SOSIA: Signori, io sono amico di tutti quanti !

Ho una passione per l’economia politica e vorrei che tutti, come me, l’avessero in così grande stima. Questa scienza, sorta da poco e già la più importante tra tutte, ha ancora molte cose da dire. Presto o tardi, e io spero che ciò avvenga ben presto, essa governerà l’universo. Ho buone ragioni per affermarlo, perché è negli scritti degli economisti che ho attinto il principio di cui propongo una ulteriore applicazione, di ben più vasta portata e non meno logica di tutte le altre.
Per cominciare, citiamo alcuni aforismi, la cui attinenza all’argomento preparerà il lettore a quanto segue.

« La libertà e la proprietà sono strettamente collegate; l’una favorisce la distribuzione delle ricchezze, l’altra insegna a produrle. »
« Il valore delle ricchezze dipende dall’uso che se ne fa. »
« Il prezzo dei servizi si stabilisce in ragione diretta della domanda e inversa dell’offerta. »
« La divisione del lavoro moltiplica le ricchezze. »
« La libertà genera la concorrenza che, a sua volta, dà vita al progresso. »
(Ch. De Brouckere, Principes généraux d’économie politique)

Dunque, libera concorrenza, innanzitutto tra gli individui, poi tra nazione e nazione. Libertà di inventare, di lavorare, di scambiare, di vendere, di acquistare. Libertà di chiedere un compenso per i prodotti del proprio lavoro. Nessun intervento dello Stato al di fuori del proprio campo particolare: «Laissez faire, laissez passer.»

Ecco, in poche righe, le basi dell’economia politica, il succo di una scienza senza la quale non vi è che cattiva amministrazione e governi deplorevoli. Si può andare ancora più oltre e, nella maggior parte dei casi, ridurre questa grande scienza al suo motto ultimo: Laissez faire, laissez passer.

Basandomi su queste massime affermo:
nel campo della scienza non vi sono mezze verità; non esistono verità che, vere sotto un aspetto, cessano di esserlo sotto un altro. Il disegno dell’universo è di una semplicità meravigliosa, al pari della sua infallibile logica. La legge è dappertutto la stessa, le applicazioni soltanto differiscono. Gli esseri più elevati e i più semplici, a partire dall’essere umano fino agli animali, e ai minerali, presentano degli stretti legami nella struttura, nello sviluppo e nella composizione, e sorprendenti analogie collegano la sfera morale a quella materiale. La vita è una, la materia è una, solo le manifestazioni sono diverse, le combinazioni innumerevoli, le individualità infinite; e nonostante ciò, il disegno generale le comprende tutte. La debolezza del nostro intendere, il difetto radicale della nostra educazione, sono responsabili della diversità dei sistemi e del contrasto delle idee. Tra due opinioni che si contraddicono, ve ne è una vera e una falsa; a meno che non siano false tutte e due, ma tutte e due non possono essere vere. Una verità scientificamente dimostrata non può essere vera qui e falsa altrove, buona, ad esempio, per l’economia sociale e cattiva in politica: questo è il punto a cui volevo arrivare.

La grande legge dell’economia politica, la legge della libera concorrenza, laissez faire, laissez passer, è forse applicabile solo alla regolamentazione degli interessi industriali e commerciali o, più scientificamente, alla produzione e alla circolazione delle ricchezze? La notte dell’economia che essa è venuta a rischiarare, lo stato permanente di agitazione, l’antagonismo violento degli interessi che essa ha pacificato, tutto ciò non domina forse in pari grado nella sfera politica, e il ragionamento analogico non dice forse che il rimedio potrebbe essere lo stesso nei due casi? Laissez faire, laissez passer.

