Vino e Pane

«Da molto tempo non ci siamo visti» disse Pietro. «Non credevo che ti fossi ridotto così.»

Uliva gli rispose con una breve risata ironica.

«Credevi» disse «di ritrovarmi impiegato dello Stato? Ufficiale della Milizia? Commendatore?»

«Non c’è altro scampo?»

«Non mi pare.»

«Basta guardarsi attorno» disse Pietro. «Forse tu vivi troppo isolato. Vi è chi resiste, chi lotta.»

«Illusione» disse Uliva. «Ti ricordi del nostro gruppo studentesco? Quelli che non sono morti di fame o in carcere, stanno peggio.»

«II peggio è la capitolazione. Si può accettare la sfida, resistere, lottare contro.»

«Per quanto tempo?»

«Per dieci anni, per venti, per duecento, per l’eternità. Non c’e vita senza lotta.»

«Credi che il ventriloquio sia una lotta?» disse Uliva. «Ma perché ti gonfi di frasi? Ascoltami, a me questo gusto è passato. Dopo aver sofferto dieci mesi in carcere per aver gridato “viva la libertà” a piazza Venezia, ho dormito per qualche tempo, d’inverno, nei dormitori pubblici e d’estate sotto i ponti del Tevere, o sotto i portici dell’Esedra, o sulle scalinate delle chiese, con la giacca in funzione di cuscino sotto la testa. Ogni tanto c’era la noia della ronda che interrogava: “Chi sei? Che mestiere fai? Di che vivi?”. Avresti dovuto vedere che matte risate quando, in mancanza d’altro, per legittimarmi, mostravo i miei certificati scolastici, il mio diploma di Santa Cecilia. Ho fatto anche un tentativo di stabilirmi nel mio villaggio nativo, in provincia di Chieti. Me ne sono dovuto scappare di notte. I parenti mi intimarono il bando. “Sei la nostra rovina” mi rimproveravano. “Sei il nostro disonore.”»

«Non bisogna tuttavia capitolare» disse Pietro. «Dobbiamo mantenerci uniti ai gruppi operai.»

«Non parlarmene» disse Uliva. «Conoscevo alcuni tipografi. Si sono tutti arrangiati. La massa operaia si è anch’essa statizzata, oppure avvilita. La stessa fame è stata burocratizzata. La fame ufficiale dà il diritto al sussidio e alla minestra statale; la fame privata dà solo diritto a gettarsi nel Tevere.»

«Non lasciarti ingannare dall’apparenza» disse Pietro. «La forza della dittatura è nei muscoli, non nel cuore.»

«Su questo punto hai ragione» disse Uliva. «Essa è qualcosa di cadaverico. Da molto tempo essa non è più un movimento, neppure un movimento vandeano, ma solo una burocrazia. Ma, contro di essa, cos’è l’opposizione? Cosa siete voi? Una burocrazia nascente. In nome di idee diverse, il che vuol dire semplicemente, in nome di diverse parole, e per conto di altri interessi, anche voi aspirate al potere totalitario. Se voi vincerete, e probabilmente vi accadrà questa disgrazia, noi sudditi passeremo da una tirannia all’altra.»

«Tu vivi di allucinazioni» disse Pietro. «Come puoi condannare l’avvenire?»

«L’avvenire nostro è il passato d’altre contrade» disse Uliva. «Va bene, non lo nego, avremo dei mutamenti tecnici ed economici. Come ora abbiamo le ferrovie dello Stato, il chinino i sali i fiammiferi i tabacchi dello Stato, così avremo il pane dello Stato, le scarpe le camicie le mutande dello Stato, le patate i piselli freschi dello Stato. Sarà un progresso tecnico? Ammettiamolo, ma questo progresso tecnico servirà di punto d’appoggio a una dottrina ufficiale obbligatoria, a una ortodossia totalitaria che si servirà di tutti i mezzi, dal cinema al terrore, per distruggere ogni eresia e tirannizzare il pensiero individuale. All’attuale inquisizione nera succederà un’inquisizione rossa. All’attuale censura, una censura rossa. Alle attuali deportazioni, le deportazioni rosse, di cui saranno vittime predilette i rivoluzionari dissidenti. Allo stesso modo dell’attuale burocrazia che si identifica con la patria e stermina ogni avversario, denunziandolo come venduto allo straniero, la vostra futura burocrazia identificherà se stessa col Lavoro e il Socialismo, e perseguiterà chiunque continuerà a pensare con la propria testa come un agente prezzolato degli industriali e degli agrari.»

