siamo isolati il che non vuol dire siamo pochi

L’idea della possibilità di una trasformazione sociale oggi non è di moda. Le masse sono totalmente addormentate e integrate alle norme sociali. Da una simile constatazione si possono trarre almeno due conclusioni: la rivolta non è possibile; la rivolta è possibile soltanto in pochi.

La prima conclusione può a sua volta scomporsi in un discorso apertamente istituzionale e in un altro di riformismo sociale. Allo stesso modo, la seconda conclusione può fondare un discorso avanguardista classico così come un discorso antiautoritario di agitazione permanente.

Come premessa si può far notare che, nel corso della storia, ipotesi apparentemente opposte hanno avuto un fondamento comune.
Se si prende, ad esempio, l’opposizione tra socialdemocrazia e bolscevismo, risulta chiaro che entrambi partivano dal presupposto che le masse non hanno una coscienza rivoluzionaria, e che quindi devono essere dirette. Socialdemocratici e bolscevichi differivano soltanto nel metodo, partito riformista o partito rivoluzionario, strategia parlamentare o conquista violenta del potere, con cui applicare un identico programma: apportare dall’esterno la coscienza agli sfruttati.

Prendiamo l’ipotesi di una pratica sovversiva “minoritaria” che rifiuta il modello leninista. In una prospettiva libertaria, o si abbandona qualsiasi discorso insurrezionale a favore di una rivolta dichiaratamente solitaria, oppure prima o poi bisognerà pur porre il problema della portata sociale delle proprie idee e delle proprie pratiche. Se non si vuole risolvere la questione nell’ambito dei miracoli linguistici, ad esempio dicendo che le tesi che si sostengono sono già nella testa degli sfruttati, oppure che la propria ribellione è già parte di una condizione diffusa, un dato di fatto si impone: siamo isolati, il che non vuol dire: siamo pochi.

Agire in pochi non solo non costituisce un limite, ma rappresenta un modo diverso di pensare la stessa trasformazione sociale. I libertari sono i soli a immaginare una dimensione di vita collettiva non subordinata all’esistenza di centri direttivi.

L’autentica ipotesi federalista è proprio l’idea che rende possibile l’accordo tra le libere unioni degli individui. I rapporti di affinità sono un modo di concepire l’unione non più sulla base dell’ideologia e dell’adesione quantitativa, bensì a partire dalla conoscenza reciproca, dalla fiducia e dalla condivisione di passioni progettuali.

Ma l’affinità nei progetti e l’autonomia dell’azione individuale rimangono lettera morta se non possono allargarsi senza essere sacrificate a pretese necessità superiori. Il collegamento orizzontale è ciò che rende concreta qualsiasi pratica di liberazione: un collegamento informale, di fatto, in grado di rompere con ogni rappresentazione.

Una società centralizzata non può fare a meno del controllo poliziesco e di un mortale apparato tecnologico. Per questo, chi non sa immaginare una comunità senza autorità statale non ha strumenti per criticare l’economia che sta distruggendo il pianeta; chi non sa pensare una comunità di unici non ha armi contro la mediazione politica.

Al contrario, l’idea della libera sperimentazione e dell’unione di affini come base di nuovi rapporti rende possibile un completo rovesciamento sociale. Solo abbandonando ogni idea di centro si può costruire una vita senza imposizioni e senza denaro. In tal senso il metodo dell’attacco diffuso è una forma di lotta che porta con sé un mondo diverso.

Agire quando tutti predicano l’attesa, quando non si può contare sul grande seguito, quando non si sa in anticipo se si otterranno risultati, agire in tal modo significa già affermare per cosa ci si batte: una società senza misura.

Ecco allora che l’azione in piccoli gruppi di affini contiene la più importante delle qualità, quella di non essere un semplice accorgimento tattico, ma di realizzare allo stesso tempo il proprio fine.

Liquidare la menzogna della transizione (la dittatura prima del comunismo, il potere prima della libertà, il salario prima della presa nel mucchio, la certezza del risultato prima dell’azione, le richieste di finanziamenti prima dell’espropriazione, le “banche etiche” prima dell’anarchia, eccetera) significa fare della rivolta stessa un modo differente di concepire i rapporti.

Attaccare subito l’idra tecnologica vuol dire pensare una vita senza poliziotti dal camice bianco; attaccare subito gli strumenti della domesticazione mediatica vuol dire creare relazioni libere dalle immagini.

Chi strilla che non è più, o non è ancora, tempo di rivolta, ci rivela in anticipo qual è la società per cui si batte. Al contrario, sostenere la necessità di un’insurrezione sociale, di un movimento incontenibile che rompa con il Tempo storico per fare emergere il possibile, significa dire una cosa semplice: non vogliamo dirigenti.

Oggi l’unico federalismo concreto è la ribellione generalizzata.

Per rifiutare ogni forma di centralizzazione occorre oltrepassare l’idea quantitativa della lotta, l’idea, cioè, di chiamare a raccolta gli sfruttati per uno scontro frontale con il potere.

Occorre pensare un altro concetto di forza, per bruciare i bollettini del censimento e cambiare la realtà.