La libertà ha i suoi inconvenienti e i suoi pericoli, ma alla lunga finisce per giovare sempre.

Un vantaggio incomparabile del mio sistema, che ne ha, d’altronde, molti altri, è di rendere facili, naturali e perfettamente legittimi quei cambiamenti che, ai nostri giorni, hanno screditato persone estremamente coraggiose, e sono crudelmente condannati sotto il nome di eresie politiche. Questa impazienza di cambiamento, che è stata imputata come un crimine a cittadini onesti e che ha fatto tacciare di leggerezza o di ingratitudine certe nazioni antiche e moderne, che cosa è dopo tutto se non il desiderio di progresso? E addirittura, in molti casi, non è strano che si accusi di incoerenza, di volubilità, proprio quelli che restano coerenti con sé stessi. Si vuole la fedeltà al partito, alla bandiera, al prìncipe; molto bene, se il prìncipe e il partito non mutano. Ma se si trasformano o fanno posto ad altri che non risultano proprio ad essi equivalenti?
Cosa! avrei preso per guida, per capo, per maestro, se voi volete, un prìncipe superiore al suo secolo, mi sarei piegato davanti alla sua volontà potente e creatrice, avrei abdicato al mio potere di iniziativa personale per metterlo al servizio del suo genio, e poi, questo prìncipe muore, ed ecco che gli succede, per diritto di primogenitura, un qualche spirito meschino, imbevuto di false idee, che demolisce pezzo per pezzo l’opera di suo padre, e voi volete che io gli resti fedele?
Perché? Perché è l’erede diretto e legittimo del primo? Diretto ve lo concedo, ma legittimo, almeno per quanto mi riguarda, lo nego formalmente.

Io non insorgerei per questo; vi ho detto che detesto le rivoluzioni, ma mi riterrei leso e in diritto di cambiare, una volta che il contratto fosse terminato.

« Sire, diceva Madame de Staël all’imperatore di Russia, il vostro carattere è per i vostri soggetti come una costituzione e la vostra coscienza una garanzia. »
« In questo caso, rispose l’imperatore Alexander, io non sarei che un imprevisto fortunato. »
Questa battuta, così brillante e così vera, riassume perfettamente il mio pensiero.

La nostra panacea, se si vuole usare questa parola, è dunque la libera concorrenza in materia di governo. È il diritto di ognuno di cercare il proprio benessere ovunque egli ritenga che esso sia, di procurarsi la sicurezza alle condizioni che lo soddisfino. È, d’altra parte, il progresso assicurato, attraverso una lotta di emulazione tra i governi, costretti a gareggiare per guadagnarsi di continuo l’approvazione dei cittadini. È la libertà vera che si fa strada in tutto il mondo, la libertà che non si impone a nessuno, che è per ognuno proprio ciò che ognuno vuole che essa sia, che non opprime e non inganna e contro la quale il diritto di appello è sempre possibile. Per godere di questa libertà non occorrerà rinunciare né alle tradizioni della patria né alle dolcezze della famiglia, non occorrerà affatto imparare a pensare in una lingua straniera; non ci sarà per nulla bisogno di attraversare fiumi e mari, trascinando con sé le spoglie dei propri avi. Occorrerà solo una semplice dichiarazione davanti al responsabile del registro politico del proprio comune, e senza essersi nemmeno tolti la vestaglia e le pantofole, ci si troverà, secondo il proprio, volere passati dalla repubblica alla monarchia, dal parlamentarismo all’autocrazia, dall’oligarchia alla democrazia o persino all’an-archia di Monsieur Proudhon.

Siete forse stanchi del rimestìo dei discorsi, vale a dire delle logomachie della tribuna parlamentare o dei baci un po’ rudi della dea Libertà?
Siete sazi di liberalismo e di clericalismo, al punto da confondere talvolta M. Dumortier con M. De Frè e di non sapere più in che cosa differiscano di preciso M. Rogier e M. De Decker?
Aspirate al riposo, ai molli languori di un dispotismo onesto? Sentite il bisogno di un governo che pensi per voi, si dia da fare al vostro posto, abbia lo sguardo su tutto e la mano dappertutto e che giochi a vostro profitto quel ruolo di vice-provvidenza che piace tanto ai governi in generale?
Voi non dovete emigrare verso il Sud come le rondini all’equinozio e le oche a novembre. Tutto ciò che desiderate è qui, presso di voi, altrove, dappertutto. Fate la vostra domanda di iscrizione, prendete il vostro posto!

