Le fondamenta instabili


Gli scienziati sociali, specialmente coloro che sono inclini a ripetere idee elaborate nel passato piuttosto che testarle e sostituirle nel caso non siano più adatte o efficaci, hanno l’abitudine di basare, quasi esclusivamente, le loro conoscenze su divulgatori e fonti di seconda mano.
È molto probabile che da questa pratica derivi una continua semplificazione nelle formulazioni concernenti il passato fino al punto di una distorsione o banalizzazione totale.

Poiché questo tipo di scienziato sociale è molto diffuso, la teoria sociale corrente poggia su fondamenta molto instabili, e la pratica sociale, che dovrebbe offrire materiali a sostegno della teoria sociale, è generalmente inesistente.
Gli errori grossolani più comuni commessi dagli scienziati sociali sono i seguenti.

Plausibilismo
Gli scienziati sociali, specialmente quelli che sono affascinati dalla popolarità, si trovano ad essere fortemente spinti verso spiegazioni e soluzioni plausibili.
Considerato il fatto che la conduzione di una serie di esperimenti impegnativi o cruciali non fa parte della pratica consueta e diffusa nelle scienze sociali, il caso più probabile è che gli scienziati sociali si affidino a passate teorie che hanno ancora largo seguito.

Sfortunatamente per loro, la vita sociale presenta, oltre ad alcuni aspetti di base che continuano nel tempo, anche una schiera di nuovi problemi che richiedono nuove soluzioni.

Talvolta queste soluzioni non sono così facilmente identificabili ma emergono attraverso la cosiddetta “logica controintuitiva” vale a dire per mezzo di idee e di pratiche contrarie a quello che indicherebbe la plausibilità e il senso comune.

Un simile approccio alla risoluzione di un problema può essere ricavato dalle scienze mediche quando l’immunizzazione da un virus si consegue non attraverso l’isolamento totale da esso ma inoculandolo in dosi minime (immunizzazione).

Un’altro serio svantaggio del plausibilismo consiste nel fatto che alcune soluzioni altamente plausibili proposte dagli scienziati sociali danno origine a “conseguenze inattese” che aggravano il problema invece di risolverlo. Ciò è abbastanza evidente, ad esempio, nel caso dei trasferimenti monetari per lo sviluppo che, assai spesso, lungi dal promuovere lo sviluppo, rendono la dipendenza dagli aiuti (e quindi il non-sviluppo) un fatto ancora più acuto e persistente.

Stereotipismo
Una volta introdotte e accettate, è alquanto raro che le spiegazioni e le soluzioni plausibili vengano messe in discussione anche in presenza di risultati scarsi o negativi. Esse diventano atteggiamenti profondamente consolidati e interiorizzati.

La loro messa in dubbio sarebbe come riconoscere che le premesse familiari su cui si basano queste spiegazioni e soluzioni potrebbero essere errate. Questo richiederebbe un cambiamento di paradigma che, per molti accademici, sarebbe un fatto troppo sconcertante, faticoso e doloroso da accettare.
Per questo motivo essi cercano in tutti i modi di mantenere in vita quelle premesse che, nel corso del tempo, diventano stereotipi (vale a dire immagini e categorie stantie) nell’armamentario teoretico e pratico degli scienziati sociali.

Questo armamentario si è riempito di concetti familiari (ad esempio, destra-sinistra, pubblico-privato, capitalismo-socialismo, ecc.) che molto spesso hanno perso il loro valore scientifico (cioè cognitivo) ma continuano ad essere utilizzati in maniera estesa e protratta.
L’uso ampio e ricorrente di tali termini li rende infatti ancora più familiari e popolari e blocca non solo qualsiasi discussione riguardo la loro validità attuale ma anche qualsiasi verifica sul fatto se il significato attribuito è lo stesso per persone diverse o se tali termini hanno ancora un qualche significato nel rappresentare realtà diverse.

Se utilizzi frasi fatte, non solo non hai bisogno di scervellarti sulle parole, ma non devi neanche preoccuparti del ritmo della frase dal momento che essa generalmente si dispiega in modo da essere più o meno musicale all’orecchio.

