Il segreto è iniziare davvero


L’attuale organizzazione sociale non solo ritarda, ma impedisce e corrompe ogni pratica di libertà. Per imparare cos’è la libertà non c’è altro modo che sperimentarla, e per poterla sperimentare bisogna avere il tempo e lo spazio necessari.
La base fondamentale dell’azione libera è il dialogo. Ora, due sono le condizioni di un autentico discorso in comune: un reale interesse degli individui per le questioni aperte alla discussione (problema di contenuto) e una libera ricerca delle possibili risposte (problema di metodo).

Queste due condizioni vanno realizzate contemporaneamente, dal momento che il contenuto determina il metodo, e viceversa. Si può parlare di libertà solo in libertà.
Se non si è liberi nel rispondere, a che servono le domande?
Se le domande sono false, a che serve rispondere?
Il dialogo esiste solo quando gli individui possono parlare senza mediazioni, cioè quando sono in un rapporto di reciprocità.
Se il discorso è a senso unico, non c’è comunicazione possibile.
Se qualcuno ha il potere di imporre le domande, il contenuto di queste ultime gli sarà direttamente funzionale e le risposte porteranno nel metodo stesso il marchio della soggezione.
A un suddito si possono porre solo domande le cui risposte confermeranno il suo ruolo di suddito.
Da questo ruolo il padrone ricaverà le future domande.
La schiavitù consiste nel continuare a rispondere, dal momento che le domande del padrone si rispondono da sole.
Le indagini di mercato sono in tal senso identiche alle elezioni.
La sovranità dell’elettore corrisponde alla sovranità del consumatore e viceversa.
Quando la passività televisiva ha bisogno di giustificarsi, si fa chiamare audience; quando lo Stato ha bisogno di legittimare il proprio potere, si fa chiamare popolo sovrano.
In un caso come nell’altro, gli individui non sono che ostaggi di un meccanismo che concede loro il diritto di parlare dopo averli privati della facoltà di farlo.
Quando si può scegliere soltanto tra un candidato o un altro, che rimane del dialogo?
Quando si può scegliere soltanto tra merci o programmi differentemente identici, che rimane della comunicazione?
I contenuti delle questioni diventano insignificanti perché il metodo è falso.

«Nulla assomiglia di più a un rappresentante della borghesia di un rappresentante del proletariato» scriveva nel 1907 Sorel.

Ciò che li rendeva identici era il fatto di essere, appunto, rappresentanti.
Dire oggi la stessa cosa di un candidato di destra e di un candidato di sinistra è addirittura una banalità.
I politici, però, non hanno bisogno di essere originali a questo ci pensano i pubblicitari, basta che sappiano amministrare tali banalità.
La terribile ironia è che i mass media sono definiti mezzi di comunicazione e la fiera del voto è chiamata elezione, cioè scelta in senso forte, decisione libera e cosciente.
Il punto è che il potere non ammette alcuna gestione differente.
Pur volendolo, il che ci porta già in piena “utopia” per mimare il linguaggio dei realisti, nulla di importante può essere chiesto agli elettori, dal momento che l’unico atto libero – l’unica autentica elezione – che questi potrebbero compiere, sarebbe smettere di votare.
Chi vota pretende domande insignificanti, dal momento che le domande autentiche escludono la passività e la delega.
Ci spieghiamo meglio.
Supponiamo che si chieda attraverso un referendum l’abolizione del capitalismo (scavalchiamo cioè il fatto che tale domanda, fermi restando gli attuali rapporti sociali, è impossibile).
Sicuramente la maggioranza degli elettori voterebbe per il capitalismo, per il semplice fatto che non si può immaginare un mondo senza merci e senza denaro uscendo tranquillamente da casa, dall’ufficio o da un supermercato.
Ma se pure votassero contro, nulla cambierebbe, dal momento che una tale domanda deve, per rimanere autentica, escludere gli elettori.
Un’intera società non si può cambiare per decreto.
Lo stesso ragionamento si può fare per domande mano estreme.
Prendiamo l’esempio di un quartiere.
Se gli abitanti potessero esprimersi sull’organizzazione degli spazi della loro vita (case, strade, piazze, eccetera), che succederebbe?
Diciamo subito che la scelta degli abitanti sarebbe in partenza inevitabilmente limitata, essendo, i quartieri, il risultato dello spostamento e del concentramento della popolazione in rapporto alle necessità dell’economia e del controllo sociale.
Nondimeno proviamo a immaginare un’organizzazione altra di questi ghetti.
Senza tema di smentita, si può affermare che la maggioranza della popolazione avrebbe, al riguardo, le stesse idee della polizia.
Se così non fosse, se una sia pur limitata pratica del dialogo, cioè, facesse sorgere il desiderio di nuovi ambienti, sarebbe l’esplosione del ghetto.
Come conciliare, fermo restando il presente ordine sociale, l’interesse del costruttore di auto e la voglia di respirare degli abitanti; la libera circolazione degli individui e la paura dei proprietari dei negozi di lusso; gli spazi di gioco dei bambini e il cemento dei parcheggi delle banche e dei centri commerciali?
E tutte le case vuote lasciate in amano della speculazione?
E i condomini che assomigliano terribilmente alle caserme che assomigliano terribilmente alle scuole che assomigliano terribilmente agli ospedali che assomigliano terribilmente ai manicomi?
Spostare un piccolo muro di questo labirinto degli orrori significa metterne in gioco tutta la progettazione.
Più ci si allontana da uno sguardo poliziesco sull’ambiente, più ci si avvicina allo scontro con la polizia.