«Uliva, tu vaneggi» gridò Pietro. «Tu sei stato tra noi, ci conosci, sai che non è questo il nostro ideale.»

«Non il vostro ideale» disse Uliva «ma il vostro destino. Non avete scampo.»

«Il destino è un’invenzione della gente fiacca e rassegnata» disse Pietro.

Uliva fece un gesto come per dire che non valeva la pena di continuare a discutere. Tuttavia aggiunse: «Tu sei intelligente, ma vile. Non capisci perché non vuoi capire. La verità ti fa paura.»

Pietro si alzò per andarsene. Dalla porta egli disse a Uliva, rimasto impassibile sul divano: «Non c’e nulla nella mia vita che ti autorizzi a ingiuriarmi.»

«Vattene e non tornare» disse Uliva. «A un impiegato di partito non ho nulla da dire.»

Pietro stava per andarsene, aveva già aperto la porta; però la richiuse e andò a sedersi ai piedi del divano sul quale Uliva era disteso.

«Non me ne andrò prima di aver capito com’e che sei diventato così» disse. «Cosa ti è accaduto per trasformarti fino a questo punto? II carcere, la disoccupazione, la fame?»

«Nelle privazioni ho cercato, con lo studio, almeno una promessa di liberazione» disse Uliva. «Non l’ho trovata. Per molto tempo sono stato angosciato da questo fatto: perché tutte le rivoluzioni, tutte, senza eccezione alcuna, sono cominciate come movimenti di liberazione e finite come tirannie? Perché nessuna rivoluzione è sfuggita a questa condanna?»

«Se anche fosse vero» disse Pietro «bisognerebbe arrivare a una conclusione diversa dalla tua. “Tutte le rivoluzioni sono tralignate, bisognerebbe dire, ma noi vogliamo farne una che rimarrà fedele a se stessa.”»

«Illusioni, illusioni» disse Uliva. «Voi non avete ancora vinto, siete ancora un movimento cospirativo e già siete marci. La passione rinnovatrice che ci animava quando eravamo nel gruppo studentesco, è già diventata anch’essa una ideologia, un tessuto di idee fatte, una ragnatela. Ecco la prova che non c’e scampo nemmeno per voi. E badate, non siete che all’inizio della parabola discendente.

«Forse non è colpa vostra» soggiunse Uliva «ma dell’ingranaggio che vi travolge. Ogni idea nuova per propagarsi, si cristallizza in formule; per conservarsi si affida a un corpo di interpreti, prudentemente reclutato, talvolta anche appositamente stipendiato, e, a ogni buon conto, sottoposto a un’autorità superiore, incaricata di sciogliere i dubbi e di reprimere le deviazioni. Così ogni nuova idea finisce sempre col diventare una idea fissa, immobile, sorpassata. Quando questa idea diventa dottrina ufficiale dello Stato, allora non c’e più scampo. Un falegname e uno zappaterra possono, forse, anche in regime di ortodossia totalitaria, sistemarsi, mangiare, digerire, procreare in pace, farsi i fatti loro; ma specialmente per un intellettuale non c’e scampo. Egli deve piegarsi, entrare nel clero dominante, oppure rassegnarsi a essere affamato, e alla prima occasione, eliminato.»

Pietro ebbe uno scatto d’ira, prese Uliva per il bavero della giacca e gli gridò in faccia:

«Ma perché deve essere questo il nostro destino? Perché non deve esserci scampo? Siamo noi galline rinchiuse in un pollaio? Perché dovrebbe essere già condannato un regime che ancora non esiste e che noi vogliamo creare a immagine dell’uomo?»

«Non gridare» gli rispose Uliva pacatamente. «Non fare il propagandista anche qui, da me. Tu hai capito benissimo quello che ho detto; ma fingi di non capire, perché le conseguenze ti fanno paura.»

«Sciocchezze» disse Pietro.