Quando uno osserva un oratore forsennato su una pedana che ripete meccanicamente le frasi familiari – le atrocità bestiali, il tallone d’acciaio, la tirannia sanguinaria, i popoli liberi del mondo, stare uniti spalla a spalla – si ha spesso l’impressione curiosa di stare osservando non un essere umano vivente ma una sorta di manichino: una impressione che all’improvviso diventa più forte quando, in taluni momenti, la luce si riflette sulle lenti dell’oratore e le trasforma in dischi vuoti che sembrano non avere occhi dietro di esse.
(George Orwell, Politics and the English Language, 1946)

Meccanicismo
Rappresentazioni e spiegazioni semplicistiche della realtà richiedono la formulazione di una causa semplice (preferibilmente unica) alla base della maggior parte dei fatti sociali.

Questo evita allo scienziato sociale di impegnarsi in quella che viene chiamata la ricerca sul campo che, in realtà, non è altro che l’effettuazione di una serie di osservazioni e sperimentazioni che dovrebbero costituire l’attività costante di ogni ricercatore, in qualsiasi progetto serio di ricerca.
Invece, la mente meccanica dello scienziato sociale, simile alla mente infantile, costruisce rapporti causali senza verificare in maniera appropriata se siamo o no in presenza di semplici correlazioni ricorrenti.

Un’altra premessa scontata della mente meccanica concerne l’accettazione indebita di una causa preponderante che determina inevitabilmente il risultato finale.

Per gli scienziati sociali sarebbe troppo faticoso concepire un sistema aperto e multiforme di cause ed effetti che agiscono le une sulle altre diventando ognuna di esse, a sua volta, causa ed effetto.
Riconoscere l’esistenza di una realtà così complessa sarebbe tragico per il ruolo e la funzione degli scienziati sociali. Infatti significherebbe ammettere che non esistono soluzioni meccaniche verticistiche, da attuare manovrando leve e bottoni secondo istruzioni dettagliate al fine di conseguire, infallibilmente, il risultato desiderato.

Economicismo
Il consiglio o l’assillo comune della mente meccanica allorché è alle prese con qualsiasi problema politico o sociale è di mettere sempre in primo piano le motivazioni economiche che si presume determinino, inevitabilmente e forzatamente, il comportamento di tutti gli agenti sociali.
Questo equivale a suggerire a qualsiasi investigatore sulla scena di qualsiasi tipo di crimine la pista classica del “cherchez la femme”.

La spiegazione economica dei fatti sociali che caratterizza molti scienziati sociali come un riflesso condizionato, è erroneamente ritenuta come facente parte della interpretazione marxiana della storia, ma è, in realtà, solo un grossolano travisamento delle sue idee. Per Marx la forza materiale che modella le relazioni sociali nel corso della storia è la tecnologia e non l’economia o l’avidità di possesso economico.

L’interpretazione e la spiegazione di qualsiasi evento storico in termini di forze economiche o di calcolo economico riduce tutto e tutti al livello di bottegai o di macchinette calcolatrici.
È vero che le capacità intellettuali di molti protagonisti della storia (politici, generali, alti burocrati, ecc) non sono superiori a quelle di un ottuso commesso o di un cassiere avido ma questo non significa che le loro decisioni siano basate solo su una stretta razionalità economica fatta di entrate e uscite. Miti ideologici, fedi religiose, considerazioni di potere e di prestigio, desiderio di avventura e paura del rischio, queste sono motivazioni più probabili che non il calcolo economico, i cui dati non sono spesso sicuri o sono addirittura non disponibili nella fase iniziale di presa di decisioni.

Ciò nondimeno, essendo la spiegazione economica la più semplice e la più comprensibile in un mondo che si ritiene caratterizzato da scarsità fino alla Rivoluzione Industriale, essa è la prima e la più corrente anche se non è sostenuta dai fatti (come nel caso di molte decisioni politiche riguardanti le guerre e le avventure imperialistiche degli stati).

Ma questo è un inconveniente minore, considerando che l’aderire ai fatti non rappresenta un punto di forza di molte spiegazioni teoriche sostenute dagli scienziati sociali.