Ciò che vi è di ammirevole in questa proposta, è che essa sopprime per sempre rivoluzioni, sommosse, disordini di strada, fino alle più impercettibili emozioni della fibra politica.
Non siete contento del vostro governo? Prendete un altro governo.
Sono quattro piccole parole, piene d’orrore e intrise di sangue, che tutte le corti d’assise, alte o basse, marziali, ecclesiali, speciali, tutte senza eccezione condannerebbero per acclamazione come colpevoli di provocazione alla rivolta, queste quattro piccole parole diventano innocenti e pure come tanti seminaristi e così salutari come il rimedio di cui diffidava a torto M. de Pourceaugnac.
« Prendete un altro governo » vale a dire passate al registro dello stato politico, fate una scappellata all’indirizzo del direttore amministrativo, pregatelo, con buone parole, di cancellarvi dalla lista in cui figurate e di trasferire il vostro nome in quella di …. chiunque desideriate.
Il direttore amministrativo si metterà gli occhiali, aprirà il registro, prenderà nota della vostra dichiarazione, vi consegnerà la ricevuta. Voi lo saluterete nuovamente, e la rivoluzione sarà compiuta, senza altro spargimento che quello di una goccia d’inchiostro. Compiuta per voi solo, ne convengo. La vostra decisione non coinvolgerà obbligatoriamente nessuno, e in questo consisterà il suo merito. Non ci sarà né una maggioranza trionfante né una minoranza vinta, ma nulla impedirà ai quattro milioni e seicentomila Belgi di seguire il vostro esempio, se lo condividono.
Il registro dello stato politico assumerà nuovo personale.

Quale è in fondo, messo da parte ogni pregiudizio derivante dall’educazione, la funzione di qualsiasi governo?
È, l’ho già indicata, quella di fornire ai cittadini la sicurezza (assumo questo termine nella sua accezione più ampia) alle migliori condizioni possibili. So bene che, su questo punto, le idee sono ancora un po’ confuse. Ci sono delle persone a cui non basterebbe un esercito per proteggerle contro i nemici esterni, una polizia, una gendarmeria, il Signor procuratore del re e i Signori giudici per assicurare l’ordine all’interno e per far rispettare il diritto e la proprietà.
So che ve ne sono alcuni che vogliono un governo ricco di posti ben retribuiti, di titoli altisonanti e di dichiarazioni roboanti; con doganieri alle frontiere per proteggere le loro industrie contro i consumatori e con schiere di funzionari che proteggano le arti, i teatri, le attrici. Ma so anche che si tratta di vecchiume propagato da quei governi-provvidenza di cui abbiamo parlato poc’anzi. In attesa che la libera sperimentazione abbia fatto giustizia di tutto ciò, non vedo che male possa fare a che rimanga in esistenza da qualche parte, per la soddisfazione di coloro che amano ciò. Una sola cosa si chiede: la libertà di scelta.

Perché tutto consiste in questo: libertà di scelta, concorrenza. Laissez faire, laissez passer! Questo sublime motto, inscritto sulla bandiera della scienza economica, sarà un giorno anche quello del mondo politico. Economia politica, il nome già lo fa prevedere, e, cosa curiosa, nonostante si cerchi di cambiare questo nome, per esempio in economia sociale, il buon senso della gente ha rifiutato di accettarlo. La scienza economica è e sarà la scienza politica per eccellenza. Non è forse essa che ha inventato questo principio moderno di non intervento e la sua formula: laissez faire, laissez passer.

Dunque, libera concorrenza in materia di governo, come in ogni altro aspetto. A partire da ciò, passato il primo momento di stupore, voi scorgete l’immagine di un paese che si protende verso la concorrenza tra i governi, vale a dire, che possiede simultaneamente, regolarmente installati, tanti governi quanti ne sono stati inventati e se ne inventerà ancora.

Sì, davvero! questo sarà un bel pasticcio. E voi credete che ne usciremo fuori da questo guazzabuglio?

