Oggi più che mai la politica è agire fine a se stesso.


Quando si parla di totalitarismo, il pensiero corre senza esitazioni a una forma di dominio implacabile che storicamente si è incarnata nella figura di un singolo dittatore.

Hitler il Führer, Mussolini il Duce, Franco il Caudillo, Stalin il Piccolo Padre, Ceausescu il Condottiero, Mao il Grande Timoniere, Pinochet il Generalissimo: sono tutti esempi di dittatori di un passato non sempre lontano, ma comunque considerato difficilmente ripetibile.

Nel corso degli ultimi anni stiamo assistendo alla fine dell’era delle dittature individuali e alla condanna quasi unanime di queste forme di potere. E se in alcune parti del mondo resistono ancora regimi guidati da uomini forti, la tendenza a sostituirli con le moderne democrazie si va affermando senza troppi contrasti. I Führer, i Duce e i loro simili hanno dovuto cedere il posto a sistemi di dominio piuttosto disincarnati, freddi, senza sorprese, da cui l’elemento umano è quasi del tutto bandito.

Ma una dittatura — un sistema totalitario — per essere così definita non abbisogna necessariamente d’essere guidata da un unico individuo, giacché si può ritenere tale qualsiasi regime ove si attui la concentrazione assoluta del potere nelle mani di un gruppo di persone, che viene così ad assumere il controllo su tutti gli aspetti dell’esistenza di ciascuno. Per cui se ne può dedurre che l’elemento più importante, in un sistema totalitario, non è dato tanto da chi detiene il potere, ma piuttosto da come questo viene esercitato. Non importa sapere quale ragione venga addotta per giustificare il controllo assoluto, se la purezza della razza o lo sviluppo dei mercati. Poco importa anche se questo controllo viene garantito con violenza dalla presenza di carri armati nelle strade, o con dolcezza mediante l’anestesia mediatica. Ciò che conta veramente è che sia applicato inesorabilmente su tutti gli aspetti della vita, senza scappatoie, senza dare possibilità di scelta.

La democrazia è dunque anch’essa una forma di dittatura — certamente meno palese ma non per questo meno efficace, anzi — che per la propria conservazione deve imporre i propri valori in ogni campo a tutti gli individui e le classi sociali. Da questo punto di vista sono in molti a considerarla come il più perfetto sistema totalizzante. E la ragione principale per cui è riuscita a soppiantare le vecchie e obsolete forme di potere è che non si tratta soltanto di una delle varie forme che il dominio può assumere: la democrazia corrisponde all’essenza stessa del capitalismo, al normale modo di funzionamento della società mercantile nella sua estensione. All’interno del mercato le classi sociali non esistono, non ci sono che consumatori “liberi e uguali”. Una “libertà” ed una “uguaglianza” che ricoprono un ruolo fondamentale nel processo di raccolta del consenso, quel consenso che rappresenta la maggiore virtù del sistema democratico agli occhi dei suoi sostenitori.

I regimi totalitari classici infatti si basano sull’esercizio della violenza che, paradossalmente, è un profondo segno di debolezza; le condizioni di vita imposte sono intollerabili — tutti ne hanno consapevolezza — e spetta alle forze preposte al mantenimento dell’ordine impedire materialmente la realizzazione di una vita diversa, che resta comunque l’aspirazione conscia della maggioranza delle persone. Invece nei sistemi democratici è la stessa possibilità di una vita diversa ad essere sradicata. Per mantenere l’ordine lo Stato democratico non scatena — tranne che in rare circostanze — i propri manganelli, bensì gli organi di informazione. Questi non lasciano lividi visibili sulla pelle ma preventivamente annullano ogni consapevolezza, spengono ogni desiderio, placano ogni tensione: l’individuo si dissolve e la sua estraniazione dal mondo diventa inconciliabile.

La libertà non è che autodeterminazione: è la scelta che ogni individuo fa del proprio essere e del mondo che lo ospita. Ma una scelta che non ha nulla da scegliere, trovandosi limitata da condizioni determinate da altri, è una scelta solo di nome. Così, un regime che reprime nel sangue le contestazioni viene denunciato come totalitario: esso impedisce scelte diverse. Ma che dire di un regime in cui non scoppiano significativi tumulti sociali, che non ha nulla da impedire dato che non prevede nemmeno scelte diverse? Come diceva qualcuno, «il più perfetto stato di polizia non ha bisogno di polizia».

