Una idea dimenticata del 1860


Da tempo mi affascina l’idea di come sarebbe bello se finalmente, nell’opinione comune sul succedersi delle istituzioni politiche e sociali, la fatale espressione uno dopo l’altro fosse sostituita con quell’altra molto semplice e chiara uno affianco all’altro.

“Abbasso lo Stato!” – “Solo sulle macerie dello Stato …” esprimono emozioni e desideri di molti ma solo l’affermazione meno passionale Separazione dallo Stato può trovare concreta realizzazione.

Quando appare una nuova intuizione scientifica, coloro che la condividono vanno avanti sulla nuova strada, senza cercare di persuadere i vecchi professori che non vogliono o possono seguire, né forzarli ad accettare le nuove idee, o eliminarli. Costoro, se il nuovo metodo è valido, rimangono indietro, si atrofizzano e rinsecchiscono. Purtroppo, in molti casi, la cattiveria e la stupidità possono generare molti ostacoli alla nuova idea; perciò, per giungere alla tolleranza reciproca bisogna combattere dure lotte, fino a quando essa non sarà attuata. Solo allora ogni cosa procede in maniera automatica, la scienza fiorisce e prospera, in quanto la condizione necessaria per qualsiasi progresso, vale a dire la libertà di sperimentare e fare ricerca, è stata realizzata.

In nessun caso si dovrebbe tentare di “porre ogni cosa sotto un unico controllo.” Persino lo stato non è riuscito in questo intento. I socialisti e gli anarchici si sono svincolati dal suo potere. E anche noi antistatisti non avremo alcuna possibilità di successo in un tentativo simile, perché le persone che sono a favore dello stato esistono sempre. Dovremmo peraltro essere soddisfatti di non dover trascinare nella nostra società libera un sostenitore dello stato incallito nella sua idea.

Il problema che ci si pone di frequente, e cioè quale comportamento si dovrebbe tenere nei confronti dei reazionari che sono refrattari alla libertà, sarebbe quindi risolto in maniera molto semplice: si tengano pure il loro Stato per tutto il tempo che vogliono, per noi non ha più alcuna importanza. Lo Stato avrebbe per noi lo stesso significato e potere che avrebbero le idee strambe di una setta religiosa a cui nessuno presta attenzione. Questo si verificherà prima o poi: la libertà si fa strada dappertutto.

Una volta, mentre eravamo in battello sul lago di Como, un’insegnante di Milano salì con una scolaresca numerosa. Ella voleva che tutti gli alunni stessero seduti, per cui passava da un gruppo all’altro ordinando loro di sedersi. Ma, non appena si voltava da un’altra parte, quasi tutti si alzavano di nuovo, e ogniqualvolta ella riteneva di averli tutti sotto controllo e di avere esaurito il suo compito, li trovava di nuovo in piedi e in movimento, in maniera disordinata come all’inizio. Invece di arrabbiarsi spazientita, la giovane donna rise della situazione e lasciò i ragazzi in pace. A quel punto la maggior parte di essi si sedette di propria iniziativa.

Questo è solo un esempio banale di come le cose lasciate a sé stesse, spesso si risolvono nel modo migliore.

Per cui, ancor prima che l’idea della tolleranza reciproca si faccia strada nelle vicende politiche e in quelle sociali, noi non potremmo far di meglio che prepararci ad applicarla nella nostra vita quotidiana e nel nostro modo di pensare. Invece, quante volte agiamo in maniera opposta alla tolleranza?

Queste parole intendono mostrare quanto io sia attratto da questa idea e voglio comunicare ad altri il mio entusiasmo nell’aver scoperto uno scritto dimenticato di un precursore di questa idea della tolleranza, una idea di cui non si parla molto nella nostra letteratura anarchica, da molti avversata.

Mi riferisco all’articolo Panarchia di P.E. de Puydt apparso nella Revue Trimestrielle (Bruxelles), Luglio 1860, pagine 222-245. L’autore, che mi era del tutto ignoto e di cui non mi sono curato di saperne di più per non guastare la stima che ho delle sue idee, è estraneo ai movimenti sociali. Nonostante ciò egli ha una visione chiara e lucida di quanto l’attuale sistema politico, in base al quale tutti devono sottomettersi ad un governo costituito sulle decisioni di una maggioranza, cozzi contro le esigenze di base della libertà. Pur senza identificarmi con le sue proposte immediate, o pretendendo di presentarle in maniera compiuta, desidero riassumere le sue idee e citare alcuni passaggi.