Di certo, e non vi è nulla di più facile da immaginare, se si riflette anche solo un momento.
Non vi rammentate forse del tempo in cui ci si sgozzava l’un l’altro per la religione più di quanto non ci si sia mai sgozzati per questioni politiche? Allorché il divino creatore degli esseri era il Dio degli eserciti, il Dio vendicatore e senza pietà, nel cui nome il sangue colava a fiotti? Gli esseri umani di tutte le epoche si sono compiaciuti di prendere in mano la causa di Dio e di farlo complice delle loro passioni sanguinarie.
Il tempo in cui si urlava: « Massacrateli tutti! Dio riconoscerà i suoi adepti! »

Che ne è di quell’odio implacabile?
Il progresso dello spirito umano lo ha spazzato via come fa il vento d’autunno con le foglie morte. Le religioni, nel cui nome si approntavano un tempo i roghi e gli strumenti di tortura, convivono tranquillamente una accanto all’altra, sotto le stesse leggi, sovvenzionate dalla stessa fonte, e se ogni setta predica sempre la propria superiorità, è già tanto se essa maledice ancora la setta rivale.

Ebbene, ciò che è divenuto possibile nei recinti oscuri e insondabili della coscienza, con lo spirito di proselitismo degli uni, l’intolleranza degli altri, il fanatismo e l’ignoranza delle masse; ciò che è possibile al punto che lo si riscontra e se ne fa esperienza in mezzo mondo, senza che ne derivino più né disordini né violenze; al contrario con quel carattere ben evidente che là dove le credenze sono diverse, le sette numerose e su di un piede di perfetta uguaglianza legale, esse sono anche, tutte e ognuna, più sagge, più preoccupate della loro dignità e della purezza della loro morale che in ogni altro luogo; ciò che è divenuto possibile in queste difficili condizioni, non lo sarebbe a maggior ragione nel campo della politica, dove tutto dovrebbe essere chiaro, dove l’obiettivo si esprime attraverso una frase, dove la scienza si chiarisce in quattro parole?

Al giorno d’oggi, dove mai un governo esiste se non a patto di escludere tutti gli altri; dove un partito non domina che dopo aver schiacciato i partiti avversi; dove una maggioranza che governa non ha sempre al suo fianco una minoranza impaziente di governare; al giorno d’oggi quanto di più inevitabile che i partiti si odino e vivano se non in guerra, quanto meno in uno stato di pace armata? E chi si stupirebbe di vedere le minoranze intrigare e rimestare senza posa, e i governi comprimere di fatto violentemente tutte le aspirazioni verso una diversa forma politica, anch’essa totalmente assoluta, di modo che la società si compone di ambiziosi inaciditi, che aspettano l’ora della vendetta, e di ambiziosi soddisfatti che si ingozzano sull’orlo del precipizio? I princìpi erronei non portano affatto a risultati giusti e la forza non produrrà mai né la verità né il diritto.

Ma immaginiamo che ogni servitù venga a cadere, che ogni cittadino adulto divenga e rimanga libero, non solo una volta, all’indomani di qualche rivoluzione sanguinosa, ma sempre e dappertutto, libero di scegliere nel dedalo delle realtà di governo, quelle che si adattano al suo spirito e al suo carattere o ai suoi bisogni personali; libero di scegliere, intendiamoci bene, ma non di imporre la sua scelta agli altri: e allora ogni disordine viene meno, ogni sterile conflitto diviene impossibile.

Questo non è che uno degli aspetti del problema. Eccone un altro: dal momento che il procedere dei governi viene sottomesso alla sperimentazione, alla libera concorrenza, occorre che essi migliorino, si perfezionino, è la legge naturale. Niente più nubi, profondità che non nascondono altro che il vuoto, niente più astuzie caratterizzate come finezze diplomatiche, niente più di quelle viltà né di quelle infamie innocentemente mascherate sotto la ragion di Stato, niente più ambizioni di corte o di parte mal dissimulate sotto il falso titolo dell’onore o dell’interesse nazionale. Per farla breve, la fine degli inganni sulla natura e sulla qualità di ciò che ci propina il governo.

Amen! Permettetemi comunque una piccola obiezione. Quando tutte le varietà possibili di governo saranno state sperimentate dappertutto, che cosa ne verrà fuori? Ce ne sarà evidentemente una che sarà riconosciuta come la migliore, e che, dunque, tutti vorranno, la qual cosa ci riporterà ad avere per tutti un solo governo, in altre parole, esattamente al punto di partenza.

