LA LEGGE È LA GIUSTIZIA?

giustiziaQual è l’operato politico di cui noi siamo testimoni, non è altro che lo sforzo istintivo di tutti i popoli verso la libertà?

Perché un popolo sia felice, è indispensabile che gli individui che ne fanno parte siano previdenti, prudenti, e abbiano quella fiducia gli uni nei confronti degli altri, che nasce dalla sicurezza.
Ora, l’essere umano non può raggiungere queste cose se non attraverso l’esperienza. Egli diventa previdente quando ha sofferto per non aver previsto, prudente, quando la sua temerarietà è stata sovente punita, ecc.
Ne risulta che la libertà comincia sempre per essere accompagnata dai mali che derivano dall’uso sconsiderato che se ne fa.
Di fronte a questo spettacolo, vi sono sempre delle persone che chiedono che la libertà sia messa al bando.
“Che lo Stato, essi dicono, sia previdente e prudente per tutti quanti.”
A questo riguardo, io mi domando:
1. È ciò possibile? Può nascere uno Stato dotato di esperienza da un popolo che ne è privo?
2. Ad ogni modo, ciò non significa forse soffocare l’esperienza al suo nascere?
Se il potere impone gli atti individuali, come potrà l’individuo imparare dalle conseguenze dei suoi atti? Sarà dunque per sempre sotto tutela?
E lo Stato avendo tutto comandato sarà responsabile di tutto.
Vi è in tutto ciò un focolaio di rivoluzioni, e di rivoluzioni senza sbocco, poiché esse saranno opera di un popolo al quale, impedendo l’esperienza, si vieta il progresso.
(Pensiero ripreso dai manoscritti di Bastiat)

E che cos’è la Libertà, questa parola che ha la potenza di far battere tutti i cuori e di agitare il mondo intero, che cos’è se non l’insieme di tutte le libertà, libertà di coscienza, d’insegnamento, d’associazione, di stampa, di movimento, di lavoro, di scambio; in altri termini, l’esercizio franco, per tutti, di tutte le facoltà che non nuocciono ad alcuno; in altre parole ancora, la distruzione di tutti i dispotismi, anche il dispotismo legale, e la riduzione della Legge al suo solo attributo razionale, che è di regolarizzare il Diritto individuale di legittima difesa o di reprimere l’ingiustizia.

Questa tendenza del genere umano, occorre convenirne, è accesamente ostacolata, in particolare nel nostro paese, dal funesto atteggiamento, frutto dell’insegnamento classico, – comune a tutti gli scrittori, di porsi al di fuori dell’umanità per modificarla, organizzarla e istruirla a modo loro.
Infatti, mentre la società si agita per realizzare la Libertà, i grandi uomini che si pongono al suo comando, imbevuti di principi del diciassettesimo e diciottesimo secolo, non pensano altro che a piegarla sotto il dispotismo filantropico delle loro trovate sociali e a farle portare docilmente, secondo l’espressione di Rousseau, il giogo della pubblica felicità, come che essi l’hanno immaginata.

Lo si è visto bene nel 1789. Non era ancora stato distrutto del tutto l’apparato legale dell’Ancien Régime, che ci si è subito preoccupati di sottomettere la nuova società ad altre disposizioni artificiali, partendo sempre da questo punto fisso: l’onnipotenza della Legge.

Saint-Just. – «Il Legislatore dispone dell’avvenire. Spetta a lui volere il bene. Spetta a lui rendere gli esseri umani ciò che egli vuole essi siano.»

Robespierre. «La funzione del governo è quella di dirigere le forze fisiche e morali della nazione verso i fini della sua istituzione.»

Billaud-Varennes. «Occorre ricreare il popolo che si vuole rendere libero. Poiché occorre distruggere antichi pregiudizi, cambiare antiche abitudini, perfezionare i sentimenti depravati, tenere a freno i bisogni superflui, estirpare vizi inveterati; occorre dunque una azione forte, un impulso veemente…
Cittadini, l’inflessibile austerità di Licurgo divenne a Sparta la base indistruttibile della Repubblica; il carattere debole e fiducioso di Solone ripiombò Atene nella schiavitù. In questo parallelismo sta tutta la scienza di governo.»

Lepelletier. «Considerando a qual punto il genere umano si è degradato, mi sono convinto della necessità di operare una rigenerazione totale e, se così mi posso esprimere, di creare un nuovo popolo.»