Il lettore si sentirà più prossimo a queste idee se sostituirà nella sua mente la parola “governo” che il nostro autore usa di continuo, con l’espressione “organizzazione sociale” soprattutto tenendo conto del fatto che egli invoca la coesistenza di tutte le forme di governo fino ad includere anche “l’Anarchia del Signor Proudhon”, ognuna applicata ai suoi effettivi sostenitori.

L’autore dichiara di essere a favore degli insegnamenti di politica economica che sostengono il laissezfaire, laissez passer (la Scuola di Manchester della libera concorrenza senza intromissione dello Stato). Non esistono mezze verità. Da ciò egli ne deriva che la regola della libera concorrenza, laissezfaire, laissez passer, non si applica solo alle relazioni industriali e commerciali ma dovrebbe essere introdotta anche nella sfera politica.

Alcuni affermano che vi è troppa libertà, altri che non ve ne è abbastanza. In realtà, quella che manca è la libertà fondamentale, proprio quella di cui ognuno ha bisogno: la libertà di voler essere o non essere liberi. Ognuno decide al riguardo in maniera personale e dal momento che vi sono tante opinioni quanti sono gli esseri umani, quello che ne risulta è la confusione nota sotto il nome di politica. La libertà degli uni è la negazione della libertà degli altri. Anche il migliore governo possibile non rispecchia mai la volontà di tutti. Esistono vincitori e vinti, oppressori in nome delle leggi vigenti e ribelli in nome della libertà.

Intendo io proporre il mio personale sistema? Niente affatto! Io sono a favore di tutti i sistemi, vale a dire di tutte le forme di governo che trovano seguaci. Ogni sistema è come un blocco di appartamenti in cui il proprietario e i maggiori locatari godono dei locali migliori e si sentono a loro agio. Gli altri, per i quali non vi è spazio sufficiente, sono scontenti. Io odio i violenti che vogliono distruggere così come odio i tiranni che vogliono imporre. Coloro che sono insoddisfatti dovrebbero andare per la loro strada, ma senza distruggere l’edificio; quello che a loro non piace, potrebbe andar bene ai loro vicini.

Dovrebbero allora emigrare? Cercare in qualche parte del vasto mondo un altro governo? Niente affatto. Le persone non devono essere gettate da un luogo all’altro in base alle loro opinioni. “Io desidero che si continui a vivere assieme, lì dove si è o anche altrove, se lo si vuole, ma senza lotte, fraternamente, rimanendo ognuno libero di esprimere le proprie idee e soggetto solo a quei poteri che egli ha direttamente eletto o accettato”.

Ritorniamo in argomento. “Nulla si sviluppa e dura se non è basato sulla libertà. Nulla di ciò che esiste perdura e funziona con successo tranne che attraverso il libero gioco di tutte le sue componenti. Altrimenti c’è perdita di energia attraverso continue frizioni, rapida usura degli ingranaggi, ripetute rotture e incidenti. Perciò io chiedo che singolarmente tutti i componenti della società umana dispongano della libertà di associarsi con altri secondo la loro scelta e affinità, operando solo in armonia con le loro capacità; in altre parole, godendo dell’assoluto diritto di scegliere la società politica nella quale essi vogliono vivere e dipendendo solo da essa”.

Oggi un repubblicano cerca di abbattere lo Stato esistente per istituire il suo Stato ideale ed è combattuto in quanto nemico da tutti i monarchici e da coloro che non condividono quell’idea. Secondo la concezione del nostro autore invece, si dovrebbe procedere in una maniera simile a come si fa per la separazione legale o per il divorzio nelle relazioni familiari. Egli avanza una simile possibilità di dissociazione anche nel campo politico, una scelta che non danneggerebbe alcuno. Ci si vuole separare politicamente? Nulla di più semplice che andare per la propria strada, ma senza calpestare i diritti e le opinioni di altri che, dal canto loro, dovrebbero solo fare un po’ di spazio lasciando a costoro la piena libertà di realizzare il proprio sistema.

In pratica sarebbe sufficiente disporre di un ufficio del registro. In ogni municipalità si aprirebbe un ufficio per l’appartenenza al governo politico degli individui. Le persone adulte si registrerebbero secondo le loro preferenze, nella lista della monarchia, della repubblica o di qualsiasi altro orientamento. Da questo momento in poi non si sarebbe più toccati dal sistema governativo degli altri.

Ogni sistema si organizza autonomamente, ha i suoi propri rappresentanti, leggi, giudici, tasse, senza preoccuparsi se vi sono due o dieci altre organizzazioni simili una accanto all’altra. Per quanto riguarda le dispute che dovessero sorgere tra questi organismi sarà sufficiente ricorrere a tribunali arbitrali come si fa tra persone amiche. Probabilmente vi saranno molte materie in comune tra tutti gli organismi, che potrebbero essere regolate tramite accordi reciproci come avviene, ad esempio, nelle relazioni tra i Cantoni Svizzeri o tra gli Stati Americani nell’ambito della loro federazione.