Persino un decisivo elemento costitutivo delle forme totalitarie — il partito unico — oggigiorno ha la possibilità di esprimersi compiutamente all’interno dei sistemi politici occidentali. Gli stessi analisti contemporanei sono costretti ad ammettere che, «tenendo conto dei vincoli economici e dell’accordo sempre più netto sui principi dell’economia di mercato tra destre e sinistre, i discorsi e i programmi dei grandi partiti si sono sempre più largamente sovrapposti. Anziché presentare obiettivi chiaramente diversi gli uni dagli altri, sostenuti dallo sviluppo dei sondaggi d’opinione, i grandi partiti di governo sono stati portati a non distinguersi più sugli obiettivi specifici…».

Queste considerazioni del politologo francese Gérard Grunberg non riescono più a suscitare stupore, esprimendo una situazione di fatto divenuta consuetudine. Una consuetudine che fra gli apologeti del totalitarismo della merce perde ogni imbarazzo e diventa ineluttabilità. Nel suo ultimo libro celebrante il trionfo del capitalismo globale, il giornalista americano Thomas Friedman — editorialista del New York Times, vincitore di due premi Pulitzer — non nasconde la propria soddisfazione nel constatare che «le scelte politiche si riducono a Pepsi contro Coca Cola — lievi sfumature di gusto, lievi varianti politiche… mai però deviazioni di rilievo rispetto alle regole d’oro, quelle della via maestra». La molteplicità dei partiti — salutata come sintomo sicuro della salute democratica in quanto garante della possibilità di scelta, quindi di “libertà” — viene vista sempre più chiaramente per quello che è: una concorrenza fra identici.

Oggi più che mai la politica è agire fine a se stesso.

Nella sua forma parlamentare, la politica è l’agire per l’agire — cioè per se stessa —, rimescolamento di uomini e cose al puro scopo di mascherare non solo l’inutilità dell’opera, ma anche la sua sostanziale unità. I numerosi partiti politici che oggi si accalcano in Parlamento sono gli eredi “naturali” delle diverse fazioni che si davano battaglia all’interno del vecchio partito unico dittatoriale. I primi come le seconde hanno una medesima visione del mondo, gli stessi valori, gli stessi metodi. Sono divisi soltanto da dettagli.

Ovunque il totalitarismo è stato affossato da una condanna pressoché universale, eppure ogni giorno ci accorgiamo come anche la democrazia sia un’altra forma di totalitarismo. Una delle peggiori. Raramente un sistema democratico moderno viene scosso da rivolte. La democrazia si è affermata come il sistema politico più impermeabile al rischio di rivolta; e quand’anche questa riuscisse ad affiorare, difficilmente alimenterebbe le passioni degli individui — essendo ormai assente da tempo dalla scena dell’immaginazione collettiva —, senza contare che anche in quell’auspicabile caso la collera generata non troverebbe qualcuno contro cui indirizzarsi. Perché, per l’appunto, nei sistemi democratici il potere non viene incarnato da un essere umano, ma è rappresentato da un intero sistema sociale.

Va da sé che le istituzioni parlamentari e sindacali continuano a non fornire agli individui governati mezzi di rivendicazione sufficienti, mentre il malcontento, anche generalizzato, conduce nel migliore dei casi alla formazione di qualche corrente di opposizione. Quando non c’è una figura in grado di polarizzare contro se stessa l’insieme dell’opposizione in maniera durevole — quando non c’è appunto un dittatore —, nel caso un funzionario del governo diventi oggetto di una contestazione diffusa, il gioco normale delle istituzioni può persino decidere di eliminarlo, per soddisfare almeno una parte degli scontenti. La mancanza di un Re cui tagliare la testa, di una figura autoritaria forte capace di attirare su di sé l’odio popolare, di qualcuno cioè a cui attribuire la responsabilità dell’esercizio del potere, costituirebbe l’autentico grande baluardo a difesa del totalitarismo democratico. Nelle vecchie e caricaturali dittature il potere aveva i baffetti di Hitler o la mascella di Mussolini, e lo si poteva vedere nelle strade fare il passo dell’oca o indossare la camicia nera.

Ma oggi, nelle moderne democrazie, chi è il potere? E la questione non consiste nell’identificare le singole persone che lo esercitano, cosa che in qualche modo è ancora possibile, ma attribuire loro la responsabilità dell’esistenza che conduciamo.

Oggi — ci viene detto e ripetuto — esiste un solo sistema sociale gestito da persone che sono tutte rotelle di un ingranaggio, piccoli funzionari che ricoprono per lo più ruoli amministrativi. Lo stesso concetto di responsabilità finisce col diventare incomprensibile. La responsabilità è infatti la possibilità di prevedere gli effetti del proprio comportamento e di correggere quest’ultimo in base a tale previsione. Ma la rotella di un ingranaggio non prevede, non ha bisogno di prevedere: si limita a girare. Quindi non è più possibile attribuire a qualcuno la causa di un’azione, fosse anche l’azione più aberrante.