«Sai, quando eravamo assieme nel gruppo ti ho molto osservato» disse Uliva. «Allora scoprii che tu eri rivoluzionario per paura. Ti sforzavi di credere nel progresso, ti sforzavi di essere ottimista, ti davi pena per credere nel libero arbitrio, solo perché il contrario ti sgomentava. Sei rimasto tale.»

Pietro fece una piccola concessione a Uliva.

«È vero» disse «se non credessi nella libertà dell’uomo, o almeno nella possibilità della libertà dell’uomo, la vita mi farebbe paura.»

«Io ho cessato di credere al progresso e la vita non mi fa paura» disse Uliva.

«Come hai potuto rassegnarti? È spaventoso» disse Pietro.

«Non sono affatto rassegnato» disse Uliva. «La vita non mi fa paura, ma ancor meno la morte. Contro questa pseudo-vita soffocata da leggi spietate, l’unica arma lasciata all’arbitrio dell’uomo e l’anti-vita, la distruzione della vita stessa.»

«Temo di aver capito» disse Pietro.

Egli aveva capito. Sul suo volto si stese un vela di grande tristezza. Non aveva senso continuare a discutere. La giovane donna che aveva aperto la porta a Pietro entrò nella stanza per prendere alcuni oggetti. Uliva aspettò che uscisse, per aggiungere:

«Malgrado tutto, ho una certa stima di te. Da molti anni ti vedo impegnato in una specie di vertenza cavalleresca con la vita, o, se preferisci, col creatore: la lotta della creatura per superare i suoi limiti. Tutto questo, lo dico senza ironia, è nobile; ma richiede un’ingenuità che a me manca.»

«L’uomo non esiste veramente che nella lotta contro i propri limiti» disse Pietro.

«Mi parlasti una volta di un tuo sogno segreto» disse Uliva. «Lo esprimesti in termini paesani: fare della conca del Fucino un Soviet e nominare Gesù presidente del Soviet. L’idea, certo, non sarebbe malvagia, se il figlio del falegname di Nazareth vivesse ancora realmente su questa terra e potesse esercitare personalmente quella funzione. Ma, avvenuta la nomina e constatata la sua assenza, non saresti costretto a nominargli un sostituto? Ora, come comincino e come finiscano i rappresentanti di Gesù, noi, in questo paese, lo sappiamo. Eh, altroché se lo sappiamo. Non lo sanno ancora i poveri negri e gli indiani neo-convertiti delle missioni, ma noi lo sappiamo e non possiamo mica far finta d’ignorarlo. Dov’e finito, Pietro, il tuo storicismo?»

«Tra le ortiche» disse Spina. «Se Gesù fu mai vivo, egli lo è ancora.»

Uliva sorrise.

«Sei inguaribile» disse. «Hai una capacità portentosa di illuderti. A me non riesce.»

Poi aggiunse:

«Stammi a sentire. Mio padre morì a Pescara all’età di quarant’anni, alcolizzato. Egli non mi lasciò che debiti da pagare. Alcune settimane prima di morire, una sera mi chiamò, mi raccontò la storia della sua vita, la storia del suo fallimento. Egli cominciò col parlarmi della morte di suo padre, cioè, di mio nonno. “Muoio povero e disilluso” gli aveva detto suo padre, “ma ripongo tutte le mie speranze in te; che tu possa avere dalla vita quello che mi è mancato.” Sentendo approssimarsi la propria fine, mio padre mi confidò che non aveva che da ripetermi le parole del nonno. “Anch’io, caro figlio, muoio povero e disilluso, ma spero per te che sei un artista e ti auguro che tu possa avere dalla vita quello che io ho bramato invano.” Così di generazione in generazione, assieme ai debiti si tramandano le illusioni. Adesso io ho trentacinque anni e mi trovo già allo stesso punto di mio nonno e di mio padre. Sono già un fallito consapevole e mia moglie aspetta un bambino. A me manca però l’imbecillità di credere che il nascituro riceverà dalla vita quello che io non ho avuto. Egli morirà di fame, oppure, quel ch’è peggio, servo.»

Pietro si alzò per partire.

«Non so se tornerò» disse. «Ma, se tu o tua moglie avete bisogno di me …»

«Non val la pena» disse Uliva. «Non avremo bisogno di nessuno.»