Potrebbero esserci individui che non vogliono far parte di alcun organismo. Essi possono diffondere le loro idee e cercare di aumentare il numero dei loro sostenitori fino a quando non abbiano raggiunto un livello necessario per gestire un bilancio, vale a dire per pagarsi una propria amministrazione che istituisca i servizi che essi richiedono. Fino a quel momento essi dovrebbero aggregarsi ad uno degli organismi di governo già esistenti. Questo per motivi essenzialmente finanziari.

La libertà deve essere così estesa che deve includere anche il diritto a non essere liberi. Quindi clericalismo e assolutismo per coloro che desiderino ciò. Vi sarà pertanto libera competizione tra sistemi governativi. I governi dovranno funzionare bene per assicurarsi simpatizzanti e utenti. Ognuno resta a casa sua, senza dover rinunciare a qualcosa che gli è caro. L’unico sforzo richiesto è una semplice dichiarazione presso l’ufficio politico del Comune e, senza nemmeno cambiarsi la vestaglia e le pantofole, si potrà passare dalla repubblica alla monarchia, dal parlamentarismo all’autocrazia, dall’oligarchia alla democrazia o persino all’an-archia del signor Proudhon, a discrezione personale.

“Sei insoddisfatto del tuo governo? Prendine un altro che ti vada bene” – senza rivolta o rivoluzione e senza alcun disordine – semplicemente recandoti all’ufficio del registro politico. I vecchi governi possono continuare ad esistere fino a quando la libertà di sperimentare, qui proposta, porterà al loro declino e caduta. Una sola cosa si richiede: la libertà di scegliere.

Libera scelta, concorrenza – questo sarà, un giorno, anche il motto del mondo politico. Non c’è il rischio che tutto ciò porti ad un caos indescrivibile? Ognuno dovrebbe solo richiamare alla memoria i tempi quando ci si scannava l’un l’altro nelle guerre di religione. Che cosa è avvenuto di quegli odi mortali? Il progresso dello spirito umano li ha spazzati via come fa il vento con le ultime foglie d’autunno. Le diverse religioni, nel cui nome si bruciavano e si torturavano le persone, ora coesistono pacificamente, l’una accanto all’altra. E soprattutto là dove parecchie fedi religiose convivono, ognuna di esse è più che mai interessata alla propria dignità e alla propria purezza. Ciò che è stato possibile in quella sfera, nonostante tutti gli ostacoli, non sarebbe ugualmente possibile nell’ambito politico? Al giorno d’oggi i governi esistono solo escludendo qualsiasi altro potere, ogni partito domina dopo aver sconfitto i suoi oppositori e la maggioranza opprime la minoranza; è quindi inevitabile che le minoranze e gli oppressi rumoreggino e intrighino e aspettino solo il momento adatto per la vendetta e per conquistare finalmente il potere. Ma quando ogni coercizione è abolita, quando ogni persona adulta ha, in ogni momento, una assoluta libertà di scelta per tutto ciò che lo concerne, allora qualsiasi sterile lotta diventerebbe impossibile.

Se i governi fossero sottomessi al principio della libera sperimentazione e alla libera concorrenza, essi si darebbero da fare per diventare migliori e più efficienti. Niente più distacco e altezzosità che nascondono solo il vuoto. Il loro successo consisterebbe esclusivamente nel fare meglio e a costo minore degli altri. Le energie attualmente perse in maneggi infruttuosi, in dissidi e resistenze, saranno indirizzate in maniera unitaria verso il fine di promuovere il progresso e la felicità degli esseri umani, in modi straordinari e non ancora esplorati.

All’obiezione che, dopo tutti questi esperimenti con governi di ogni tipo, si ritornerà alla fine ad un unico governo, quello migliore, l’autore fa notare che, anche se questo fosse il caso, tale accordo generale sarebbe stato raggiunto attraverso il libero gioco di tutte le energie. Ma ciò potrebbe avvenire solo in un futuro lontano, “quando la funzione di governo sarà ricondotta, per comune accordo, alla sua più semplice espressione”. Attualmente le persone hanno idee differenti e costumi così vari che solo una molteplicità di governi è possibile.

