Il rifiuto oltraggioso di Gilgamesh


Gilgamesh aprì la sua bocca e disse, così parlò alla principessa Ishtar:
“Che cosa ti potrei dare in cambio dopo averti posseduta?
Anche se io ti dessi olio per il corpo e vestiti,
anche se ti dessi cibo e bevande,
anche se ti procurassi cibo adatto agli dei,
anche se ti procurassi bevande adatte ai re,
anche se ammassassi un vestito,
cosa mi succederebbe dopo averti posseduta?
Tu saresti come un forno che non fa sciogliere il ghiaccio,
una porta sgangherata che non trattiene i venti e la pioggia;
un palazzo che schiaccia i propri guerrieri, un elefante che strappa la sua bardatura, pece che brucia l’uomo che la porta, un otre che inzuppa
l’uomo che lo porta, calcare che fa crollare il muro di pietra, un ariete che distrugge le postazioni nemiche, una scarpa che morde il piede del
suo portatore.
A quale dei tuoi amanti sei rimasta per sempre fedele?
Quale dei tuoi superbi fidanzati è salito al cielo?
Vieni! Ti ricorderò uno per uno i tuoi amanti, quelli che tu hai ardentemente posseduto!
Dumuzi, l’amore della tua giovinezza:
a lui hai decretato il pianto anno dopo anno.
Tu hai amato il variopinto uccello Alallu:
(e poi) l’hai colpito e gli hai rotto le ali;
egli si nasconde nei boschi gridando: “Le mie ali!”.
Tu hai amato il leone dalla forza perfetta:
per lui hai scavato fosse, sette e sette volte;
tu hai amato il cavallo che esalta la battaglia, lo hai condannato alla briglia, al pungolo e alla frusta, a correre per sette ore doppie lo hai
condannato, a bere acqua putrida lo hai condannato, di piangere sua madre Silili, gli hai assegnato come destino.
Poi hai amato il pastore, il guardiano, che costantemente per te sollevava (focacce cotte nella) brace;
ogni giorno egli per te sacrificava caprette, ciò nonostante lo hai percosso e lo hai cambiato in lupo:
gli stessi suoi aiutanti ora lo cacciano via e i suoi cani gli mordono i polpacci.
Tu hai amato anche Ishullanu, il giardiniere di tuo padre, che costantemente ti portava cesti pieni di datteri, ogni giorno egli faceva splendere
la tua tavola:
tu hai alzato gli occhi verso di lui, ti sei avvicinata a lui, (dicendo):
“Oh mio Ishullanu fammi godere della tua virilità, stendi la tua mano, portala alla mia vulva!”.
Ishullanu così ti rispose:
“Ma che cosa vuoi da me? non ha forse cucinato mia madre? Non ho forse mangiato? Ciò che io mangerò dovrebbe essere il cibo
puzzolente e putrido? dovrebbe essere il giunco il mantello contro il freddo?”
Tu hai ascoltato quanto egli ti diceva, lo hai bastonato e lo hai mutato in una talpa, e lo hai lasciato vivere in mezzo alle difficoltà.
L’asta non sale più, il secchio non scende più!
E per quanto mi concerne, si! Tu mi amerai, ma poi mi riserverai lo stesso trattamento”.