Il volo

Un mondo senza prigioni è il minimo che si possa sognare. Nondimeno questa intenzione vitale, non appena la si approfondisce un poco, fa comparire ogni genere di contraddizione, ogni genere di trappola, ogni genere di falsa soluzione. Perché, come si sa, il problema è più vasto, è fondamentalmente quello di un mondo fondato sulla coercizione e l’interesse, sulla messa in schiavitù dei molti per i bisogni dei pochi, perché questo dominio si è procurato i mezzi di farsi passare per ineluttabile: perché non si può immaginare un mondo senza prigioni, senza farla finita con il denaro, lo Stato e tutti i rapporti mercantili. Allora ci si ricorderà di nozioni quali giustizia e polizia come vecchi incubi. Siamo d’accordo, ma è là che tutto inizia: non ci si può accontentare di belle frasi, di voci pietose, di slogan. Se la critica della prigione si limita al solo «Abbasso le prigioni», raggiunge un livello di astrazione che la rende illusoria e inoffensiva.

Illusoria, perché i governanti, i filosofi di questa società, anche loro si azzardano sempre più spesso a presagire l’abolizione delle prigioni. Per essi, il sogno sarebbe quello di una società in cui il controllo sociale fosse totalmente integrato dalla maggioranza dei suoi membri, un mondo di «cittadini responsabili» in qualità di migliori ingranaggi della sbirraglia generale. Ciò sarebbe tanto più fattibile quanto meno ci fosse un’autentica libertà. È in questa miseria di rapporti, di offuscamento che il vecchio adagio «la libertà individuale finisce laddove comincia quella altrui» assume tutto il suo significato e lascia via libera alle nozioni di diritto, di giudizio, di punizione… Non ci avremo guadagnato se in cambio dell’abolizione delle prigioni avremo un imprigionamento senza mura. Già oggi, vomitiamo ogni idea di pene sostitutive che sono le premesse di questo progetto, che si tratti di braccialetti elettronici, di lavori di pubblico interesse, di semi-libertà e tutta la panoplia di punizioni che rendono il condannato sedicente responsabile della propria condanna: ci vorrebbe una schizofrenia totalmente digerita perché i futuri detenuti modelli accettino ciò. Si può affermare senza tema di errore che chi immagina la prigione «ideale» di una società «ideale» può solo dipingere quadri agghiaccianti, poiché, a cosa può assomigliare l’ideale del peggio se non alla sua perfezione? Le utopie carcerarie, che tendono a confondersi con l’utopia del Diritto, sono prima di tutto quelle dei carcerieri…

Illusoria perché le diverse esperienze del passato, per quanto sociali, per quanto sovversive siano state, non hanno mai risolto il problema. Una «grande sera» non è sufficiente. Né gli insorti della Comune di Parigi, né gli anarchici delle province spagnole sono riusciti a mettere in piedi una logica radicalmente diversa; avevano come giustificazione da una parte una situazione di conflitto militare, dall’altra la breve durata di quei periodi rivoluzionari. Il regime penale e carcerario era di certo meno duro, ma non venne abolito. Nemmeno le comunità dette primitive, spesso citate come riferimento del funzionamento sociale, ignoravano la punizione, la pena — senza per altro ricorrere ai penitenziari. Le messe al bando possono equivalere a volte a una pena di morte in un ambiente ostile. Se tutte queste storie particolari contengono preziosi elementi di riflessione per tutto ciò riguardante il delitto, la mancanza, il crimine, la punizione, la pena, esse non danno risposte soddisfacenti. D’altronde non ne esistono che possano essere date in abstracto: non si può nemmeno essere certi che, come tendono a sognare gli utopisti, in un mondo migliore l’uomo sarebbe migliore. Chi lo sa?

Inoffensiva perché, sostenere l’abolizione delle prigioni senza proporre altro che la soppressione pura e semplice di ogni forma di società, non presenta molti pericoli reali per la perpetuità del sistema capitalista.
Inoffensiva perché, finché la critica sociale non osa avventurarsi dietro le mura della prigione, al loro interno gli anni passano.

Inoffensiva perché l’urgenza della soppressione della prigione, anche interrogandosi sulle sue cause, la sua genealogia, le sue evoluzioni, su ciò che potrebbero essere altri modi di regolare i conflitti, non è concepibile se non ci si ricorda sempre della sua esistenza permanente e reale. Liberarsi dell’idealismo soggettivo della Grande Sera della soppressione delle prigioni e basarsi sulla realtà è un preludio al superamento e dunque alla realizzazione dello slogan «Abbasso le prigioni». La lotta contro le prigioni comincia negli spazi quotidiani, in tutto ciò che può essere giustamente strappato al quotidiano.