Non così di fretta, ve ne prego, amico lettore.
Che cosa! secondo voi, tutti sarebbero d’accordo e voi definite ciò un ritorno al punto di partenza? La vostra obiezione mi concede la vittoria riguardo all’aspetto principale della mia proposta, in quanto essa suppone che un accordo universale si stabilisca attraverso il semplice funzionamento del laissez faire, laissez passer. Io mi potrei limitare a prenderne atto e a considerarvi come un iscritto, convertito al mio sistema, ma non voglio avere persone convinte a metà e non cerco minimamente di fare proseliti.

No, non si tornerà affatto ad avere una sola forma di governo, se non forse in un futuro lontano; quando le funzioni di governo saranno ridotte, di comune accordo, alle espressioni più semplici. Noi non siamo per nulla a quel punto, né vicini a raggiungerlo. Per il momento, gli esseri umani non sono né tutti simili di animi e di costumi, né così facili da mettere d’accordo, come voi supponete, e il sistema della concorrenza è il solo possibile. Uno ha bisogno di movimento, di lotta, essendogli fatale il riposo; l’altro, sognatore e filosofo, non vede che di sfuggita i rivolgimenti della società, e i suoi pensieri prendono forma solo nella calma più profonda. Questi, spiantato, saggio, artista sconosciuto, ha bisogno di incoraggiamento e di sostegno per dar vita alla propria opera immortale; gli manca un laboratorio, per i suoi esperimenti, un palazzo da costruire, un pezzo di marmo per scolpire un dio. Quegli, genio potente ed estroso, non sopporta alcun ostacolo e spezza il braccio di chi lo vuole guidare. A uno occorrerà la repubblica, le sue dedizioni e le sue abnegazioni; all’altro, la monarchia assoluta, le sue pompe, i suoi splendori. Quel tale oratore vorrà un parlamento, il tal altro, incapace di mettere assieme due parole, chiederà che i parolai vengano messi al bando. Ci sono spiriti forti e teste deboli, ambiziosi insaziabili e persone semplici, contente del poco che è loro toccato; ci sono infine, altrettanti caratteri che individui, altrettanti bisogni che nature differenti. Come accontentare contemporaneamente tutti con una sola forma di governo? Evidentemente ci si adatterà secondo gradazioni molto ineguali; ci saranno dei soddisfatti, degli indifferenti, delle frange di scontenti, e persino dei cospiratori.
In ogni caso, sappiate che la natura umana farà in modo che il numero dei soddisfatti sia minore di quello degli scontenti. Per quanto perfetto questo governo unico possa supporsi, e fosse anche la perfezione assoluta, ci sarà sempre una opposizione: quella delle nature imperfette, alle quali ogni perfezione è incomprensibile e antipatica. Nel mio sistema, i dissapori più vivaci non saranno che battibecchi familiari, con il divorzio come rimedio estremo.

Ma nel sistema della concorrenza, quale governo vorrà lasciarsi distanziare dagli altri sulla via del progresso? Quali miglioramenti, felicemente attuati presso i nostri vicini, ci si rifiuterà di attuare presso di sé? Questa emulazione, costantemente attiva, darà vita ad eventi prodigiosi. Ma anche i governati saranno tutti esseri esemplari. Liberi di andare e di venire, di parlare o di tacere, d’agire o di lasciar fare, non avranno altri che sé stessi con cui prendersela, nel caso non fossero pienamente soddisfatti. A partire da quel momento, al posto di fare opposizione per essere notati, si metterà da parte l’amor proprio per persuadersi e persuadere gli altri che l’autorità da cui si dipende è la migliore che si possa immaginare. Così si instaurerà tra governanti e governati una dolce intimità, una confidenza reciproca e una semplicità di relazioni facile da concepire.

Che cosa? Voi sognate sul serio e del tutto cosciente la possibilità di questo accordo completo dei partiti e delle fazioni politiche? Voi contate di farli vivere l’uno accanto all’altro sullo stesso suolo, senza che essi si scontrino, senza che i più forti tentino di assorbire i più deboli? Voi immaginate che da questa grande Babele uscirà la lingua universale?

