L’amara verità di Utanapishtim


L’umanità è recisa come canne in un canneto.
Sia il giovane nobile, come la giovane nobile sono preda della morte.
Eppure nessuno vede la morte,
nessuno vede la faccia della morte,
nessuno sente la voce della morte.
La morte malefica recide l’umanità.
Noi possiamo costruire una casa,
possiamo costruire un nido,
i fratelli possono dividersi l’eredità,
vi può essere guerra nel paese,
possono i fiumi ingrossarsi e portare inondazione:
(il tutto assomiglia alle) libellule che sorvolano il fiume il loro sguardo si rivolge al sole,
e subito non c’è più nulla.
Il prigioniero e il morto come si assomigliano l’un l’altro!
Nessuno può disegnare la sagoma della morte;
l’uomo primordiale è un uomo prigioniero.
Dopo avermi benedetto,
gli Anunnaki, i grandi dei, sedettero a congresso;
Mammitum, colei che crea i destini, ha decretato assieme al loro destino:
essi hanno stabilito morte e vita;
i giorni della morte essi non hanno contato a differenza di quelli della vita”.
Gilgamesh parlò a lui, al lontano Utanapishtim.