Intendiamoci, però: vi sono qua e là, dei governi liberi quanto lo permette la debolezza degli esseri umani, anche se si è ben lontani dal meglio persino nelle migliori repubbliche. Gli uni dicono: « è proprio perché c’è troppa libertà; » gli altri: « è perché non ce n’è ancora abbastanza. »

La verità, è che non vi è la libertà che occorrerebbe; la libertà fondamentale, la libertà di essere liberi o di non esserlo, a propria scelta. Ognuno si fa giudice e sentenzia secondo i propri gusti o i propri bisogni particolari, e dal momento che vi sono, al riguardo, altrettante opinioni che individui, tot homines, tot sensus, vi rendete conto del pasticcio adornato del bel nome di politica. La libertà degli uni è la negazione dei diritti degli altri, e reciprocamente. Il più saggio e il migliore dei governi non funziona mai secondo il pieno e libero accordo di tutti i governati. Vi sono dei partiti, trionfatori o sconfitti, delle maggioranze e delle minoranze in conflitto permanente, e il loro ardore per l’ideale è direttamente proporzionale alla confusione delle loro idee. Gli uni opprimono in nome del diritto, gli altri si ribellano in nome della libertà, per divenire poi, a loro volta, oppressori, quando se ne presenti il caso.

Capisco! dice un lettore. Voi siete uno di quegli utopisti che costruiscono di tutto punto un sistema nel quale vogliono accomodare la società, che lo voglia o no. Non c’è nulla che vada bene, e soltanto la vostra panacea salverà l’umanità. La vostra parola d’ordine è: « Seguite la mia opinione! »

Errore! Io non ho altra opinione che quella di tutti, e non mi differenzio da tutti gli altri che su un solo punto, e cioè che sono dalla parte di tutte le opinioni al tempo stesso, vale a dire di tutte le forme di governo. Di quelle, almeno, che hanno dei sostenitori.

Non mi ci raccapezzo più.

Allora, lasciatemi continuare.

« Si è generalmente inclini ad estendere troppo la portata di una teoria. Se ne deve allora concludere che tutte le proposizioni, il cui insieme compone una teoria, devono essere sempre considerate come false? Qualcuno direbbe che vi è una certa perversione o follia nell’esercizio dell’intelligenza umana. Dichiarare che non si ama la scienza speculativa, che si detestano le teorie, non equivale forse a rinunziare alla facoltà di pensare? »
Queste riflessioni non sono mie; sono di una delle grandi menti della nostra epoca, Jeremy Bentham.

Royer-Collard ha manifestato la stessa idea con una grande forza espressiva:
« Pretendere che la teoria non sia buona a nulla e che la pratica sia la sola guida sicura, equivale ad agire senza sapere ciò che si fa e a parlare senza sapere ciò che si dice. »

Se non vi è nulla di perfetto in ciò che l’essere umano inventa, vi è almeno la tendenza verso questa perfezione impossibile: è la legge del progresso. Non vi sono altre leggi immutabili se non quelle della natura. Esse costituiscono le fondamenta sui cui ogni legislatore deve poggiare, in quanto esse sole hanno la forza di reggere l’edificio sociale; ma l’edificio in sé stesso è opera degli esseri umani. Ogni generazione è come un nuovo inquilino che, prima di prendere possesso, modifica la destinazione d’uso, rintonaca la facciata, aggiunge o sopprime un’ala, seguendo i suoi bisogni particolari. Di quando in quando, una generazione più avventurosa o più imprevidente di quelle passate, abbatte l’edificio tutto intero, salvo a dormire sotto il chiarore delle stelle fino a quando esso non viene ricostruito. Quando viene rifatto secondo un nuovo progetto, a seguito di mille privazioni e di sforzi giganteschi, si è tutti abbattuti nello scoprirlo non molto più confortevole del precedente. Quelli che hanno redatto il progetto, è vero, si sono sistemati in alloggi comodi, ben isolati termicamente, caldi in inverno, freschi in estate, ma gli altri, coloro che non hanno potere di scelta, sono relegati nell’ammezzato, negli scantinati, nelle soffitte. Ecco altrettanti scontenti, guastafeste, alcuni dei quali rimpiangono l’antico edificio, mentre i più coraggiosi sognano già una nuova demolizione. Per alcuni che risultano soddisfatti, innumerevole rimane la massa degli scontenti.

