Se il tuo partito accetta i rimborsi elettorali danneggia anche te! Digli di smettere

I PARTITI FANNO TUTTI SCHIFO E QUELLO CHE PROPONGONO SONO MERDA
SE VOGLIO POSSONO PRESENTARE LE MODIFICHE IN PARLAMENTO E FARCI VEDERE CHI VOTA E COSA
SONO PAGATI PER QUESTO!

Quanto più l’inondazione si allarga, tanto più torbida e tanto meno profonda diventa l’acqua. La rivoluzione evapora e resta solo il limo di una nuova burocrazia. I ceppi dell’umanità tormentata sono fatti di carta bollata. (Franz Kafka)

I SOLDI PUBBLICI SONO I NOSTRI SOLDI

Sono tutti ladri, la sentenza popolare è stata già emessa, poco importa l’esito dei processi. I politici dei partiti hanno subito la condanna dell’opinione pubblica che è, come tutte le condanne popolari, sovente spietata, talvolta ingiusta con gli individui, ma spesso storicamente esatta e sempre politicamente inappellabile. Conta poco sapere se si è arricchito personalmente o ha preso soldi per il partito. Questo conta in sede penale ma non cambia la sentenza politica che è di colpevolezza.

La maggior parte dei cittadini chiede che si fermi questa camorra legalizzata, perché in realtà non voglio l’abolizione dei rimborsi, ma solo una riforma fatta da loro politici e sappiamo benissimo come andrà a finire. Il tutto si concluderà con piccoli tagli ai rimborsi e l’ennesima presa per il culo ai danni dei contribuenti.

Avete dimenticato il volere del popolo e che cosa ci ha portato a questo punto?
Bene allora con l’aiuto di Wikipedia facciamo un piccolo riassunto

Anni 70
Il finanziamento pubblico ai partiti è introdotto dalla legge Piccoli n. 195 del 2 maggio 1974, che interpreta il sostegno all’iniziativa politica come puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento, con l’effetto di penalizzare le nuove formazioni politiche. Il flusso di fondi ha anche l’effetto di rafforzare gli apparati burocratici interni dei partiti e disincentivare la partecipazione interna.
La nuova norma si giustifica in base agli scandali Trabucchi del 1965 e petroli del 1973: il Parlamento intende rassicurare l’opinione pubblica che, attraverso il sostentamento diretto dello Stato, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici. A bilanciare tale previsione, si introduce un divieto – per i partiti – di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un modico ammontare.

Nel settembre 1974 si propone un referendum abrogativo sulla norma, ma non riesce a raccogliere le firme necessarie.

Mentre nel giugno 1978 si tiene il referendum per l’abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l’invito a votare “no” da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell’elettorato, il “si” raggiunge il 43,6%, pur senza avere successo. Secondo i promotori del referendum lo Stato deve favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per fare politica, non garantire le strutture e gli apparati di partito, che devono essere autofinanziati dagli iscritti e dai simpatizzanti.

Anni 80
Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell’esplosione degli scandali, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici.

La legge n. 659 del 18 novembre 1981 introduce le prime modifiche: i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati; partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica; viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.

Anni 90
Il referendum del 1993 per l’abrogazione del finanziamento ai partiti, vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994.

La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche.

La legge n.2 del 2 gennaio 1997, intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Il comitato promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tenta il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, gli viene negata dalla Corte Costituzionale la possibilità di depositare tale ricorso.

Sempre la legge 2/1997 introduce l’obbligo per i partiti di redigere un bilancio per competenza, comprendente stato patrimoniale e conto economico, il cui controllo è affidato alla Presidenza della Camera. La Corte dei Conti può controllare solo il rendiconto delle spese elettorali.

L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti resta minima.

La legge n. 157 del 3 giugno 1999, Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali.

Anni 2000
La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia. Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla precedente legislatura e a quella in vigore.