Il super-mito: lo stato

Gli scienziati sociali, facciano essi parte dello schieramento cosiddetto conservatore o di quello cosiddetto progressista, sono tutti uniti da un super-mito comune: il mito dello stato.
Lo stato è ritenuto da (quasi) tutti gli scienziati sociali come il motore indispensabile e insostituibile di ogni forma di vita sociale.

Nella realtà dei fatti, lo scienziato sociale contemporaneo assegna allo stato un ruolo ancora più grande di quello che già era ad esso assegnato dai filosofi idealisti con la loro concezione dello stato etico.

Per gli scienziati sociali lo stato non è solo il burbero Grande Fratello (il rude ma quanto mai necessario protettore e garante di disciplina e sicurezza) ma anche la Madre soccorritrice, il Padre benevolo, lo Zio consigliere, la Nonna ispiratrice, il Prete assolutore.
In altre parole, consciamente o inconsciamente, volutamente o no, lo stato è diventato per gli scienziati sociali quello che era la Chiesa per il suo gregge di fedeli: il rappresentante in terra di Dio Onnipotente.

Nella mitologia degli scienziati sociali lo stato è:

– Benevolo. Lo stato non può volere il male dei cittadini. Può essere che un governo sbagli e arrechi occasionalmente difficoltà ad alcuni gruppi di persone, ma lo stato, in quanto rappresentante della suprema volontà generale, è una entità intrinsecamente buona e giusta, volta ad operare con giustizia per il bene del suo popolo.

– Provvido. Lo stato benevolente, al pari di un pastore che cura le sue pecore, si occupa del benessere del suo gregge che, altrimenti, sarebbe lasciato all’inclemenza delle stagioni o alla cattiveria degli uomini. Nel mitico mondo costruito da alcuni scienziati sociali nessuna vita sociale esisteva prima che lo stato sorgesse per regolarla. Nelle epoche precedenti vi era il “bellum omnium contra omnes”. Ma poi apparve lo stato e ci fu pace sulla terra, o questo è quello che il mito vorrebbe farci credere. Un mito così fortemente sostenuto e diffuso che i suoi inventori possono persino ammettere l’esistenza di eccezioni (stati malvagi e guerre mondiali) senza per questo mettere in discussione la validità generale del mito stesso.

– Onnisciente. Al fine di essere pienamente benevolo e provvido lo stato non solo deve disporre di una ricchezza di risorse ma deve anche essere dotato di onniscienza per riuscire nel soddisfacimento appropriato delle necessità di ogni individuo. Se non vi è piena conoscenza dei bisogni il compito non potrebbe essere assolto. Credendo nella onniscienza dello stato, gli scienziati sociali assegnano a professionisti all’interno dello stato (vale a dire a sé stessi) ruoli molto importanti e decisivi come pianificatori territoriali, economisti dello sviluppo, amministratori sociali, consiglieri psicologi, esperti legali, e così via. Sfortunatamente, l’impossibilità di base di predire e trattare il comportamento dell’animale uomo compromette, così essi sostengono, molti degli sforzi e dei progetti degli scienziati sociali. Per questo motivo, lo scienziato sociale, seppure onnisciente, non dovrebbe essere considerato responsabile per quello che avviene o non avviene nell’ambito di qualsiasi progetto. Per cui i fallimenti sono accantonati o sono presentati come difficoltà temporanee che vanno trattate avendo a disposizione fondi maggiori e un numero maggiore di scienziati sociali impegnati in interventi ancora più grandiosi e risolutori.

Insomma, seconda il super-mito fabbricato dai servi sociali dello stato, noi dovremmo accettare, senza dubbi o interrogativi, una serie incredibile di presupposti, l’uno più assurdo dell’altro e cioè:

– che gli individui sono egoisti mentre i politici sono altruisti;

– che i governanti statali e i loro associati agiscono non nel loro interesse ma per i più nobili interessi del maggior numero possibile di persone:

– che i professionisti dello stato sono dotati per magia di una conoscenza superiore e di una superiore capacità nel prendere le decisioni migliori per la maggioranza se non per tutti;

– che la persona comune è incapace di badare ai propri interessi reali tranne che una volta sola ogni tanti anni quando è chiamata ad eleggere i suoi nuovi padroni.

“Mi si dice che è per il mio bene che mi si governa; o, dal momento che do il mio denaro per essere governato, è per il mio bene che io do il mio denaro, il che è possibile ma merita pe lo meno una verifica.
Del resto, a parte ciò, considerando che nessuno possa essere più a conoscenza di me dei mezzi che mi rendono felice, trovo ancora strano, incomprensibile, contro natura, fuori della portata umana, il fatto che ci si voti alla felicità di persone che non si conoscono; e io dichiaro che non ho l’onore di essere conosciuto dalle persone che mi governano.
È allora giusto affermare, dal mio punto di vista, che esse sono davvero troppo buone, e persino un po’ invadenti, a preoccuparsi tanto della mia felicità, soprattutto quando non è affatto provato che non sia capace io stesso a perseguirne la realizzazione.”
(Anselme Belleguarrigue, 1848)

Certamente, non tutti gli scienziati sociali si sono uniti nella formazione del super-mito. Il fatto rimane che la (falsa) convinzione che senza lo stato ci sarebbe solo disordine e miseria esiste in troppe menti ed è molto probabile che sia stata confezionata e diffusa da qualcuno (storici, giornalisti, politologi, insegnanti, ecc.) in posizione di potere e di autorità. A meno che non si accetti l’esistenza di voci misteriose che, all’interno dell’individuo, sono responsabili nel plasmare le idee delle persone e il destino dei popoli.