Il pugilato e la mente -Il Maestro. l’uomo, la donna e il Pugilato – A cura di Valeria Imbrogno

Se pensiamo al pugilato come ad una palestra di vita, ad assumere importanza  in chiave psico-pedagogica è  la figura essenziale del maestro: indispensabile non solo all’interno della palestra, egli instaura un rapporto di rispetto e complicità con i propri pugili che innalza il valore di entrambi.

Essendo una figura forte, il maestro influenza con una istintiva naturalità, analogamente alla figura del padre naturale, il modello comportamentale del ragazzo/a, non solo nel sociale ristretto della palestra, ma anche nella vita e nel nostro più ampio sociale quotidiano, motivo per cui il vero e consapevole maestro/padre dovrebbe essere, prima di ogni altra cosa, un uomo con una certa coscienza, un educatore e solo successivamente anche  un insegnante.

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Nel film di  Clint Eastwood, Million Dollar Baby, si può vedere come il ring si trasforma subito in qualcos’altro, un luogo al di là della storia in cui ci si gioca ben altro che un titolo o un premio. Secco e diretto è in realtà allegoria della vita. Racconta infatti semplicemente la storia di un padre chiamato a soccorrere un figlio agonizzante (qui una figlia, metaforicamente rimessa al mondo dal padre/maestro affettuso  mai avuto) cui resta solo lui/lei.

Questo rapporto è ancora più intrinseco se si va ad analizzare meglio ciò che rappresenta per noi donne pugili la figura di maestro/padre, che tanto amiamo e che il più delle volte invece non sopportiamo.

Esiste indubbiamente una differenza tra il rapporto maestro-uomo pugile e maestro-donna pugile che richiama verosimilmente la differenza del processo edipico tra figlio maschio e figlia femmina: utile per un normale processo di costruzione psichica, è il regolatore della prima relazione affettiva, condizionato e vincolante, a cui noi tutti siamo chiamati nell’infanzia a rispondere e gestire nel migliore dei modi. Infatti, se esiste questo parallelismo tra la figura paterna e il proprio maestro, proprio perché  è sul rapporto col padre che é fondata buona parte dell’autostima che la figlia avrà verso sé stessa nella vita, il maestro avrà la responsabilità di trasmettere valori importanti e fondanti e di doverlo fare con coerenza e correttezza.

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Seguendo la medesima similitudine, il padre non può che aiutare la figlia, come del resto il figlio, ad essere se stesso: questo é il suo insegnamento principale. Questa autenticità viene proposta ed apprezzata dal padre in nome del rispetto della figlia verso il proprio valore personale, di cui la figura paterna deve essere costante testimone. E’ questo il nucleo profondo dell’autostima, quella consapevolezza del valore di sé, e del progetto di vita di cui possiamo essere portatori ed artefici, che consente poi ai figli di superare le prove più dure, ed è questa la stessa autostima che il maestro dovrà trasmettere a propri pugili per poter salire sul ring in maniera consapevole. E’ impossibile però trasmettere il senso del proprio valore senza mostrare anche che esso ha un prezzo: più siamo disposti a pagare (in termini di impegno, e rigore per esempio in palestra), più quello sale.

Il vero maestro di pugilato, in più, dovrà essere in grado di gestire ed educare una caratteristica fondamentale di questo sport: l’aggressività.

Il “problema” dell’aggressività, come di ogni forza vitale, è quello di riconoscerla dentro di sé, educarla, non sopprimerla, né  “amputarla”. Come dire,  il maestro di pugilato nelle donne pugili dovrà essere capace di trasformare in virtù,  ciò che solitamente negli uomini è vizio.

Million-Dollar-Baby-m14Superando i condizionamenti sociali, credo che la netta differenza per Il padre/maestro, , sia quella di rendersi disponibile ad una forma di dialogo affettivo più profondo con le pugili-donne che con i pugili-uomini, basato però ugualmente  su di un atteggiamento critico incoraggiante e orientativo. In altre parole, dovrà fare in modo che avvenga  un accoglimento emotivo, dentro di sé, dell’aspetto femminile della propria vita.

Suppongo  possa succedere addirittura, che in alcuni casi, per noi donne pugili (quanto meno per alcune) la figura del maestro potrebbe rispecchiare, nella fantasia o nella realtà, quei sostituti paterni che corrispondono nell’ immaginazione alla figura del padre ideale: il padre che a casa  non ha sviluppato un’adeguata funzione paterna, specialmente se abituato a nascondere i propri sentimenti, pensa che  ignorare la figlia sia la più sicura arma di difesa contro il proprio senso di colpa nell’aver negato questo accoglimento dell’aspetto femminile dentro di sé, come se la femminilità della figlia fosse un tradimento nei suoi confronti. In questi casi potrebbe accadere che il padre reale venga rifiutato da parte della figlia o che si originino difficoltà di carattere affettivo-relazionale con il mondo maschile, per cui la figlia ricerca altrove (pugilato, il maestro) questa figura paterna affettiva mancata, lì dove l’ambiente e le persone sono caratterizzate proprio da tutto ciò che è reputato idealmente maschile, per essere finalmente accettata e ben voluta.

La figura del maestro introiettata dal pugile è di per se molto forte e capita a volte che sia  esasperata talmente tanto, da poter soffocare la personalità e la capacità critica. Il compito più importante di ogni vero maestro (in qualsiasi campo dell’insegnamento) forse, dovrebbe essere quello di creare e saper tirar fuori proprio la capacità critica anche nei confronti del maestro stesso, proprio come farebbe un padre nei confronti di un figlio.

Nel pugilato, il vero maestro insegna il valore di una sconfitta riuscendo a presentarla come una vittoria morale, aiutando il ragazzo a trovare in sé i motivi della sconfitta, abituandolo  a valutare la prestazione e non il risultato, affrontando così insieme un percorso psicologico e motivazionale che renderà il pugile-uomo un uomo virtuoso e una donna-pugile una donna tenace.

Il maestro di pugilato dovrebbe, credo, per lo meno in parte, essere tutto ciò!