Una persona vuole una vita piena di esperienze eccitanti e di lotte, un’altra desidera la tranquillità, un’altra ancora ha bisogno di incoraggiamento e aiuto, una quarta, un tipo geniale, non tollera alcuna guida. Uno vorrebbe una repubblica fatta di sottomissione e rinunce, un altro desidera la monarchia assoluta con la sua pompa e il suo splendore. L’oratore vuole un parlamento, la persona silenziosa invece è contro tutto questo blaterare. Vi sono cervelli forti e menti deboli, persone ambiziose e gente semplice che si contenta di poco. Vi sono altrettanti caratteri quante sono le persone, altrettanti bisogni quante sono le differenti nature. Come si potrebbero soddisfare tutti con un’unica forma di governo? Le persone appagate saranno sempre una minoranza. Persino un governo perfetto troverebbe chi vi si oppone. Nel sistema proposto, invece, tutte le divergenze non sarebbero altro che bisticci domestici, con il divorzio quale rimedio estremo.

I governi sarebbero in concorrenza tra di loro e coloro che si associano ai governi sarebbero del tutto leali in quanto esisterebbe piena concordanza tra il governo scelto e le loro idee.

Come si potrebbero ripartire tutte queste persone? Io credo nel “potere sovrano della libertà di far sorgere la pace tra le persone”. Non posso certo prevedere il giorno e l’ora in cui questa armonia sorgerà. La mia idea è come un seme gettato al vento. Chi in passato avrebbe pensato all’avvento della libertà di coscienza e chi la metterebbe in discussione al giorno d’oggi? Per la realizzazione pratica dell’idea si potrebbe, ad esempio, fissare in un anno il periodo minimo di appartenenza ad una forma di governo. Ogni gruppo convoca i suoi membri ogni qualvolta ne abbia necessità, come fa una chiesa rispetto ai propri fedeli o una società per azioni nei confronti dei suoi azionisti. La coesistenza di vari governi porterà forse ad un flusso enorme di burocrati e ad un corrispondente spreco di energie? Questa obiezione è importante; ad ogni modo, quando un tale eccesso fosse avvertito, si troverebbe una soluzione. Solo gli organismi davvero efficienti sopravviverebbero, gli altri deperirebbero progressivamente per mancanza di sostenitori.

Le classi dirigenti e i partiti attualmente dominanti saranno favorevoli a tale proposta? Sarebbe nel loro interesse che lo fossero. Essi sarebbero meno forti potendo fare affidamento su un numero minore di aderenti, ma tutti i sostenitori volontari si piegherebbero completamente alla volontà dei governi. Non ci sarebbe bisogno di alcuna coercizione nei confronti dei soggetti, di nessun soldato, di nessun gendarme, di nessun poliziotto. Non ci sarebbero né congiure né usurpazioni. Ognuno e nessuno sarebbero legittimi. Potrebbe accadere che un governo andasse in liquidazione e, in una fase successiva, qualora riuscisse a trovare altri sostenitori, ritornerebbe sulla scena attraverso un semplice atto costitutivo, come avviene per una società per azioni. La piccola quota versata per la registrazione dovrebbe essere sufficiente per finanziare gli uffici di registro. Sarebbe un meccanismo così semplice che anche un bambino riuscirebbe a gestirlo, e nonostante la sua semplicità risponderebbe ai bisogni di tutti. È così semplice ed efficace che sono certo che nessuno vorrà saperne; l’essere umano essendo così com’è …

Lo stile e il modo di ragionare dell’autore, de Puydt, mi ricordano in parte Anselme Bellegarrigue, come ci è apparso nei suoi numerosi articoli sul quotidiano di Toulouse del 1849, Civilisation. Idee simili in materia di tasse sono state formulate in epoca successiva e nel corso di alcuni anni soprattutto da Auberon Herbert (voluntary taxation). Il fatto che tutte queste elaborazioni ci sembrino oggi più plausibili che ai lettori del 1860, dimostra che almeno qualche progresso è stato compiuto. L’aspetto importante è di dare a queste idee il tipo di espressione che corrisponde ai sentimenti e alle esigenze attuali e di prepararci per la sua realizzazione. È la riflessione su quali iniziative intraprendere che mancava nel ragionamento freddo e pacato di questo autore isolato del 1860. Non potrebbe essere questo l’aspetto che renderebbe oggi la discussione di questi temi molto più promettente e ricca di sviluppi futuri?

Nota
Questo articolo, datato 22-2-1909, firmato con le iniziali dell’autore M.N. apparve il 15-3-1909 nel giornale “Der Sozialist” di Gustav Landauer. Fu ristampato per iniziativa di Leo Kasarnowski (successivamente editore di Mackay) che identificò nelle lettere M.N. lo storico dell’anarchia Max Nettlau, nel giornale “L’anarchico individualista” (edito da Benedikt Lachmann), Berlino 1920, pag. 410-417.