Lo si vede, gli individui non sono nient’altro che dei materiali grezzi. Non sta a loro di volere il bene; – essi ne sono incapaci, – spetta al Legislatore, secondo Saint-Just. Gli individui non sono altro che ciò che egli vuole essi siano.

Seguendo Robespierre, che copia letteralmente Rousseau, il Legislatore comincia per determinare il fine istituzionale della nazione. A quel punto i governi non hanno altro da fare che dirigere verso quel fine tutte le forze fisiche e morali. La nazione essa stessa resta sempre passiva in tutto ciò, e Billaud-Varennes ci insegna che essa non deve avere che i pregiudizi, le abitudini, le simpatie e i bisogni che il Legislatore autorizza. Egli arriva a dire che l’inflessibile rigidità di un uomo è la base della repubblica.

Si è visto che, nel caso in cui il male è così grande che i magistrati ordinari non sono in grado di porre rimedio, Mably consigliava la dittatura per far fiorire la virtù. «Ricorrete, egli dice, a una magistratura straordinaria, in carica temporaneamente e con notevoli poteri. L’immaginazione del cittadino deve essere colpita.» Questo insegnamento non è andato perduto.

Sentiamo Robespierre:
«La base del governo repubblicano è la virtù, e il suo strumento, in attesa che essa metta radici, è il terrore. Noi vogliamo sostituire, nel nostro paese, la morale all’egoismo, la probità all’onore, i principi agli usi, i doveri alle buone azioni, il dominio della ragione alla tirannia della moda, il disprezzo del vizio al disprezzo del malessere, la fierezza all’insolenza, la grandezza d’animo alla vanità, l’amore della gloria all’amore del denaro, le buone persone alla buona compagnia, il merito all’intrigo, la genialità allo spirito brillante, la verità allo scalpore, l’attrazione della felicità ai fastidi della voluttà, la grandezza dell’uomo alla piccolezza dei grandi, un popolo magnanime, potente, felice, a un popolo amabile, frivolo, miserabile, vale a dire tutte le virtù e tutti i miracoli della Repubblica a tutti i vizi e a tutto il ridicolo della monarchia.»

A quale alto livello al di sopra del resto dell’umanità si pone qui Robespierre!
E notate la circostanza nella quale egli parla, Egli non si limita ad esprimere il desiderio di un grande rinnovamento dell’animo umano, egli non si limita nemmeno al fatto che essa risulterà da una normale amministrazione. No, egli vuole realizzarlo lui stesso attraverso il terrore. Il discorso, da cui è estratto questo puerile e pesante ammasso di posizioni contrapposte, aveva per oggetto di esporre i principi morali che devono dirigere un governo rivoluzionario.
Notate che, quando Robespierre viene a chiedere la dittatura, non è soltanto per respingere lo straniero e combattere le fazioni; è per far prevalere attraverso il terrore, e innanzitutto a spese della Costituzione, i suoi propri principi morali. La sua pretesa non chiede niente di meno che di estirpare dal paese, attraverso il terrore, l’egoismo, l’onore, gli usi, le buone maniere, la moda, la vanità, il gusto del denaro, la buona compagnia, l’intrigo, lo spirito arguto, il desiderio e la miseria. Solamente dopo che lui, Robespierre, avrà compiuto questi miracoli – come li chiama a ragione – egli permetterà alle leggi di riprendere il loro corso. – Eh! miserabili, che vi credete così grandi, che giudicate l’umanità così piccola, che volete tutto riformare, riformate prima voi stessi, questo sarebbe già abbastanza.

Nonostante tutto, in generale, i signori Riformatori, Legislatori, e Pubblicisti non chiedono di esercitare sull’umanità un dispotismo immediato. No, essi sono troppo moderati e troppo filantropi per pretendere ciò. Essi non reclamano altro che il dispotismo, l’assolutismo, l’onnipotenza della Legge. Soltanto essi aspirano a fare la Legge.

Per mostrare come questa strana inclinazione degli spiriti sia stata universale, in Francia, avrei dovuto non solo ricopiare tutto Mably, tutto Raynal, tutto Rousseau, tutto Fénelon, e lunghi estratti di Bossuet e Montesquieu, dovrei anche riprodurre per intero il processo verbale delle riunioni della Convenzione. Ma me ne guarderò bene, e rinvio il lettore a prendere visione direttamente di quei documenti.