Nonostante tutto vi sono degli individui soddisfatti, prendiamone nota. L’edificio non è senza pecche, tutt’altro, ma ha delle qualità. Perché demolirlo domani, o più tardi, o chissà quando in futuro, posto che continui ad alloggiare confortevolmente abbastanza inquilini da pagare le spese di manutenzione dell’immobile?
Da parte mia, odio i demolitori, al pari dei tiranni. Poniamo caso che voi siate alloggiato nel sottotetto, che il vostro appartamento sia troppo piccolo, o insalubre. Cambiate, non domando di meglio. Scegliete altrove, traslocate senza storie, ma, perbacco, non fate saltare la casa una volta partiti. Quello che non si adatta più a voi può fare la gioia del vostro vicino. Afferrate il messaggio?

Press’a poco; ma dove volete arrivare? Mai più rivoluzioni, alla buon’ora! Io sono del parere che costano, nove volte su dieci, più di quanto non producano. Dunque conserveremo il vecchio edificio, ma dove alloggeranno coloro che traslocano?

Dove vorranno; non è affare mio. Ciò che voglio è che a questo riguardo venga lasciata la più totale libertà. Rappresenta la base del mio sistema: laissez faire, laissez passer.

Credo di comprendere: coloro che sono scontenti del loro governo andranno alla ricerca di un altro. Ve ne è di scelta, in effetti, a cominciare dall’impero del Marocco, senza parlare degli altri imperi, fino alla repubblica di San Marino; dalla città di Londra fino alle Pampas americane. È tutta qui la vostra invenzione? Non è affatto nuova, vi avverto.

Non si tratta affatto di emigrare. La patria non è qualcosa che si trasferisce con la suola delle proprie scarpe. Inoltre, un così colossale spostamento è e sarà sempre impraticabile. Tutte le ricchezze del mondo non basterebbero a pagare i costi di un tale trasloco. E poi io non voglio parcheggiare i cittadini in base alle loro opinioni; relegare, ad esempio, i cattolici nelle province fiamminghe e tracciare da Mons a Liège la frontiera del liberalismo. Io desidero che si continui a vivere insieme, là dove uno si trova ad essere, oppure altrove se proprio uno vuole, ma senza discordie, da buoni fratelli, ciascuno professando liberamente le proprie opinioni e sottomesso ai soli poteri che avrà personalmente scelto o accettato.

Non vi seguo più, del tutto.

Non mi stupite affatto. Il mio piano, la mia utopia, non è dunque una anticaglia, come ritenevate poc’anzi, e nonostante ciò non vi è nulla al mondo di più semplice e di più naturale; ma è noto che, per quanto attiene al governo o alla meccanica, le idee semplici vengono sempre per ultime.
Veniamo ai fatti: nulla di durevole si fonda se non attraverso la libertà. Nulla di ciò che è stato fondato si conserva e funziona utilmente a tutti gli effetti se non attraverso il libero gioco di tutti i suoi elementi attivi. In caso contrario, si ha perdita di energia, usura rapida degli ingranaggi e, in definitiva, rottura e incidenti gravi. Io dunque chiedo per tutti e per ciascuno degli elementi che compongono la società umana, la libertà di aggregarsi secondo le loro affinità e di non funzionare se non in rapporto alle loro inclinazioni; in altri termini, il diritto assoluto di scegliere la società politica in cui essi vogliono vivere e di non dipendere che da quella. Così voi, voi siete repubblicano . . .

Io! il cielo me ne guardi!

