Il tempo sospeso


tempo sospesoPrigione… Allontanamento dietro le mura, esilio dalla società, ma mostruosità partorita da questa stessa società: suo riflesso deforme, specchio delle sue miserie e delle sue tare. Tempo della miseria generalizzata, tempo di prigione. Prigione… Ultimo stadio della solitudine, condizione banale dell’uomo moderno. Tempo dell’isolamento generalizzato, tempo di prigione.

La prigione, ultimo girone dell’inferno. Centro nevralgico del dispositivo di terrore e di sottomissione di tutte le società moderne. Luogo di sperimentazione e di perpetuazione delle tecniche di sorveglianza, di gestione del bestiame umano, di castigo, gli stessi procedimenti che si ritroveranno all’opera successivamente, eventualmente addolciti, nella società fuori dalle mura. Tempo di pubblica sicurezza, tempo di prigione.

Regolarmente viene posta la questione della durata delle pene. Sempre in funzione delle sue conseguenze sulla società e sui suoi secondini, molto poco in merito a quelle e quelli che le subiscono… Naturalmente l’amministrazione si pone problemi in maniera amministrativa: come gestire tale pena, tale detenuto? Nella società occidentale del tempo misurato (contato, pagato, venduto, guadagnato, perduto…), gli amministratori giudiziari e penitenziari sono i peggiori dei contabili, distributori e gestori di secoli di prigionia, che misurano la vita stessa degli uomini, quando non la accorciano (la ghigliottina è nel museo ma gli Stati Uniti battono ogni anno il loro record di esecuzioni). In Francia non ci sono mai state tante incarcerazioni e tanti detenuti, e la durata media delle pene non è mai stata così lunga (tra il 1978 e il 1998, le pene a cinque anni sono aumentate del 1020%, le condanne a più di dieci anni del 233% e gli ergastoli del 100%, mentre il numero di libertà condizionate concesso è stato diminuito della metà).

Ma in questo paese che ha rinchiuso la libertà nel suo motto per scolpirlo sul frontone delle sue prigioni, di fronte all’orrore carcerario non si ode nella società «civile» che il mormorio umanitario, spesso alla semplice ricerca della buona misura di queste pene. Esisterebbe dunque una «giusta pena»! Forse sul povero modello del «giusto salario» a cui aspira lo stesso genere di piccolo democratico…

Eppure, quale misura potrà mai avere una pena, fuori dalle astrazioni statistiche e dallo spettacolo dei fatti diversi? Come misurare la dismisura di questo atto crudele fra tutti: imprigionare un essere, strapparlo dalla vita, separarlo da tutti e da tutto? Quale diabolica contabilità, quale scambio malefico di questa «scala di pene» che inventa, nel diritto, la mostruosa equivalenza che fa regnare il denaro nell’economia. Tutto ha un prezzo e chiunque è in vendita. Tutto paga e chiunque è debitore. Merce in serie o merce di lusso, piccolo delitto o crimine aggravato, esiste un’aritmetica terribile che fissa a tutto e a tutti una tariffa che si paga con il proprio tempo, vale a dire con la propria vita.

Giorni, settimane, mesi, anni, decenni, vite intere di credito o di prigione, secondo il cammino che avrete scelto. Un’automobile, a credito la pagherete in tre anni, in tre mesi di galera se la rubate (qualora vi facciate arrestare). Duecentocinquanta testoni, un lavoratore con salario minimo li pagherà con una vita di lavoro, un ladro sfortunato potrà pagarli con la vita in prigione. Le macabre tabelle di calcolo della legge e dell’economia snocciolano così le loro colonne fino alla nausea. Nulla vi è dimenticato: l’economico e il giuridico hanno orrore del vuoto.

Un giorno, una settimana, un mese, un anno… Molti li vivranno come una parentesi, ognuno tentando a modo proprio di annichilirne la vacuità. Ci sono quelli che si anestetizzano nell’alternanza ipnotica farmaco-televisione, colmando il vuoto con il vuoto, abolendo il tempo che scorre abolendo se stessi. Ci sono quelli che si danno da fare in una o diverse di quelle magre attività possibili fra quattro mura: sport, lettura, corsi, lavoro… Un’attività il più delle volte solitaria, che non riesce a calmare il dolore dell’essere ma arricchisce per lo meno il suo avere. Ci sono quelli che si aggrappano con tutte le loro forze a un’idea, dedicandovi ogni minuto, evadere per esempio. Ci sono quelli che, per sfuggire l’oscura realtà, si inventano storie di cui sono gli eroi, e quelli che colmano la mancanza affettiva e sessuale attraverso le relazioni epistolari più fantasmagoriche: il tempo così poveramente vissuto della prigione porta all’apice le alienazioni, le nevrosi, le psicosi e, fra tutte, la schizofrenia e la mitomania. Ci sono anche quelli la cui esistenza fuori è talmente miserabile, che il semplice fatto di avere un letto, un tetto, tre pasti al giorno, e la televisione gli procura, per esempio, la soddisfazione di trascorrere l’inverno al caldo…

Ma al di là di ciò che può inventare un galeotto per passare il tempo (nessuno è più inventivo, costretto com’è a fare tutto con quasi niente; il prigioniero è così diventato maestro nell’arte di comunicare con i suoi codetenuti o con l’esterno…), al di là dei mezzi di dimenticare o di occupare il tempo, questo costituisce la sua opera e il suo oltraggio. Il prigioniero uccide il tempo ma è il tempo ad ucciderlo. Invecchia senza aver vissuto e, quando esce, si dice che ha fatto il suo tempo… Aver fatto il proprio tempo è anche essere usati, spezzati, superati. Più tragicamente d’ogni altro uomo, il prigioniero è la carcassa del tempo.

Un giorno, una settimana, un mese, un anno… Perché la prigione, questa società «al di fuori», è ugualmente una società «al di dentro», dove si vivono anche momenti di piacere, di incontro, di apprendimento. Se la parentesi è «breve» (un aggettivo soggettivo, variabile a seconda del detenuto, della detenzione, ecc.) e il detenuto è a posto con la testa, non sarà obbligatoriamente «invivibile»… Un giorno, una settimana, un mese, un anno… Alcuni parlano anche di pene «gestibili». Ma chi può permettersi un simile giudizio, se non… un giudice evidentemente! Un giorno di prigione è sempre un giorno di troppo, e a volte è per sempre: la maggior parte dei suicidi hanno luogo proprio all’inizio della pena. E la Francia, paese record dei suicidi degli uomini liberi, ha battuto nell’ultimo anno del millennio il record dei suicidi nelle sue galere (124 nel 1999).

Un giorno è di troppo, ma allora un anno? E 5, e 10, 15, 20, 25, 30, 40 anni… Sono intere vite strappate. E cosa si può misurare? L’orrore della dismisura? L’incommensurabile spossessione? Solo coloro che le sopportano, e in altro modo i loro cari, sono in grado di testimoniare queste devastazioni che non si misurano ma si vivono, questa mutilazione che la maggior parte del tempo si tace ma a volte si sussurra o si urla.