Alcune esperienze positive ma fugaci


salentoI critici dell’autonomia personale tacciano sempre tutto ciò di utopia. Eppure, una storia purtroppo dimenticata parla a favore di un riesame di queste dottrine.

In Russia, ai tempi dell’Impero, e poi, dopo il trionfo dei bolscevichi, le idee di autonomia personale furono totalmente cancellate. In Austria, al contrario, il pensiero degli austro-marxisti trova orecchie attente, persino tra i conservatori, tra coloro che si preoccupavano di far sopravvivere quel miracolo permanente rappresentato dall’Austria-Ungheria. L’ultimo cancelliere dell’Impero, Heinrich Lammasch, non vedeva egli stesso alcuna possibilità di esistenza se non riconoscendo il principio di una libera associazione di nazioni.

Alcuni inizi attuativi furono d’altronde realizzati prima dello scoppio della Grande Guerra. Così, nel 1905-1906, un sistema di autonomia personale fu parzialmente introdotto in Moravia, con la creazione di un catasto nazionale elettorale in vista dell’elezione di due curie nazionali (tedesca e ceca) destinate a ripartirsi la dieta di Brno. Il meccanismo, avendo funzionato egregiamente, fu ulteriormente esteso all’ambito della scuola.

L’autonomia culturale fu in seguito sperimentata, di nuovo con successo, in Bukovina nel 1910 tra Tedeschi, Ebrei, Polacchi, Rumeni e Ruteni. Nel 1914, essa doveva essere introdotta in Galizia (Polonia), ma la guerra ne bloccò l’attuazione. Ma, nonostante tutto, la proposta risorse verso la fine del conflitto con il riconoscimento, il 3 gennaio 1918, da parte dell’effimero Rada (Parlamento) centrale ucraino, dell’autonomia personale per le popolazioni ebree, polacche e russe (si nota qui l’influenza del partito sionista di sinistra Poale-Tsion e del suo animatore Ber Borokhov) e con l’istituzione di un commissariato alle questioni tedesche nell’ambito della Repubblica (ungherese) dei consigli di Bela Kun. Le stesse idee si ritrovano inoltre nel progetto presentato dalla delegazione ungherese alla Conferenza di pace il 20 febbraio 1920, con l’obiettivo di ridurre i traumi generati dall’ineluttabile partizione dell’Austria-Ungheria.

Nel periodo tra le due guerre, è negli stati baltici che si presentano i fatti più interessanti. Il primo episodio concerne la Lituania. Nel periodo agitato che attraversa il nuovo Stato, i kehilot pre-esistenti poterono, sulla base d’una legge del 21 ottobre 1920, auto-organizzarsi in funzione del principio di autonomia personale. Questo sistema doveva sfortunatamente scomparire con l’instaurazione di un potere autoritario a Kaunas nel 1926.

A questi stessi principi si richiamava, a Riga, all’inizio del ‘900, il grande saggista e uomo politico baltico-tedesco Paul Schiemann. Come gli austro-marxisti, egli considerava che, se la tolleranza religiosa e la separazione tra Chiesa e Stato avevano in tempi passati calmato gli spiriti, allo stesso modo la separazione tra Stato e Nazione avrebbe dovuto mettere fine al nazionalismo. Egli propose un sistema amministrativo molto esauriente, che poggiava per l’essenziale sui principi descritti in precedenza per la comunità tedesca della Lettonia. Organizzata sotto forma di corporazione di diritto pubblico, essa era chiamata a gestire in maniera autonoma i suoi interessi in materia di cultura. L’evoluzione politica interna e il contesto internazionale in cui si trovava la repubblica baltica (Unione Sovietica, Germania nazista) non permisero l’attuazione del sistema.

Spetta alla terza Repubblica baltica, l’Estonia, il merito di aver realizzato un meccanismo completo e operativo di autonomia culturale personale. La legge del 12 febbraio 1925 permetteva in effetti alle minoranze che lo desiderassero di raggrupparsi sul piano locale per essere rappresentate a livello di Stato da un consiglio culturale centrale di ogni nazionalità – la soglia era fissata a tremila membri per permettere agli Ebrei di avere la loro rappresentanza. Aspetto originale: nelle regioni dove era territorialmente minoritaria, la popolazione di origine estone poteva auto-organizzarsi sulla base di questo principio. Uno dei padri della legge estone, il dottor Ewald Ammende, fu anche il promotore del Congresso europeo delle nazionalità. Questo sistema fu applicato in modo soddisfacente ai Tedeschi e agli Ebrei; sfortunatamente, nonostante gli sforzi di un altro estensore della legge, il professore Mikhaïl Anatolievitch Kourchinsky, i Russi non arrivarono mai ad organizzarsi per beneficiarne.

È lecito domandarsi per quale ragione un concetto così ricco come quello dell’autonomia personale sia stato talmente dimenticato dalle politiche contemporanee. La risposta è semplice: originaria dell’Europa centrale, questa concezione fu, dopo la prima Guerra Mondiale, sotterrata dalla presenza diffusa dappertutto del « socialismo reale » di stampo sovietico. In occidente, la questione delle minoranze fu messa da parte a vantaggio dei diritti umani, e non ci si curò nemmeno, in generale, di andare a frugare tra gli archivi per rintracciare i documenti non tradotti. I recenti avvenimenti, dal Caucaso alla Bosnia, ridonano piena attualità alle dottrine che fanno riferimento alle minoranze disperse.