La melanconica partenza del perdente


“Urshanabi, il molo ti rifiuti, il traghetto ti disprezzi!
Tu che sei andato alla sua sponda, rinuncia ad accostarti ad essa;
l’uomo che tu hai portato fin qui, il suo corpo è pieno di sporcizia;
la bellezza del suo corpo hanno rovinato le pelli che indossa;
prendilo Urshanabi! Portalo al lavatoio;
possa egli lavare con acqua la sua sporcizia,
fino a diventare bianco come la neve;
possa egli buttare via le pelli, sicché il mare le porti con sé:
fa’ che il suo corpo sia strofinato fino a tornare bello;
poni sul suo capo un nuovo turbante;
fagli indossare un vestito che lo rinobiliti;
fino a che egli non giunga alla sua città,
fino a che egli non compia il suo viaggio,
che il suo vestito non si scolori, che sia nuovo, che sia nuovo”.
Urshanabi lo prese e lo condusse al lavatoio;
egli lavò con acqua la sua sporcizia, fino a diventare bianco come la neve;
egli buttò via le pelli, sicché il mare le portò con sé:
il suo corpo strofinò fino a farlo tornare bello;
pose sul suo capo un nuovo turbante;
indossò un vestito che lo rinobilitò;
fino a che non fosse giunto alla sua città,
fino a che non avesse compiuto il suo viaggio;
il suo vestito non si sarebbe scolorato, sarebbe rimasto nuovo.
Gilgamesh e Urshanabi salgono sulla nave;
essi liberano la nave dagli ormeggi e intraprendono il viaggio.