L’individuazione del problema


L’insieme di divisione-divario-scontro delle scienze non è il risultato di differenze intrinseche ai campi di ricerca qualificati con i termini di scienze sociali e scienze fisiche.

La scienza, e cioè la conoscenza organizzata della realtà, non è una esperienza contraddittoria delimitata da divisori e barriere, in cui ciò che è vero in un campo è falso in un altro e viceversa.

L’unitarietà della realtà, per quanto ricca e varia una realtà possa essere, non può che risultare nella unità della scienza-conoscenza e tutto ciò rappresenta una convinzione di base per coloro che sono interessati a esplorare il mondo in maniera metodica e rigorosa.

“Né il comune essere umano né il ricercatore scientifico percepiscono l’esistenza di passaggi da una sfera all’altra quando si impegnano in una attività di riflessione. Essi non riconoscono l’esistenza di due mondi contrapposti – la realtà da una parte e le idee puramente soggettive dall’altra; essi non si accorgono di passare alcun abisso profondo. Assumono l’esistenza di un passaggio ininterrotto, libero e fluido dall’esperienza ordinaria alla riflessione astratta, dal pensiero al fatto, dai fenomeni concreti alle teorie e viceversa. L’osservazione si fonde nello sviluppo di ipotesi; i metodi deduttivi si fondono nella descrizione del particolare; il risultato del riflettere si fonde nell’azione, senza che si avverta alcun senso di difficoltà tranne quelli che si riscontrano nel particolare compito da affrontare. Il dato fondamentale è la continuità.
Questo non significa che il fatto è confuso con l’idea. o il dato sotto osservazione con l’ipotesi scelta, la teoria con la pratica, al pari di un viaggiatore che non confonde la terra con il mare quando viaggia da un luogo all’altro. Significa soltanto che ogni entità è posta e utilizzata con riferimento al servizio reso da ognuna, e con riferimento al suo futuro impiego.”
(John Dewey, Essays in Experimental Logic, 1916)

“Tutte le scienze, e non solo le scienze ma anche tutti gli sforzi di tipo intellettuale, sono un tentativo di vedere le connessioni all’interno delle gerarchie, di connettere la bellezza alla storia, la storia alla psicologia, la psicologia al funzionamento del cervello, il cervello agli impulsi nervosi, gli impulsi nervosi alla chimica, e così via, su e giù, da entrambe le parti.”
(Richard P. Feynman, The Character of Physical Law, 1965)

Inoltre, il processo scientifico ha caratteristiche comuni in qualsiasi tempo e luogo esso si svolga, indipendentemente da quale sia l’aspetto sotto esame. Le caratteristiche comuni del processo scientifico sono che esso:

– inizia da un problema;

– impiega un insieme di metodi e di strumenti di ricerca, tutti indirizzati, come obiettivo teorico finale, alla produzione di affermazioni chiare e di argomentazioni coerenti;

– produce incrementi di conoscenza (basati su precedente conoscenza, e cioè su precedenti convinzioni consolidate e vere) che sono soggetti, in modi diversi, ai requisiti di onestà morale e giustificazione empirica da parte degli scienziati (replicabilità, verificabilità, falsificabilità, compatibilità con altre convinzioni vere);

– mira, abbastanza spesso con successo, alla soluzione di problemi.

“La scienza non inizia con i fatti, con le ipotesi, e nemmeno con un metodo, ma con un problema specifico. La scienza sociale non fa eccezione a questa regola.”
(F. S. C. Northrop, The Logic of the Sciences and the Humanities, 1947)

“Non esiste una scienza pura e una scienza applicata – esiste solo la scienza e le sue applicazioni.”
(Louis Pasteur, 1822-1895)

Purtroppo, le cosiddette scienze sociali falliscono, per molti versi, nel soddisfare le esigenze della ricerca scientifica, avanzando ogni sorta di giustificazione, la più comune delle quali consiste nella pretesa difficoltà a trattare i problemi dell’essere umano, il che pone le scienze umane in una categoria a parte, se non superiore, rispetto alle scienze fisiche.

Coloro che sostengono tale posizione sembrano ignorare la complessità con cui ha a che fare un biologo di fronte ad un ecosistema, un meteorologo che tenta di comprendere i cambiamenti climatici o un geologo che si occupa di prevedere terremoti. Inoltre, sostenendo questa posizione gli scienziati sociali sembrano anche sminuire l’essere umano raffigurandolo come un individuo capriccioso e imprevedibile.

Al tempo stesso essi pongono sé stessi su di un piedistallo come intellettuali di alto rango che assolvono la sublime missione di discorrere (sfortunatamente invano) riguardo all’esperienza umana (senza mai raggiungere, occorre sottolinearlo, una visione comune, per non parlare di una soluzione precisa ad alcuni problemi basilari).

Infatti, il compito degli scienziati sociali dovrebbe essere quello di mettere in luce problemi e mettere alla prova soluzioni attraverso sperimentazioni sociali condotte in maniera volontaria, di cui essi potrebbero essere non solo i promotori ma anche i protagonisti, allo stesso modo in cui ogni scienziato conduce direttamente esperimenti (o analizza eventi naturali) e valuta i risultati.
In assenza di ciò, sarebbe più appropriato definire gli scienziati sociali come gli ultimi stregoni, assorbiti, come è la maggior parte di essi, nel ripetere incessantemente formule magiche (mantra) che non hanno alcuna connessione con la realtà attuale.

Sfortunatamente, e qui risiede il problema, questi stregoni pretendono e ottengono tuttora, con l’astuzia o con la forza, l’attenzione delle persone perché sono in sintonia con il potere e, per questo motivo, sono i soli contastorie ufficiali (ossessivi e onnipresenti), allo stesso modo in cui la Chiesa Cattolica era, un tempo, la sola voce esistente e ammessa.

È necessario quindi esaminare questa situazione, vale a dire la realtà delle scienze sociali e degli scienziati sociali, perché, solo lo svelamento del loro mondo fatto di miti e di superstizioni, può condurci al libero sviluppo del sapere, dappertutto e per tutti gli esseri umani che aspirano a ciò.