Io credo in una lingua universale, come credo nella potenza sovrana della libertà al fine di pacificare il mondo; non intendo fare previsioni quanto al giorno o all’ora in cui avverrà questo accordo. La mia idea è un seme che getto al vento; cadrà su un terreno fertile o sul lastricato della strada? Non è più affar mio. Io non propongo niente. Tutto, d’altronde, richiede tempo. Chi avrebbe creduto, un secolo fa, alla libertà di coscienza? E chi, ai giorni nostri, oserebbe rimetterla in discussione? Molto tempo fa vi era chi rideva ancora di questa idea bizzarra che la stampa era una potenza, un potere all’interno dello Stato? E adesso proprio gli uomini di Stato si inchinano al suo cospetto. E questa nuova potenza, l’opinione pubblica, che ciascuno di noi ha visto nascere e che, ancora vincolata dalle sue fasce, impone le sue direttive agli imperi e pesa da sovrana persino nelle deliberazioni dei despoti, l’avevate voi prevista, e non avreste forse riso in faccia a colui che avesse osato predirne la venuta?

Dal momento che voi non avanzate alcuna proposta concreta, potremmo discuterne. Ditemi, ad esempio, come in questo ingarbugliamento di poteri, ognuno riconoscerà quelli a cui appartiene. E se uno può, in ogni momento, iscriversi sotto il governo tale, svincolarsi dal governo talaltro, su che cosa si farà affidamento per pagare le spese e saldare i bilanci delle liste civiche?

Innanzitutto, io non ammetto che uno sia libero di cambiare in qualsiasi momento e di portare così alla bancarotta il proprio governo. Si può assegnare a questo tipo di impegni un minimo di durata, suppongo, un anno. Esempi ricavati dalla Francia e da altri paesi, mi autorizzano a pensare che è possibile sopportare, durante tutto un anno, il governo che ci si è dati. Le spese, regolarmente votate e ripartite, obbligherebbero ciascuno a versare il suo contributo e, in caso di contestazione, si pronuncerebbero i tribunali ordinari. Quanto al fatto che ciascuno ritrovi i suoi soggetti, i suoi amministrati, o i suoi contribuenti, sarebbe forse più difficile per ogni culto recensire i suoi fedeli e per ogni società contare i suoi azionisti?

Ma voi avreste dieci governi o forse venti al posto di uno solo, dunque altrettanti bilanci, liste civiche, spese generali ripetute altrettante volte quante sono gli stati maggiori.

Non nego affatto la portata dell’obiezione. Faccio solo notare che in virtù della legge della concorrenza, ciascuno di questi governi tenderà, necessariamente, a diventare quanto più snello e parsimonioso possibile. Gli stati maggiori che ci costano, Dio solo sa, un occhio della testa, si ridurrebbero allo stretto necessario, e le sinecure soppresse restituirebbero i loro titolari al lavoro produttivo. Nonostante ciò, il problema non sarebbe risolto che a metà e io non amo le soluzioni approssimative. Troppi governi sarebbero un male, una causa di spese esagerate, se non di confusione. Ebbene, non appena questo disagio sarà avvertito, il rimedio non si farà attendere. Il buon senso della gente farà giustizia delle esagerazioni, e ben presto non sopravviveranno che quei governi che saranno davvero necessari: gli altri moriranno d’inedia. Vedete che la libertà ha una risposta a tutto.

Può essere. E le dinastie regnanti, e le maggioranze trionfanti, e i corpi costituiti, e le dottrine in vigore, pensate proprio che essi abdicheranno per schierarsi sotto le bandiere del laissez faire, laissez passer? Voi avete un bel dire che non proponete niente, non si evade così la discussione.

