Tra quattro mura

«Una gabbia dorata resta sempre una gabbia. Una prigione non può essere umana,
nemmeno se ne ha l’apparenza» (Jacques Mesrine)

Rinchiuso su ordine di un tiranno o per decisione di un giudice democratico, privato della sua libertà, il prigioniero non è alla fine della sua pena. La logica vorrebbe che la reclusione, castigo supremo, basti a punire il criminale. Non gli viene proibito di andare dove più gli pare, di incontrare chi vuole, di amare chi preferisce? Non si tratta della peggiore delle sentenze? Certo. Ma il potere che lo imbastiglia giudica che è ancora troppo poco. Dopo averlo sottratto, lo nasconde. La buona coscienza della società è salva, possono cominciare i regolamenti di conti. All’ombra delle fortezze dalle alte mura, tutte le bassezze sono permesse.
Nelle vecchie prigioni, quelle del passato e quelle che sono sopravvissute alle diverse modernizzazioni, il prigioniero rumina la sua solitudine come un bue. Ma deve anche sopportare una lunga serie di costrizioni che si aggiungono alla sua sventura.

Per prima cosa si baderà ad ogni cosa strettamente: il costruttore di prigioni è economo di metri quadri. Il detenuto non dovrà essere troppo illuminato: al posto di finestre, delle finestrelle. Si avrà cura di fornirgli un letto duro, preferibilmente di cemento. Il tavolo sarà fisso, sigillato nel muro. La coperta sarà unica e sporca. Il gabinetto troneggerà nel mezzo della sua sala di soggiorno perché lui stesso finisca per sentire la merda ed il piscio. Il suo cibo sarà una sbobba da vomitare il cui fetore, freddo, aleggerà giorno e notte nelle corsie. In inverno avrà freddo, in estate troppo caldo. Quanto alla “passeggiata”, sarà una marcia forzata, talvolta silenziosa, in una corte spoglia dal cielo chiuso con una grata.

Nelle prigioni moderne, la fredda asetticità dell’ospedale e la paranoica sorveglianza elettronica delle centrali nucleari hanno sostituito il sudiciume. La televisione diffonde a gara la sua propaganda ipnotica. Per il resto, non è cambiato quasi nulla. Il detenuto rimane un criceto che gira nella sua lugubre gabbia. Per impiegare il suo tempo: nulla. A volte un lavoro stupido il cui salario paga appena le sigarette.

La corrispondenza? Letta e controllata da un secondino analfabeta. Le visite? Filtrate, razionate e sorvegliate. La compagnia? Una promiscuità soffocante. In caso di sgarro: la cella di punizione, infame segreta dove il detenuto è svilito al rango di animale. Per i recalcitranti, i «detenuti particolarmente sorvegliati»? L’isolamento e la privazione sensoriale, una tortura bianca che a poco a poco distrugge il cervello.

La lista non finisce mai. Mostra comunque che ciascuna delle condizioni materiali della reclusione carceraria è una pena supplementare. Ma è tutto?

Sarebbe dimenticare il «fattore umano». Non contenti di fornire al detenuto un ambiente da ratto, lo si consegna alle guardie. Secondini, sorveglianti, agenti di custodia, guardiani… qualsiasi nome abbiano, questi individui escono dalla spazzatura della società per esercitare una sorveglianza pignola. Reclusi essi stessi, spesso a vita, per compiere questo vergognoso bisogno si arrogano tutti i diritti per vessare gli esseri che sono incaricati di guardare. Al riparo da sguardi indiscreti, avranno tutto il tempo di insultare, minacciare, picchiare, o addirittura di «suicidare» i prigionieri sottomessi alla loro odiosa riprovazione. Feccia dell’umanità, anche se non se lo confessano, essi si vendicano.

Così, la prigione non si riassume nell’ignobile pena della privazione della libertà. Essa è anche il luogo della centuplicata pena della miseria delle mura e del tormento delle guardie.