Si pensa certo che questa idea abbia attratto Bonaparte. Egli l’ha abbracciata con ardore e l’ha messa energicamente in pratica. Considerandosi alla maniera di un chimico, egli non vide nell’Europa che una materia grezza su cui effettuare esperimenti. Ma ben presto questa materia si è manifestata come un potente reagente. Una volta privo di quasi tutte le sue illusioni, Bonaparte, a Sant’Elena, sembrò riconoscere che vi è una qualche iniziativa nei popoli, e si mostrò meno ostile alla libertà.
Questo non gli impedì tuttavia di lasciare come testamento questo insegnamento a suo figlio:
Governare, significa diffondere la moralità, l’istruzione e il benessere.»

È forse a questo punto necessario mostrare attraverso delle citazioni noiose e stucchevoli da dove provengono Morelly, Babeuf, Owen, Saint-Simon, Fourier? Io mi limiterò a presentare al lettore alcuni estratti del libro di Louis Blanc sull’organizzazione del lavoro.

«Nel nostro progetto, la società riceva lo stimolo dal potere.» (Pagina 126).

In che consiste lo stimolo che il Potere dà alla società? Nell’imporre il piano di M. L. Blanc.
D’altro lato, la società, è il genere umano.
Dunque, in definitiva, il genere umano riceve lo stimolo da M. L. Blanc.
Affari suoi, dirà qualcuno. Senza dubbio il genere umano è libero di seguire i consigli di chicchessia. Ma non è così che M. L. Blanc vede la cosa. Egli intende che il suo piano sia convertito in Legge, e di conseguenza imposto con la forza dal potere.

« Nel nostro progetto, lo Stato non fa che dare al lavoro un insieme di leggi (vi pare poco), in virtù delle quali il movimento industriale può e deve compiersi in tutta libertà. Esso (lo Stato) non fa altro che porre la libertà su di un piano inclinato (nient’altro) di modo che essa discenda, una volta che essa vi è stata posta, attraverso la forza delle cose e il decorso naturale del meccanismo stabilito.»

Ma qual è questo piano inclinato? – Quello indicata da M. L. Blanc. – Non conduce per caso verso il baratro? – No, esso porta alla felicità. – Come mai allora la società non si pone spontaneamente su questa via? – Il motivo è che essa non sa ciò che vuole ed ha bisogno di uno stimolo – Chi le darà questo stimolo? – Il potere. – E chi darà impulso al potere? – L’inventore del meccanismo, M. L. Blanc.
Non usciamo mai da questo ragionamento circolare: da una parte l’umanità passiva e dall’altra un grande uomo che la mobilita attraverso l’intervento della Legge.
Una volta incamminata su questa strada, la società godrà forse almeno di qualche libertà? – Senza dubbio. – E di quale libertà si tratta?

«Diciamolo una volta per tutte: la libertà consiste non soltanto nel DIRITTO accordato, ma nel POTERE concesso all’individuo di esercitare e sviluppare le sue facoltà, sotto il dominio della giustizia e sotto la salvaguardia della legge.»
«E questa non è affatto una distinzione inutile: il significato è profondo, le sue conseguenze immense. Infatti, non appena si ammette che occorre all’individuo, per essere veramente libero, il POTERE di esercitare e di sviluppare le sue facoltà, ne risulta che la società deve a ciascuno dei suoi membri una istruzione appropriata, senza la quale lo spirito umano non può dispiegarsi, e gli strumenti di lavoro, senza i quali l’attività umana non può procedere. Ora, attraverso l’intervento di chi la società offrirà a ciascuno dei suoi membri l’istruzione appropriata e gli strumenti di lavoro necessari, se non attraverso l’intervento dello Stato?»

Così la libertà non è altro che il potere. – In che cosa consiste questo POTERE? – Nel possedere l’istruzione e gli strumenti di lavoro. – Chi garantirà l’istruzione e gli strumenti di lavoro? – La società, è suo compito – Attraverso l’intervento di chi la società garantirà gli strumenti di lavoro a coloro che ne sono privi? – Attraverso l’intervento dello Stato – A chi li prenderà lo Stato?
Spetta al lettore di trovare la risposta e di vedere dove conduce tutto ciò.

Uno dei fenomeni più strani del nostro tempo, e che stupirà probabilmente molti dei nostri nipoti, è il fatto che la dottrina che si basa su questa triplice ipotesi, l’inerzia radicale dell’umanità, l’onnipotenza della Legge, l’infallibilità del Legislatore, sia il simbolo sacro del partito che si proclama totalmente democratico.
È vero che si professa anche sociale.
In quanto democratico, ha una fede illimitata nell’umanità.
In quanto sociale, la mette al di sotto della melma.