Facciamo un esempio. Prendiamo in considerazione quelli che vengono comunemente definiti “errori giudiziari”. Pensiamo a un uomo condannato all’ergastolo che tuttavia non ha commesso il reato che gli è stato attribuito. Costui viene messo sotto inchiesta, arrestato, incarcerato, processato, condannato e tenuto segregato per il resto dei suoi giorni.

Chi è il responsabile di tutto ciò? Nei vecchi sistemi totalitari, la risposta era fin troppo semplice. Tutti vedevano il malcapitato trascinato via, condannato e rinchiuso dagli sgherri del dittatore, i quali venivano considerati i responsabili dell’ingiustizia perpetrata. Nelle moderne democrazie, invece, nessuno viene ritenuto responsabile. Non lo è il poliziotto che lo arresta, giacché si limita ad eseguire l’ordine di qualcun altro. Non lo è il magistrato accusatore perché, malgrado ne richieda la condanna in sede processuale, non è lui a decretarla ma qualcun altro. E non lo è nemmeno il giudice, dovendo questi assumere una decisione in base agli incartamenti che gli vengono presentati da qualcun altro, in base alle deposizioni rese da qualcun altro, ed applicare le disposizioni di un codice penale compilato da qualcun altro. Infine, non lo è il secondino, che in quanto ultimo anello della catena è persuaso di avere la coscienza pulita, a differenza di qualcun altro.

Eppure quell’uomo si ritrova lì, in prigione, ed è il suo corpo ad essere rinchiuso dietro le sbarre, non quello di qualcun altro. Dunque, se nelle dittature di un tempo il potere incarnato da un uomo lo responsabilizzava insieme ai suoi sottoposti, nelle democrazie moderne il potere di un sistema sociale deresponsabilizza tutti indistintamente.

Ecco come una realtà sociale ben tangibile, concreta, e soprattutto tragica, è in grado di macinare vite umane senza che nessuno venga chiamato in causa. E se ciò avviene quando la responsabilità umana è indiscutibile, figuriamoci quando ad essere chiamati in causa sono anche altri fattori.

Facciamo qualche altro esempio. Numerosi “esperti” hanno dovuto convenire che l’origine degli uragani, che periodicamente si abbattono sulle coste degli Stati Uniti e dell’Asia orientale, vada senz’altro fatta risalire alle modificazioni climatiche causate dall’attività dell’uomo.

Invece, di fronte alla catena di terremoti che la scorsa estate hanno scosso l’intero pianeta, i medesimi esperti hanno pensato bene di rassicurare l’opinione pubblica che, almeno in questo caso, la responsabilità vada ricercata altrove, negli insondabili disegni della natura. Cosa forse vera, ma che tralascia di considerare oltre alle cause anche gli effetti provocati da questi cataclismi. Se le scosse sismiche sfuggono al controllo dell’uomo, siamo di fronte a un fatto naturale su cui non si può intervenire e che possiamo solo subire; ma quando queste scosse distruggono le moderne città della Grecia, causando morti e feriti e lasciando però intatte le antiche acropoli, allora siamo di fronte a una questione sociale. Costruire abitazioni, quartieri, intere città, seguendo tecniche edilizie e progetti urbanistici in grado di fornire il massimo in termini di profitti economici e di controllo sociale, a scapito però delle più elementari precauzioni di sicurezza, non rientra di certo fra le caratteristiche innate dell’essere umano.

Infine, chi è responsabile delle migliaia di morti sul lavoro? Chi dell’avvelenamento della natura? Chi delle guerre, dei massacri, della morte di milioni di persone? È possibile uscire da questa fitta nebbia?