«Come pensare liberamente all’ombra di una cappella?» scrisse una mano anonima sullo spazio sacro della Sorbona durante il Maggio francese.

Questo impeccabile interrogativo ha una portata generale.
Ogni ambiente pensato economicamente e religiosamente non può che imporre desideri economici e religiosi.
Una chiesa sconsacrata continua ad essere la casa di dio.
In un centro commerciale abbandonato continuano a chiacchierare le merci.
Il cortile di una caserma in disuso contiene ancora il passo militare.
In questo senso aveva ragione chi diceva che la distruzione della Bastiglia fu un atto di psicologia sociale applicata.
Nessuna Bastiglia può essere gestita diversamente, perché le sue mura continuerebbero a raccontare una storia di corpi e di desideri prigionieri.
Il tempo delle prestazioni, degli obblighi e della noia sposa gli spazi del consumo in incessanti e funebri nozze.
Il lavoro riproduce l’ambiente sociale che riproduce la rassegnazione al lavoro.
Si amano le serate davanti al televisore perché si è passata la giornata in ufficio e in metropolitana.
Stare zitti in fabbrica rende le urla allo stadio una promessa di felicità.
Il senso di colpa a scuola rivendica l’irresponsabilità idiota del sabato sera in discoteca.
La pubblicità del club Med fa sognare solo occhi usciti da un Mc Donald’s. Eccetera.

Bisogna saper sperimentare la libertà per essere liberi.
Bisogna liberarsi per poter sperimentare la libertà.
All’interno del presente ordine sociale il tempo e lo spazio impediscono di sperimentare la libertà perché soffocano la libertà di sperimentare.


Un commento

  • Osvaldo

    Il tempo e lo spazio é bene che ogni persona se ne appropri. Se ciò non avviene é per scelta (in genere indirizzata dalla paura) o a causa delle relazioni sociali in cui una persona é immersa. Il presente ordine sociale può, eventualmente, pesantemente condizionare non impedire. In quanto alla progettazione degli spazi che determinerebbero un’alone di “aura psichica” ho dei dubbi. (anche se certi luoghi non sono riciclabili: vedi le galere) Dubito: non per contestare le tue affermazioni che ritengo valide, ma per suggerire che (a parte l’esempio delle prigioni o altri) l’influenza che apportano gli spazi progettati ai comportamenti dipende, in parte, anche dal passato culturale della persona; passato che raramente si mette in discussione,(é quasi come se contestassi una parte del mio corpo) anche perché implicherebbe un’onesta analisi del vissuto. E questo mi riporta alla domanda di libertà presente in noi: questa é forse subordinata all’essere costantemente consapevoli del presente rapportandolo al vissuto, così da comprenderlo? Togliendoci dalle spalle i pesi che ci hanno e ci siamo caricati.