Quando si tratta di diritti politici, quando si tratta di far uscire dal suo seno il corpo legislativo, oh! allora, a suo avviso, il popolo possiede la scienza infusa; esso è dotato di un tatto ammirabile; la sua volontà è sempre nel giusto, la volontà generale non può fallire. Il suffragio non potrebbe essere abbastanza universale. Nessuno deve alla società alcuna garanzia. La volontà e la capacità di scegliere bene sono sempre date per scontate. Può forse il popolo sbagliarsi? Non siamo forse nel secolo dei lumi? Che cosa dunque! Deve essere il popolo eternamente sotto tutela? Non ha esso conquistato i suoi diritti attraverso parecchi sforzi e sacrifici? Non ha esso forse dato abbastanza prove della sua intelligenza e della sua saggezza? Non è giunto alla sua maturità? Non è forse nello stato di giudicare in maniera autonoma? Non conosce forse i suoi interessi? Vi è forse un uomo o una classe che osi rivendicare il diritto di sostituirsi al popolo, di decidere e di agire in sua vece? No, no, il popolo vuole essere libero, e sarà libero. Vuole dirigere i suoi propri affari, e li dirigerà.

Ma per il Legislatore una volta terminati i comizi elettorali, oh! allora la musica cambia. La nazione rientra nella passività, nell’inerzia, nel nulla, e il Legislatore acquista l’onnipotenza. A lui spetta inventare, dirigere, stimolare, organizzare.
L’umanità non ha che da lasciarsi fare; l’ora del dispotismo è suonata. E notate che la cosa è inevitabile; perché questo popolo, fino allora così illuminato, così dotato di moralità, così perfetto, non ha più alcuna inclinazione, o, se le ha, esse lo trascinano tutte verso il degrado. E se gli si lasciasse un po’ di libertà! Ma non sapete voi che, secondo M. Considérant, la libertà conduce fatalmente al monopolio? Non sapete che la libertà è la concorrenza? e che la concorrenza, secondo M. L. Blanc, è per il popolo un sistema che conduce all’annullamento totale, per la borghesia una causa di rovina?
Sarà forse per questo che i popoli sono tanto più disastrati e in rovina quanto più essi sono liberi, ne sono testimoni la Svizzera, l’Olanda, L’Inghilterra e gli Stati Uniti?
Non sapete voi, sempre secondo M. L. Blanc, che la concorrenza porta dritto al monopolio, e che, per la stessa ragione, il libero mercato conduce all’innalzamento esagerato dei prezzi? Che la concorrenza tende a soffocare le fonti del consumo e spinge la produzione verso una attività pazzesca? Che la concorrenza forza la produzione ad accrescersi e il consumo a diminuire; da cui segue che i popoli liberi producono per non consumare; che essa è al tempo stesso oppressione e demenza, e che occorre assolutamente che M. L. Blanc se ne occupi?

Quale libertà, d’altronde, si potrebbe lasciare agli esseri umani? Forse la libertà di coscienza? Ma in questo caso tutti ne approfitteranno per diventare atei. La libertà d’insegnamento? Ma allora i padri si affretteranno a pagare dei professori che insegnino ai loro figli l’immoralità e la menzogna; d’altronde, se crediamo a M. Thiers, se l’insegnamento fosse lasciato alla libertà della nazione, cesserebbe di essere nazionale, e noi alleveremmo i nostri fanciulli nelle idee dei Mussulmani o degli Induisti, invece, grazie al dispotismo legale dell’università, essi hanno la fortuna di essere educati conformemente alle nobili idee dei Romani. La libertà del lavoro? Ma questa è la concorrenza, che ha per effetto di lasciare tutti i prodotti invenduti, di sterminare il popolo e di mandare in rovina la borghesia. La libertà di scambio? Ma ben si sa, i fautori del protezionismo l’hanno mostrato a sazietà, che un individuo si rovina quando scambia liberamente e che, per arricchirsi, bisogna scambiare senza libertà. La libertà di associazione? Ma, secondo la dottrina socialista, libertà e associazione si escludono a vicenda, in quanto per l’appunto si tende a sottrarre agli individui la libertà soltanto per forzarli ad associarsi.

Voi dunque ben vedete che i democratico-socialisti non possono, in buona coscienza, lasciare agli individui alcuna libertà, in quanto, per loro natura, e nel caso in cui questi signori non mettano ordine, gli esseri umani tendono, da ogni parte, verso tutti i generi di degradazione e di corruzione.
Resta da capire, in questo caso, su quale base si esige per essi, con tanta insistenza, il suffragio universale.