Dialetticismo
L’uso del dialetticismo da parte di molti scienziati sociali poterebbe apparire come un antidoto al meccanicismo.

Il fatto è che la dialettica adottata non è quella Socratica per mezzo della quale si cerca di pervenire alla verità attraverso un esame attento e un dibattito tra le diverse posizioni. È invece la dialettica Hegeliana della tesi-antitesi-sintesi impiegata nella maniera più banale e artificiale.

Nel passaggio da Socrate a Hegel, il dialogo aperto e franco come strumento per la ricerca della verità è stato sostituito da polarizzazioni dogmatiche chiuse e tendenti, in definitiva, alla imposizione di una veduta preconcetta.

Inoltre, la dialettica è stata utilizzata per trasmettere ogni sorta di acrobazie pseudo-intellettuali (e cioè, pure e semplici assurdità).

Ne sono esempio le affermazioni che la concorrenza genera i monopoli (e quindi la concorrenza è stata limitata o persino eliminata e i monopoli nazionali sono sorti prontamente) o che la concentrazione di tutto il potere nelle mani dei governanti statali rappresenta il passaggio necessario verso l’emancipazione universale, suggerendo quindi, implicitamente, che dall’asservimento totale dovrebbe sorgere la liberazione per tutti.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la logica controintuitiva. In termini dialettici è definita come la negazione della negazione ma dovrebbe essere qualificata più volgarmente come la balla delle balle.

A nostro giudizio, il ‘metodo dialettico’ è o un guazzabuglio di banalità, una forma di doppiosenso, un oscurantismo pieno di pretese, – o un insieme dei tre.
(Charles Wright Mills, The Marxists, 1962)

Sensazionalismo
Il grigio mondo degli scienziati sociali fatto di banalità e di stereotipi è anche arricchito di sensazionalismo, generalmente sotto forma di teorie del complotto o della sindrome del “c’è sotto qualcosa”.

Il sensazionalismo è più opera di giornalisti che di accademici ma, di tanto in tanto, appaiono saggi con titoli sensazionalistici (come “La fine della storia” o “Lo scontro delle civiltà) che sono presentati come contributi storici sensazionali intesi a provocare sensazione.

Inoltre, alcuni scienziati sociali sostengono, apertamente o implicitamente, la convinzione, promossa e rafforzata da dalla stampa popolare e dalla TV, che noi tutti siamo dominati da poteri quasi invincibili molto più grandi di noi (le imprese multinazionali, i servizi segreti, ecc) che fanno e disfanno le nostre vite secondo i loro piani, il tutto sotto un velo di segretezza.

Il sensazionalismo è un modo di spiegare i fatti che si basa e produce un insieme miserevole di atteggiamenti (auto)protettivi e (auto)giustificativi. Il risultato generale del sensazionalismo è di:

– abbassare e sminuire l’essere umano, compatendolo o trattandolo con condiscendenza;
– innalzare e ingrandire l’immagine del potere, attribuendogli una forza e delle capacità, positive o negative, che esso non ha.

Questa convinzione popolare è molto tenace. Essa sopravvive imperturbata nonostante il verificarsi di molti casi contrari quali l’attacco e il ridimensionamento da parte di attivisti sociali di organizzazioni internazionali (vedi l’Organizzazione Mondiale del Commercio) e di imprese multinazionali (vedi McDonald’s); oppure il crollo del Muro di Berlino e lo sbriciolamento dell’impero sovietico ritenuto estremamente potente.

Questi sono tutti fatti storici che gli scienziati sociali sensazionalisti avrebbero dovuto prevedere se fossero meno preoccupati nel confermare i loro preconcetti a sostegno dei poteri correnti e più intenti a osservare, con mente attenta e critica, quello che sta avvenendo realmente attorno a loro.

Ipostaticismo
Il pasticcio più dannoso, e ciò nondimeno il più comune, commesso dagli scienziati sociali è quello della ipostatizzazione, vale a dire l’attribuzione di concretezza e personalità ad astrazioni concettuali.