Semplice supposizione. Allora, poniamo che l’edificio monarchico non vi si adatti; l’aria è troppo pesante per i vostri polmoni e il gioco dei vostri organi non ha la dinamica che la vostra costituzione esige. Nello stato attuale delle idee, voi sareste portato a rovesciare questo edificio, voi e i vostri amici, per costruirne un altro al suo posto. Ma per fare ciò, voi avete contro tutti i partigiani della monarchia, che sono affezionati al loro monumento, e in genere, l’ostilità di tutti coloro che non condividono le vostre convinzioni. Fate di meglio: radunatevi in assemblea, redigete il vostro programma, formulate il vostro bilancio, aprite delle liste di adesione, contatevi, e se voi siete in numero sufficiente per sopportarne i costi, fondate la vostra repubblica.

Dove questo? Nelle Pampas?

Non proprio, ma qui, dove voi siete, senza alcuno spostamento. È necessario a questo riguardo, sono d’accordo, che i monarchici siano consenzienti. Suppongo risolta, per semplificare la mia argomentazione, la questione di principio. Non ignoro affatto, del resto, la difficoltà di passare da ciò che occorre fare a ciò che si vorrebbe e dovrebbe accadere. Io confido semplicemente nella libera diffusione della mia idea, e non intendo imporla a nessuno, ma non vedo nulla che possa respingerla se non il rimanere bloccati dalle vecchie abitudini. Si ignora forse che dappertutto governanti e governati hanno una pessima convivenza. Nella società civile si provvede alle convivenze impossibili attraverso la separazione legale o il divorzio. È una istituzione analoga che io intendo proporre nell’ordine politico, e senza il bisogno di circondarla di tanti formalismi o lentezze amministrative, perché in politica una prima unione non lascia né tracce fisiche né progenitura
Il mio modo di procedere differisce dai metodi ingiusti e tirannici seguiti fino ai giorni nostri, per il fatto che io esigo che non venga esercitata violenza su alcuno.
Volete voi promuovere uno scisma politico? Voi ne siete i padroni, ma ad una condizione, che consiste nel fare ciò tra di voi, in famiglia, senza calpestare in nulla i diritti e le credenze degli altri. Per attuare ciò, non vi è bisogno di frazionare il territorio dello Stato in tante caselle quante sono le forme di governo conosciute e accettate. Ancora una volta, lascio ognuno e ogni cosa al suo posto. Chiedo solo che ci si stringa un po’ e che i dissenzienti siano lasciati liberi di costruire la loro chiesa e di adorare il dio Potere a modo loro.

E per quanto riguarda i mezzi pratici, se non vi dispiace?

Lì è l’aspetto forte della mia proposta. Voi conoscete il meccanismo dello stato civile? Non si tratta altro che di farne una nuova applicazione. Apriamo, in ogni comune, un nuovo ufficio, l’ufficio dello STATO POLITICO. Questo ufficio fa pervenire, ad ogni cittadino maggiorenne, un formulario da riempire, come quello per le imposte o per la tassa sui cani.

« Domanda. Qual è la forma di governo che voi desiderate? »
Voi rispondete in tutta libertà: monarchia, o democrazia, o altro.

« Domanda. Se è monarchia, la volete assoluta o moderata …. e attraverso quali istituti? »
Voi rispondete: costituzionale, immagino. Quale che sia, d’altronde, la vostra risposta, vi si iscrive su di un registro apposito, e una volta iscritto, e senza che sorgano reclami da parte vostra, nelle forme e nei tempi legalmente prescritti, eccovi suddito del re o cittadino della repubblica. A partire da quel momento, voi non avete più nulla a che fare con il governo degli altri, non più di un suddito prussiano con l’autorità belga. Voi obbedite ai vostri capi, alle vostre leggi, ai vostri regolamenti; siete giudicati dai vostri pari, tassati dai vostri rappresentanti; voi non pagate né più né meno, ma, moralmente, è tutta un’altra cosa. Finalmente, ognuno è nel suo stato politico, assolutamente come se non ce ne fosse, a lato, un altro . . , che dico? dieci altri governi, avendo ugualmente ciascuno i propri contribuenti.