Innanzitutto ditemi se voi pensate fermamente che essi siano abbastanza sicuri delle loro posizioni a tal punto da avere sempre interesse a rifiutare un’ampia garanzia di esistenza? Quanto a me io non licenzio nessuno. Tutti i governi esistono in virtù di una forza che essi attingono da qualche parte al di fuori di essi, e di cui fanno un uso più o meno abile per perpetuarsi. A partire da ciò essi hanno il loro posto assicurato nel mio schema organizzativo. Che debbano perdere inizialmente un buon numero di aderenti più o meno volontari, questo mi guardo bene dal negarlo, ma se vogliamo parlare delle sorti future, quali invidiabili compensazioni sotto l’aspetto della sicurezza dei poteri e della loro stabilità! Meno sudditi, meno contribuenti, è il caso di dirlo, ma in cambio, sottomissione assoluta e nonostante ciò volontaria durante la durata del contratto. Niente più costrizioni, poche guardie, niente più polizia, niente più soldati, o quel che basta per una parata, ma i più prestanti che ci siano. Le spese che diminuiscono più rapidamente di quanto non diminuiscano le entrate. Niente più prestiti, niente più ristrettezze finanziarie; si avrà ciò che si è visto solo nel Nuovo Mondo, delle economie per mezzo delle quali si potrà avere persone felici. Si sarà benedetti, soffusi d’incenso, e non parlo di quei vapori inebrianti che si aspirano attraverso il naso e hanno dei poteri che stordiscono, ma di veri profumi d’Arabia, fatti per nasi di alta classe. Quale dinastia non amerebbe immortalarsi in tal modo? Quale maggioranza non acconsentirebbe alla minoranza di emigrare in massa?

Vedete infine come un sistema che ha per base il grande principio economico del laissez faire riesce a sormontare tutte le difficoltà. La verità non è vera a metà; essa è la verità, né più né meno. Al giorno d’oggi abbiamo dinastie regnanti e dinastie decadute; principi che portano la corona e altri a cui non sarebbero dispiaciuti portarla; e ciascuno ha il suo partito; e ogni partito ha per missione principale di mettere i bastoni tra le ruote del carro dello Stato, fino al momento in cui, essendosi il carro rovesciato, essi possono a loro volta salirvi sopra e rischiare di capovolgersi. Gioco attraente di altalena, di cui i popoli pagano il prezzo senza stancarsene, come sosteneva Paul-Louis Courier.
Con il nostro metodo, niente più di questi costosi equilibrismi né di cadute con grande fracasso; niente più cospirazioni o usurpazioni; tutti e nessuno sono legittimi. Si è legittimi senza contestazioni, fino a quando si dura, e solamente per i propri sostenitori. Al di fuori di ciò, nessun diritto divino o terrestre, se non il diritto di modificarsi, di perfezionare i propri piani e di fare nuovamente appello agli azionisti.

Niente esilio, né proscrizione, né confische, né persecuzioni di alcun genere. Il governo che cade liquida i suoi finanziatori; se ha agito onestamente, se la sua contabilità è in regola, se gli statuti, costituzionali o altro che siano, sono stati fedelmente rispettati, può lasciare il palazzo a testa alta e andare in campagna a redigere le sue memorie giustificative. Sopraggiungono altre circostanze: le idee si modificano, una lacuna si avverte all’interno dello Stato collettivo, manca una servizio specifico, alcuni azionisti inattivi o scontenti cercano una collocazione … Subito si lancia un manifesto, si raccolgono adesioni, e quando ci si crede abbastanza forti, invece di scendere in piazza, come si dice nel gergo delle sommosse, si sale all’ufficio del registro politico, si fa una dichiarazione sostenuta dal deposito di un esemplare degli statuti fondamentali e da un registro su cui gli aderenti effettuano la loro iscrizione, ed ecco un governo in più. Il resto è un problema interno, di amministrazione, e concerne solo gli associati.

Propongo una quota minima per la registrazione e per la modifica, che gli impiegati del registro politico percepiranno essi stessi a loro profitto. Qualche centinaio di franchi per fondare un governo, alcuni centesimi a persona per passare dall’uno all’altro. Gli impiegati non avranno altre entrate, ma immagino che essi non saranno mal retribuiti e che questi impieghi saranno molto ambiti.

Non siete forse stupito di questa semplicità degli ingranaggi, di questo meccanismo potente che un bambino potrebbe guidare, e che, nondimeno, risponde a tutti i bisogni? Cercate, tastate, scrutate, analizzate! Io vi sfido a trovare un difetto su qualsiasi punto.

Così come sono convinto che nessuno si prenderà la briga di preoccuparsi di questa proposta: l’essere umano è fatto così. È proprio questa convinzione che mi spinge a far conoscere la mia idea. In effetti, se non ho fatto alcun proselito, è perché tutto ciò non è che una costruzione teorica, e nessun potere costituito, nessuna maggioranza, nessuna corporazione, nessun individuo che disponga di checchessia, ha il diritto di volermene a male.

E se, per caso, mi aveste convertito?

Ssss….. Voi finirete per compromettermi!