In un famoso saggio intitolato “La responsabilità personale sotto la dittatura”, che prendeva spunto da una polemica nata dai suoi articoli sul processo al nazista Adolf Eichmann, Hannah Arendt ricordava come «l’argomento principe della difesa fosse proprio quello che Eichmann era stato una semplice rotella», ma che ciononostante «se l’imputato è accidentalmente un funzionario, viene accusato proprio perché un funzionario resta una persona umana». Per sgombrare il campo da un confusionismo che non poteva non essere interessato, la scrittrice invitava a «considerare il funzionamento di ruote e “rotelle” come un supporto globale a un’impresa collettiva, anziché parlare, come si fa di solito, di ubbidienza ai dirigenti…

Di conseguenza, a coloro che collaborarono e ubbidirono non si dovrebbe chiedere mai “perché hai ubbidito?” bensì “perché hai dato il tuo sostegno?”». Se queste osservazioni non scuotono minimamente la coscienza di chi oggi si trovasse a leggerle, naturalmente è perché sono riferite a persone che servirono una dittatura di tipo classico. Sotto il nazismo — ci dice Hannah Arendt — tutti coloro che collaborarono col regime furono parimenti responsabili. Quando il potere si incarna in un uomo, è l’Uomo stesso ad esserne responsabile, come ben sapevano i partigiani che fucilavano “camicie nere” adolescenti, in quanto “camicie nere”, senza porsi troppi quesiti morali.

Viceversa, quando il potere non ha un nome e un cognome, nessun uomo è più responsabile. Ne consegue che la fucilazione di una “camicia nera” di sedici anni viene giustificata da quelle stesse persone che nel frattempo inorridiscono davanti alla morte violenta di un uomo di Stato democratico. Ma davvero quella giovane “camicia nera” di ieri era più responsabile di un presidente degli Stati Uniti d’oggi, nel renderci intollerabile l’esistenza?

Non riusciamo a rimuovere il pensiero che la responsabilità personale persista non solo sotto la dittatura nazista, ma anche sotto quella democratica, che non annulla la responsabilità dei suoi funzionari. Se la diluisce, lo fa solo per mascherarla, per renderla impalpabile, invisibile ai nostri occhi. Nel logorroico monologo che il pensiero dominante sta intrattenendo con se stesso oramai da decenni, la Responsabilità sarebbe incorsa nello stesso naufragio che si pretende abbia fatto inabissare per sempre la Storia, il Significato, la Realtà. Basterebbe cessare per un attimo di prestare orecchio a questo chiacchiericcio, ed ecco che si vedrebbero rispuntare questi relitti che tali non sono.

Tutti i discorsi che tendono a paragonare la vita umana al funzionamento di una macchina, in quel processo di dematerializzazione dell’individuo che non conosce soste, omettono un particolare: gli individui non sono rotelle, sono esseri umani. E sono animali umani sotto la dittatura nazista come sotto quella democratica. La differenza fra una rotella, cioè un pezzo di metallo, ed un essere umano dovrebbe essere evidente. Una persona è sempre in grado di discernere e di scegliere.

Se non lo è, se davvero è diventata soltanto una rotella, allora questa sarebbe una ulteriore riprova della realtà totalizzante e totalitaria in cui ci troviamo impossibilitati a vivere e dell’urgenza del suo rovesciamento.

Comunque sia, il sistema sociale in cui viviamo non costituisce una creazione naturale, ma è un prodotto storico. Non siamo liberi di decidere se nascervi, ma possiamo decidere se e come viverci. Nel momento in cui accettiamo di ricoprirvi un ruolo, di partecipare alla sua amministrazione, ne accettiamo le implicite responsabilità.

Essere particelle facilmente intercambiabili di un sistema molto complesso non ci scarica delle nostre responsabilità, perché avremmo potuto scegliere di rifiutarlo quel sistema. Anche in questo caso, quindi, non ci si può chiamare fuori affermando di aver solo obbedito, di aver solo seguito la corrente, di aver solo fatto ciò che fanno tutti gli altri. Perché un essere umano, prima di ubbidire, prima di seguire la corrente, prima di imitare gli altri, si pone, si deve porre, una domanda: lo considero giusto farlo? E poi deve pur darsi una risposta.

Anche noi — esattamente come i tedeschi di cui parlava Hannah Arendt — siamo nella situazione di dover scegliere se dare o meno il nostro sostegno, o anche solo il nostro consenso, a questa organizzazione sociale. Ancora una volta, entra in ballo la scelta. Nel mito di Er, Platone fa dipendere il destino dell’uomo dalla scelta che ciascuno fa del proprio modello di vita: «non c’era nulla di necessariamente preordinato per l’anima perché ciascuna doveva cambiare secondo la scelta che essa faceva». Ora, noi possiamo scegliere di dare il nostro contributo al mantenimento di questo mondo. Oppure possiamo scegliere di non darlo.

Nell’uno, come nell’altro caso, compiamo una scelta di cui solo noi siamo i responsabili, non qualcun altro.

Se è vero che «la scelta originaria è sempre presente in ogni scelta ulteriore», allora dobbiamo anche saper subire le conseguenze del nostro agire.

Tutti noi, nessuno escluso.