Sorge una divergenza tra soggetti di governi diversi, o tra un governo e i soggetti di un altro? è sufficiente conformarsi alle regole già attualmente in vigore tra nazioni vicine e amiche, e se vi sono punti controversi, il diritto delle genti e tutti i possibili diritti daranno certamente una risposta. Per il resto bastano i tribunali ordinari.

Ecco una nuova miniera di processi la cui invenzione metterà gli avvocati dalla vostra parte.

Ci conto proprio.
Ci possono e ci debbono essere anche interessi comuni, a tutti gli abitanti di una circoscrizione determinata, qualunque sia il loro stato politico. In questo caso ogni governo sarebbe per l’intera nazione (la nazione politica) pressappoco ciò che è ognuno dei cantoni svizzeri o piuttosto ognuno degli Stati dell’Unione americana rispetto al governo federale.

Così tutti questi problemi nuovi e, a prima vista, così tremendi, trovano soluzioni già belle preparate, una giurisprudenza già consolidata nella maggior parte dei casi, e non presentano difficoltà insormontabili da nessuna parte.

Capiterà certamente che degli animi malevoli, dei sognatori incorreggibili, delle nature asociali, non aderiranno a nessuna forma conosciuta di governo. Ci saranno delle minoranze così esigue che non avranno di che pagare i costi del loro ideale politico. Tanto peggio per esse e per loro. Sia gli uni che gli altri saranno liberi di fare propaganda e di reclutare aderenti fino a completare il numero, o piuttosto a soddisfare i costi necessari, in quanto tutto si riassumerà in un problema di autosufficienza finanziaria, e fino a quel momento dovranno optare per una delle forme di governo già instaurate. È pensabile che minoranze di così scarso valore non causeranno alcun disordine.

Non è tutto: i problemi sorgono raramente a seguito di opinioni fortemente divergenti. Ci si batte molto di più e con maggior vigore per delle sfumature che non per dei colori netti. In Belgio, nonostante alcuni difetti riconosciuti, l’immensa maggioranza opterebbe, non ne dubito, per le istituzioni esistenti, ma nell’applicazione pratica, saremmo tutti concordemente d’accordo? Non abbiamo forse due o tre milioni di cattolici che non seguono altri che M. de Theux, e due o tre milioni di liberali che non seguono altri che sé stessi? Come conciliarli? Non conciliando affatto, lasciando ogni partito libero di governarsi a suo modo – e a sue spese. Che sia teocrazia se una la vuole; la libertà deve arrivare fino a garantire il diritto di non essere liberi se così si vuole.

Soltanto, poiché non bisogna che per delle sfumature d’opinione si moltiplichino all’infinito gli ingranaggi governativi, ci si sforzerà, nell’interesse generale, di semplificare la macchina e di applicare la stessa forza motrice per produrre un effetto doppio o triplo. Mi spiego meglio: un re saggio e apertamente ligio alla costituzione andrà bene sia ai cattolici che ai liberali; occorrerà soltanto raddoppiare il posto di primo ministro, M. de Theux per gli uni, M. Frère-Orban per gli altri, il re per tutti.

Chi impedirebbe addirittura, se i signori tal dei tali, che io non nomino nemmeno, si mettessero d’accordo sul fatto che lo stesso prìncipe applicasse il suo alto intelletto e la sua ricca esperienza a vantaggio di questi signori senza che essi avessero d’ora in poi il triste imbarazzo di esprimere il loro parere sull’operato del governo? E in effetti, se ci penso, non vedo perché, introducendo una modifica in senso opposto, questo prìncipe unico, non potrebbe essere un presidente del tutto accettabile di una repubblica onesta e moderata. Il cumulo di funzioni non sarebbe vietato.