Le pretese degli organizzatori portano a sollevare un’altra questione, che io ho loro posto di sovente, e alla quale, che io sappia, essi non hanno mai risposto.
Poiché le tendenze naturali dell’umanità sono abbastanza cattive perché gli si debba togliere la libertà, come è mai possibile che le tendenze degli organizzatori siano esse buone? I Legislatori e i loro agenti non fanno essi parte del genere umano? Si credono essi costituiti di un’altra sostanza rispetto al resto dell’umanità? Essi dicono che l’umanità, abbandonata a sé stessa , corre fatalmente verso il disastro perché i suoi istinti sono perversi. Essi pretendono arrestarla su questa china e spingerla verso una migliore direzione. Essi hanno dunque ricevuto da cielo una intelligenza e delle virtù che li pongono al di fuori e al di sopra dell’umanità; che essi mostrino i loro titoli. Essi vogliono essere pastori; essi vogliono che noi siamo il gregge. Questa combinazione presuppone in essi una superiorità naturale, di cui noi abbiamo certo il diritto di chiedere anticipatamente la prova.

Notate che quello che io contesto loro, non è il diritto di inventare delle combinazioni sociali, di divulgarle, di consigliarle, di sperimentarle su sé stessi, a loro spese e a loro rischio; ma bensì il diritto di imporle a noi tutti attraverso l’intermediazione della Legge, vale a dire di forze e risorse pubbliche.

Io chiedo che Cabetisti, Fourieristi, Proudhoniani, Universitari, Protezionisti non rinuncino alle loro idee particolari, ma a quell’idea che è loro comune, di assoggettarci con la forza ai loro gruppi e classi, ai loro ateliers sociali, alla loro banca gratuita, alla loro moralità greco-romana, alle loro imprese commerciali. Quello che io domando loro, è di lasciarci la facoltà di giudicare i loro piani e di non associarci, direttamente o indirettamente, se noi troviamo che essi offendono i nostri interessi, o ripugnano alla nostra coscienza.

Infatti la pretesa di far intervenire il potere e le tasse, oltre ad essere oppressiva e spoliatrice, implica anche questa ipotesi pregiudiziale: l’infallibilità dell’organizzatore e l’incompetenza dell’umanità.
E se l’umanità è incompetente a giudicare da sé, perché ci vengono a parlare di suffragio universale?
Questa contraddizione nelle idee si è sfortunatamente riprodotta nei fatti, e mentre il popolo francese ha superato tutti gli altri nella conquista dei suoi diritti, o meglio delle sue garanzie politiche, nondimeno è rimasto il più governato, diretto, amministrato, succube, bloccato e sfruttato di tutti i popoli.
È anche quello fra tutti dove le rivoluzioni sono sempre più incombenti, e non può essere altrimenti.

Non appena si parte da questa idea, condivisa da tutti i nostri scrittori e così energicamente espressa da M. L. Blanc con queste parole: « La società riceve l’impulso dal potere »; non appena gli esseri umani si considerano essi stessi come ricettivi ma passivi, incapaci di elevarsi attraverso il loro proprio giudizio e la loro propria energia verso alcuna azione morale, verso alcun benessere, e siano ridotti ad attendersi tutto dalla Legge; in una parola, quando essi ammettono che i loro rapporti con lo Stato sono quelli di un gregge con il pastore, è chiaro che la responsabilità del potere è immensa. Beni e mali, virtù e vizi, uguaglianza e disuguaglianza, ricchezza e miseria, tutto deriva dal potere. Esso è incaricato di tutto, di intraprendere tutto, fa tutto, dunque risponde di tutto. Se noi siamo felici, esso reclama a buon diritto la nostra riconoscenza; ma se noi siamo miserabili, noi non possiamo che prendercela con esso. Non dispone esso, in principio, delle nostre persone e dei nostri beni? La Legge non è forse onnipotente? Creando il monopolio generale, esso si è fatto carico di rispondere alle speranze dei padri di famiglia privi di libertà; e se queste speranze vengono deluse, di chi la colpa? Regolamentando l’industria, si è incaricato di farla prosperare, se no sarebbe stato assurdo toglierle la libertà; e se essa soffre, di chi la colpa? Intervenendo a equilibrare la bilancia del commercio, attraverso il gioco delle tariffe, si è fatto carico di farlo fiorire; e se, lungi dal fiorire, esso muore, di chi la colpa? Accordando agli armatori marittimi la sua protezione in cambio della loro libertà, si è fatto carico del loro profitto; e se essi sono in perdita, di chi la colpa?

