, le loro tariffe, le loro università, le loro religioni di Stato, le loro banche gratuite o monopolistiche, le loro imposizioni e restrizioni, i loro precetti moraleggianti o il loro livellamento attraverso il carico fiscale! E poiché sono stati inutilmente inflitti al corpo sociale tanti sistemi, che si finisca una buona volta là da dove si sarebbe dovuto iniziare, che si respingano le imposizioni sistematiche, che si metta finalmente alla prova la Libertà, la Libertà, che è un atto di fede in Dio e nella sua opera.”
(Frédéric Bastiat, La Loi, 1850)