Necessità dell’insurrezione


Necessità, ovviamente, non nel senso di un avvenimento che prima o poi deve avvenire, ma nel senso della condizione concreta di una possibilità.

Necessità del possibile.

Il denaro in questa società è necessario.
Una vita senza denaro è possibile.
Per sperimentare questo possibile è necessario distruggere questa società.
Oggi si può sperimentare solo ciò che è socialmente necessario.

Curiosamente, coloro che considerano l’insurrezione un tragico errore, oppure secondo i gusti, un irrealizzabile sogno romantico, parlano molto di azione sociale e di spazi di libertà da sperimentare.

Basta però struccare solo un poco simili ragionamenti per farne uscire tutto il succo.
Per agire liberamente è necessario parlarsi senza mediazione.
E allora ci si dica: su cosa, quanto e dove si può dialogare attualmente?

Per discutere liberamente si deve strappare tempo e spazio agli imperativi sociali.
Insomma il dialogo è inseparabile dalla lotta.
È inseparabile materialmente e psicologicamente, gli individui amano parlare di ciò che fanno, perché solo allora le parole trasformano la realtà.

Ciò che si dimentica è che viviamo tutti in un ghetto, anche se non si paga l’affitto di casa o il calendario conta molte domeniche.
Se non riusciamo a distruggerlo, questo ghetto, la libertà di sperimentazione si riduce a ben misera cosa.

Parecchi libertari pensano che il cambiamento della società possa e debba avvenire gradualmente, senza una rottura improvvisa.
Per questo parlano di «sfere pubbliche non statali» dove elaborare nuove idee e nuove pratiche.
Lasciando perdere gli aspetti decisamente comici della questione, ciò che si può notare è che il riferimento ideale di questi discorsi rimane il metodo autogestito e federalista sperimentato dai sovversivi in alcuni momenti storici.

La piccola banalità che si trascura, è che la possibilità di parlarsi e di cambiar la realtà i ribelli l’hanno presa con le armi.

Si dimentica insomma un piccolo particolare: l’insurrezione.
Non si può togliere un metodo, come, l’assemblea di quartiere, la decisione diretta, il collegamento orizzontale, eccetera, dal contesto che l’ha reso possibile e addirittura schierare questo contro quello, con ragionamenti del tipo «non serve attaccare lo Stato, bisogna autorganizzarsi, rendere concreta l’utopia».

Prima ancora di considerare, ad esempio, cosa hanno significato e cosa potrebbero significare oggi i Consigli proletari, bisogna considerare le condizioni in cui sono nati.

Si è trattato di momenti insurrezionali.
Qualcuno ci spieghi come è possibile, oggi, che gli sfruttati decidano in prima persona su questioni di una qualche importanza senza rompere con la forza la normalità sociale; poi si potrà parlare di autogestione e di federalismo.

Prima ancora di discutere su cosa vorrebbe dire autogestire le attuali strutture produttive “dopo la rivoluzione”, bisogna affermare una banalità di base: i padroni e la polizia non sarebbero d’accordo.

Non si può discutere di una possibilità trascurando le condizioni che la rendono concreta.
Ogni ipotesi di liberazione è legata alla rottura con l’attuale società.

Facciamo un ultimo esempio.
Anche in ambito libertario si parla di democrazia diretta.
Si può rispondere subito che l’utopia anarchica si oppone al metodo della decisione per maggioranza.
Giustissimo.
Ma il punto è che nessuno parla concretamente di democrazia diretta.
Lasciando perdere coloro che spacciano per democrazia diretta il suo esatto contrario, cioè la costituzione di liste civiche e la partecipazione alle elezioni municipali, prendiamo quelli che immaginano reali assemblee cittadine in cui parlarsi senza mediazioni.
Su cosa potrebbero esprimersi i cosiddetti cittadini?
Come potrebbero rispondere differentemente, senza cambiare allo stesso tempo le domande?
Come mantenere la distinzione tra una pretesa libertà politica e le attuali condizioni economiche, sociali e tecnologiche?

Insomma, comunque si giri la faccenda, il problema della distruzione rimane.
A meno che non si pensi che una società centralizzata tecnologicamente possa essere allo stesso tempo federalista; oppure che possa esistere l’autogestione generalizzata in autentiche galere quali sono le attuali città.
Dire che tutto ciò va cambiato gradualmente significa solo ingarbugliare le carte.
Senza una rivolta diffusa non si può cominciare alcun cambiamento.
L’insurrezione è la totalità dei rapporti sociali che, non più mascherata delle specializzazioni del capitale, si apre all’avventura della libertà.

L’insurrezione da sola non dà risposte, inizia solo a porre le domande.
Il punto allora non è: agire gradualmente o agire avventuristicamente.
Il punto è: agire o sognare di farlo.

La critica della democrazia diretta (per restare all’esempio) deve considerare quest’ultima nella sua dimensione concreta.
Solo così può andare oltre, pensando quali sono le basi sociali dell’autonomia individuale.
Solo così questo oltre può farsi subito metodo.

Oggi i cosiddetti sovversivi sono nella condizione di dover criticare le ipotesi altrui definendole in modo più corretto di quanto non facciano i loro stessi sostenitori.