Così, non vi è una situazione dolorosa nella nazione di cui il governo non si sia volontariamente reso responsabile. Ci si deve allora stupire se ogni sofferenza rappresenti un motivo per la rivoluzione?
E qual è il rimedio proposto? È quello di ampliare senza limiti il dominio della Legge, vale a dire la responsabilità del governo.

Ma se il governo si prende carico di innalzare e regolamentare i salari; di assistere tutti gli infortunati; di garantire tutte le pensioni a tutti i lavoratori; di fornire a tutti gli operai degli strumenti di lavoro; di concedere a tutti coloro che ne fanno richiesta un credito senza interesse; se lo stato si prende carico di tutto ciò e poi non riesce a farvi fronte; se, secondo le parole che abbiamo visto con dispiacere scappare alla penna di M. de Lamartine, « lo Stato si prefigge la missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, fortificare, spiritualizzare, e santificare l’animo dei popoli», e poi fallisce, non ci si accorge che al consumarsi di ogni delusione, ahimè!, più che probabile, ha luogo una non meno inevitabile rivoluzione?

Io riprendo il mio argomento e dico: subito dopo la scienza economica e all’inizio della scienza politica, si presenta un problema centrale.

L’economia politica precede la politica, essa chiarisce se gli interessi umani sono naturalmente armonici o antagonisti; la qual cosa dovrebbe sapersi prima di fissare le attribuzioni del governo.

Il problema è il seguente.
Che cos’è la Legge? che cosa deve essa essere? qual è il suo campo di intervento? quali sono i suoi limiti? a qual punto, di conseguenza, si fermano le attribuzioni del Legislatore?

Io non esito a rispondere: La legge è la forza comune organizzata per ostacolare l’Ingiustizia – e, detto in maniera succinta, LA LEGGE È LA GIUSTIZIA.

Non è vero che il Legislatore abbia sulle nostre persone e sulle nostre proprietà una potenza assoluta, poiché esse esistono prima del Legislatore e il suo compito è di circondarle di garanzie

Non è vero che la Legge abbia per missione di indirizzare le nostre coscienze, le nostre idee, le nostre volontà, la nostra istruzione, i nostri sentimenti, i nostri lavori, i nostri scambi, i nostri doni, le nostre felicità.

La sua missione è di impedire che in una di queste materie il diritto dell’uno usurpi il diritto dell’altro.
La Legge, dal momento che ha per sanzione necessaria la Forza, non può avere per campo di intervento legittimo che il legittimo campo della forza, vale a dire: la Giustizia.
E come ogni individuo non ha il diritto di ricorrere alla forza che in caso di legittima difesa, la forza collettiva, che non è che l’insieme delle forze individuali, non dovrebbe a ragione essere applicata ad altro fine.

La Legge, è dunque unicamente l’organizzazione del diritto individuale pre-esistente di legittima difesa.

La Legge è la Giustizia.

È un fatto incredibile che essa possa opprimere gli individui o espropriare le proprietà, persino per una finalità filantropica, essendo la sua missione quella di proteggere sia gli individui che le proprietà.
E che non si dica che essa non possa essere filantropica, posto che si astenga da qualsiasi oppressione, da qualsiasi spoliazione; questo è contraddittorio. La Legge non può non agire sulle nostre persone e sui nostri beni; se essa non li garantisce, essa li viola per il solo fatto che essa agisce, per il solo fatto che essa esiste.

La Legge è la Giustizia.

Ecco ciò che è chiaro, semplice, perfettamente definito e delimitato, accessibile a qualsiasi essere dotato di ragione, visibile a tutti, poiché la Giustizia è una quantità data, immutabile, inalterabile, che non ammette né più né meno.
Uscite da questa situazione, fate la Legge religiosa, fraternitaria, egalitaria, filantropica, industriale, letteraria, artistica, e subito siete nell’infinito, nell’incerto, nell’ignoto, nell’utopia imposta, o, ciò che è peggio, nella moltitudine delle utopie che si combattono per impadronirsi della Legge e imporsi, perché la fraternità, la filantropia non hanno come la giustizia dei limiti prestabiliti. Dove vi fermerete? Dove si fermerà la Legge?
Uno, come M. de Saint-Cricq, vorrà indirizzare la sua filantropia solo su qualche classe di industriali, e chiederà alla Legge che essa regoli i consumatori a favore dei produttori. Un altro, come M. Considérant, abbraccerà la causa dei lavoratori e reclamerà per essi dalla Legge un MINIMUM assicurato, vitto, alloggio, indumenti e tutto quanto serve al sostentamento della vita. Un terzo, M. L. Blanc, dirà, a ragione, che non è questa che una fraternità accennata e che la Legge deve dare a tutti gli strumenti di lavoro e l’istruzione. Un quarto farà notare che una tale organizzazione lascia ancora posto alla disuguaglianza e che la Legge deve far penetrare, nei luoghi più isolati, il lusso, la letteratura e le arti. Voi sarete condotti così fino al comunismo, o piuttosto la legislazione sarà… ciò che è già: – il campo di battaglia di tutti i sognatori e di tutte le cupidigie.