Questo mostra quanto gli scienziati sociali contemporanei siano ancora influenzati dall’animismo tribale e dalla credenza nella transustanziazione che potrebbero essere giustificati o accettati nell’ambito della fede nel soprannaturale. ma non nell’area della ricerca scientifica, altrimenti ne deriverebbe ogni sorta di conseguenze svianti ed assurde.

Il nemico peggiore della lucidità di pensiero è la propensione a ipostatizzare, vale a dire attribuire sostanza o esistenza reale a costrutti o concetti mentali.

La ipostatizzazione non à solamente una fallacia epistemologica e non porta solo ad errori nella ricerca della conoscenza. Nelle cosiddette scienze sociali molto spesso è utilizzata per realizzare obiettivi politici ben precisi, pretendendo per il collettivo una dignità superiore a quella dell’individuo o persino assegnando una realtà fisica solo al collettivo e negando l’esistenza dell’individuo, definito una semplice astrazione.
(Ludwig von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science, 1962)

È soprattutto necessario evitare di postulare ancora una volta la ‘società’ come una astrazione che si oppone all’individuo. L’individuo è un essere sociale. La manifestazione della sua vita – anche quando non appare direttamente nella forma di una manifestazione sociale, in associazione con altri esseri umani – è comunque una manifestazione e affermazione della vita sociale.
(Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844)

Trattare i costrutti mentali come se fossero entità reali e materiali è una fallacia che è talmente radicata e diffusa in qualsiasi discorso sociale che non ce ne rendiamo più nemmeno conto.

Infatti, noi perpetuiamo e diffondiamo questa fallacia utilizzandola in maniera continua nelle nostre conversazioni di ogni giorno, in quanto questo è il modo in cui siamo stati formati a scuola fin dalla più tenera età. Parliamo della Francia e dell’Italia come se fossero persone reali, facciamo riferimento alla società come se esistesse sopra e al di là delle relazioni fra individui e abbiamo creato la categoria dell’interesse pubblico come se qualcosa di tal sorta potesse essere concepibile di per sé, totalmente diverso o persino contrario all’interesse di ciascuno e di tutti presi individualmente.

Il problema non risiede nel fatto di usare (in maniera consapevole e appropriata) concetti astratti come generalizzazioni di realtà empiriche o come simboli di stati d’animo, ma nel credere nell’esistenza di entità mitiche dotate di una personalità propria e di una autonoma volontà di agire (la nazione interverrà, il mercato è avido, la città è crudele, ecc.).

“Ecco le prime parole del preambolo [della Costituzione Francese del 1848]
« La Francia si è costituita in Repubblica per … chiamare tutti i cittadini verso un livello sempre più elevato di moralità, saggezza e benessere. »
Così, è la Francia o l’astrazione, che richiama i Francesi o le realtà della vita alla moralità, al benessere, ecc. Non significa questo sprofondare in quella bizzarra illusione che ci porta ad aspettare tutto da una energia che non è la nostra? Non significa forse dare ad intendere che esiste, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può riversare su di loro la sua beneficenza? Non significa forse supporre, e di certo in maniera del tutto gratuita, che vi sia tra la Francia e i Francesi, tra la semplice denominazione condensata ed astratta di tutte le individualità e queste stesse individualità, rapporti simili a quelli che esistono tra il padre e il figlio, del tutore e del pupillo, dell’insegnante e dello scolaro?”
(Frédéric Bastiat, Lo stato, 1848)

Noi confondiamo continuamente l’etichetta con l’oggetto, e così assegniamo un valore spurio ad un termine, come se fosse qualcosa di vivo e attivo, in maniera autonoma. Quando questa tendenza a generare identità si allarga dai cani a più elevate astrazioni come ‘la libertà’ ‘la giustizia’ ‘l’eterno’, dando ad esse il valore di entità concrete, quasi nessuno capisce quello a cui tutti gli altri alludono. Se siamo consapevoli di operare astrazioni, non c’è nessun problema, in quanto possiamo maneggiare questi termini elevati come fa un domatore esperto nei confronti di un leone. Se non siamo consapevoli di ciò, è molto probabile che cadremo in una serie di difficoltà.
(Stuart Chase, The Tyranny of Words, 1938)