La Legge è la Giustizia.

In questo ambito, si concepisce un governo semplice, incrollabile. E sfido chiunque a dirmi da dove potrebbero venire idee di rivoluzione, di insurrezione, di una semplice sommossa contro una forza pubblica che si limita a reprimere l’ingiustizia. In presenza di un tale regime, ci sarebbe più benessere, il benessere sarebbe più egualmente ripartito, e quanto alle sofferenze inseparabili dall’umanità, nessuno si sognerebbe di accusarne il governo, che sarebbe estraneo a ciò come alle variazioni della temperatura.
Si è mai visto il popolo insorgere contro la corte di cassazione, o fare irruzione nella pretura del giudice di pace per reclamare il minimo salariale, il credito gratuito, gli strumenti di lavoro, tariffe preferenziali, ateliers sociali? Egli sa bene che questi maneggi sono fuori del potere del giudice, ed egli imparerà che sono al tempo stesso al di fuori del potere della Legge.
Ma fate la Legge sul principio fraternitario, proclamate che è da essa che provengono le cose buone e quelle cattive, che essa è responsabile di qualsiasi sofferenza umana, di qualsiasi disuguaglianza sociale, e voi aprirete la porta a una serie senza fine di lamentele, odi, discordie e rivoluzioni.

La Legge è la Giustizia.

E sarebbe ben strano che essa possa essere, in maniera equa, un qualcosa di diverso!
Forse che la giustizia non è il diritto? Forse che i diritti non sono uguali? Come dunque la Legge interverrebbe per sottomettermi ai piani sociali di MM. Mimerel, di Melun, Thiers, Louis Blanc, piuttosto che sottomettere questi signori ai miei piani? Crede qualcuno che io non abbia ricevuto dalla natura abbastanza di immaginazione per inventare anch’io una utopia? È forse il compito della Legge operare una scelta tra tante chimere e mettere la forza pubblica al servizio di una di esse?

La Legge è la Giustizia.

E che non si dica, come si fa di continuo, che così concepita la Legge, atea, individualista e senza cuore, farebbe l’umanità a sua immagine.
È questa una deduzione assurda, ben degna di questa infatuazione per il governo che vede l’umanità nella Legge.
Che cosa dunque! Dal fatto che noi saremo liberi, ne segue che noi cesseremo di agire? Dal fatto che noi non riceviamo lo stimolo dalla Legge, ne segue che noi saremo privi di stimoli? Dal fatto che la Legge si limiterà a garantirci il libero esercizio delle nostre facoltà, ne segue che le nostre facoltà saranno colpite d’inerzia? Dal fatto che la Legge non c’imporrà dei riti religiosi, delle forme associative, dei metodi di insegnamento, delle procedure di lavoro, delle direttive di scambio, dei progetti caritatevoli, ne segue forse il fatto che noi ci affretteremo a tuffarci nell’ateismo, nell’isolamento, nell’ignoranza, nella miseria e nell’egoismo? Ne segue che noi non sapremo più riconoscere la potenza e la bontà di Dio, non sapremo più associarci, aiutarci reciprocamente, amare e soccorrere i nostri fratelli bisognosi, approfondire i segreti della natura, aspirare al perfezionamento del nostro essere?

La Legge è la Giustizia.

Ed è sotto la Legge di giustizia, sotto il regime del diritto, sotto l’influenza della libertà della sicurezza, della stabilità, della responsabilità, che ogni essere umano giungerà ad esprimere tutto il suo valore, tutta la dignità del suo essere, e che l’umanità realizzerà ordinatamente, con calma, lentamente senza dubbio, ma anche sicuramente, il progresso a cui è destinata.
Mi sembra di avere dalla mia parte la teoria; perché qualunque problema io sottometta al ragionamento, sia esso religioso, filosofico, politico, economico; che tratti del benessere, della moralità, dell’uguaglianza, del diritto, della giustizia, del progresso, della responsabilità, della solidarietà, della proprietà, del lavoro, dello scambio, del capitale, dei salari, delle imposte, della popolazione, del credito, del governo; da qualsiasi punto dell’orizzonte scientifico io parta con le mie ricerche, sempre invariabilmente giungo a questa risposta: la soluzione del problema sociale risiede nella Libertà.

E non ho anche dalla mia parte l’esperienza? Date un’occhiata al mondo.
Quali sono i popoli più felici, i più morali, i più accettabili? Quelli dove la Legge interviene di meno nell’attività delle persone; dove il governo si fa sentire di meno; dove l’individualità ha maggiori possibilità di espandersi e l’opinione pubblica ha più di influenza; dove gli intoppi amministrativi sono i meno numerosi e i meno complicati; le imposte le meno pesanti e le meno sbilanciate; lo scontento popolare meno pronunciato e meno giustificabile; dove la reponsabilità degli individui e delle classi è la più attiva, e dove, ne consegue, se i costumi non sono perfetti, essi tendono inevitabilmente a correggersi; dove le transazioni, le convenzioni, le associazioni sono le meno impedite; dove il lavoro, i capitali, la popolazione, subiscono i minori disagi creati ad arte; dove l’umanità segue maggiormente la propria strada; dove il pensiero di Dio prevale maggiormente sulle trovate degli uomini; quei popoli, in una parola, che si avvicinano di più a questa soluzione: nei limiti del diritto, tutto si compie attraverso la spontaneità libera e perfettibile dell’essere umano; nulla ha luogo attraverso la Legge o la forza altro che la Giustizia universale.

Occorre dirlo: ci sono troppi uomini importanti nel mondo; ci sono troppi legislatori, organizzatori, creatori di società, conduttori di popoli, padri della nazione, ecc. Troppa gente si pone al di sopra dell’umanità per irregimentarla; troppi si incaricano per professione di occuparsi di essa.
Mi si dirà: Anche voi ve ne occupate, in quanto ne parlate. È vero. Ma si converrà che è in un senso e da un punto di vista del tutto differenti, e se io mi mescolo ai riformatori è soltanto per fare in modo che lascino la loro presa. Io non me ne occupo come Vaucanson faceva con il suo congegno automatico, ma come un fisiologo riguardo all’organismo umano, per studiarlo e ammirarlo.
Io me ne occupo con lo stesso intendimento che animava un celebre esploratore.

Egli arrivò un giorno in mezzo a una tribù di selvaggi. Un fanciullo veniva al mondo e una folla di maghi, indovini, praticanti stregoni lo circondava, muniti di anelli, di forcipi e di lacci. Uno diceva: questo fanciullo non annuserà mai il profumo di un calumet, a meno che io non gli allarghi le narici. Un altro: egli sarà privo del senso dell’udito, a meno che io non gli allunghi le orecchie fino alle spalle. Un terzo: egli non vedrà mai la luce del sole, a meno che io non dia ai suoi occhi una direzione obliqua. Un quarto: egli non sarà mai capace di stare in piedi, a meno che io non gli curvi le gambe. Un quinto: egli non sarà in grado di pensare, a meno che io non comprima il suo cervello.
Indietreggiate, esclamò il viaggiatore. Dio fa bene quello che fa; non pretendete di saperne più di lui, e poiché egli ha dato degli organi a questa fragile creatura, lasciate che i suoi organi si sviluppino, si fortifichino con l’esercizio, la ricerca a tentoni, l’esperienza e la Libertà.

Dio ha anche concesso all’umanità tutto ciò che occorre perché essa realizzi il suo destino. Esiste una fisiologia sociale provvidenziale come vi è una fisiologia umana provvidenziale. Gli organi sociali sono formati in maniera tale da svilupparsi armoniosamente al vento della Libertà. Indietreggino dunque i praticoni e i sapientoni! Via con i loro anelli, le loro catene, i loro forcipi, le loro tenaglie! via con i loro strumenti artificiosi! via i loro ateliers sociali, i loro falansteri, il loro burocraticismo, la loro centralizzazione, le loro tariffe, le loro università, le loro religioni di Stato, le loro banche gratuite o monopolistiche, le loro imposizioni e restrizioni, la loro facciata morale o la loro uguaglianza attraverso il carico fiscale! E poiché sono stati inutilmente inflitti al corpo sociale tanti sistemi, che si finisca una buona volta là da dove si sarebbe dovuto iniziare, che si respingano le imposizioni sistematiche, che si metta finalmente alla prova la Libertà, la Libertà, che è un atto di fede in Dio e nella sua opera.