Big Bob


Il suo nome è Robert Paulson e ha quarantotto anni. Il suo nome è Ro-bert Paulson e Robert Paulson avrà quarantotto anni per sempre.
Dato un lasso di tempo abbastanza lungo per tutti, la percentuale di so-pravvivenza precipita a zero.
Big Bob.
Il grosso mollaccione. Bazza d’alce era impegnato in un compito regolamentare di gelo e scasso. È così che Tyler si è introdotto in casa mia per farla saltare con la dinamite fabbricata in casa. Si prende una bomboletta spray di refrigerante, R-12 se lo trovi ancora, con tutti i divieti per via del buco nell’ozono, o R-134a e lo spruzzi sul cilindro della serratura finché il meccanismo si congela. In un’azione di gelo e scasso spruzzi la serratura di un telefono pubblico o di un parchimetro o di una cassetta per i giornali. Poi usi martello e scalpello per spaccare il cilindro congelato. In un’azione di gelo e scasso regolamentare, si fora il telefono o la macchina di una cassa automatica, poi s’infila nel tubo un raccordo da ingrassaggio e si usa una pistola per grasso per pompare nell’obiettivo grasso lubrificante o crema alla vaniglia o cemento plastico. Non è che al Progetto Caos si avesse bisogno di rubare una manciata di spiccioli. Il Saponificio di Paper Street non riusciva a stare dietro alle ordinazioni. Dio ci assistesse all’arrivo della stagione delle ferie. I compiti servono per consolidare la propria forza d’animo. C’è bisogno di furbizia. C’è da costruire il nostro investimento nel Progetto Caos. Invece di uno scalpello, sul cilindro congelato si può usare un trapano elettrico. Funziona alla stessa maniera e fa meno rumore. Era un trapano elettrico a batterie che la polizia ha scambiato per una pistola, quello che reggeva in mano Big Bob quando lo hanno stecchito.
Non c’era niente che potesse legare Big Bob al Progetto Caos o al fight club o al sapone.
In tasca aveva una foto di se stesso enorme e a prima vista nudo in posa a qualche concorso di culturisti. È un modo stupido di vivere, aveva detto Bob. Sei accecato dalle luci del palcoscenico e assordato dal sottofondo musicale finché il giudice non ti ordina, stendi il quadricipite destro, fletti e mantieni.
Metti le mani dove possiamo vederle.
Estendi il braccio sinistro, fletti il bicipite e mantieni.
Fermo.
Lascia cadere la pistola.
Questo è meglio che la vita reale.
Sulla mano aveva la cicatrice del mio bacio. Il bacio di Tyler. I capelli modellati di Big Bob non c’erano più, rasati a zero, e non c’erano più le sue impronte digitali, bruciate con la lisciva. Ed era meglio farsi male che fini-re arrestati, perché se sei arrestato sei fuori del Progetto Caos, niente più compiti da svolgere.
Ecco lì Robert Paulson, il centro caldo intorno al quale si affollava la vi-ta del mondo e un attimo dopo ecco Robert Paulson diventato un oggetto. Dopo che la polizia ha sparato, lo stupefacente prodigio della morte.
In tutti i fight club questa sera il capo sezione cammina nell’oscurità in-torno agli uomini che si guardano attraverso il centro vuoto di ogni scanti-nato e la voce grida:
«Il suo nome è Robert Paulson.»
E la folla grida: «Il suo nome è Robert Paulson».
I capi sezioni gridano: «Ha quarantotto anni».
E la folla grida: «Ha quarantotto anni».
Ha quarantotto anni ed era membro di un fight club.
Ha quarantotto anni ed era membro del Progetto Caos.
Solo nella morte avremo i nostri nomi poiché solo nella morte non partecipiamo più allo sforzo collettivo. Nella morte diventiamo eroi.
E le folle gridano: «Robert Paulson».
E le folle gridano: «Robert Paulson».
E le folle gridano: «Robert Paulson».
Questa sera vado al fight club a chiuderlo. Mi fermo sotto l’unica luce al centro della stanza e il club applaude. Per tutti i presenti io sono Tyler Durden. Intelligente. Forte. Con le palle. Alzo le mani per chiedere silenzio e suggerisco di chiudere qui, perché non soprassedere per questa sera? Andiamocene a casa, per questa sera, e dimentichiamoci il fight club.
Io credo che il fight club abbia servito il proprio scopo, o no?
Il Progetto Caos è annullato.
Ho sentito che c’è una bella partita di football in televisione…
Cento uomini mi fissano in silenzio.
Un uomo è morto, dico. Il gioco finisce qui. Ora non ci si diverte più.
Poi, dall’oscurità all’esterno della gente giunge la voce anonima del caposezione: «La prima regola del fight club è che non si parla del fight club».
A casa! grido io.
«La seconda regola del fight club è che non si parla del fight club.»
Il fight club non c’è più! Il Progetto Caos non c’è più. «La terza regola è due uomini per combattimento.»
Io sono Tyler Durden, urlo. E vi ordino di andarvene!
E nessuno mi sta guardando. Gli uomini si guardano l’un l’altro attraverso il centro della stanza.
La voce del caposezione viaggia lenta per lo scantinato. Due soli uomini per ogni combattimento. Niente camicia. Niente scarpe.
Il combattimento va avanti e avanti e avanti finché deve.
Immaginatevi la scena che si ripete in cento città, in lingue diverse.
La recita del regolamento finisce e io sono ancora al centro della luce.
«Combattimento in lista numero uno, presentarsi» grida la voce dall’oscurità. «Sgomberare il centro del club.»
Io non mi muovo.
«Sgomberare il centro del club!»
Io non mi muovo.
L’unica luce brilla nell’oscurità in cento paia d’occhi, tutti fissi su di me, in attesa. Cerco di vedere ciascuno di loro nel modo in cui li vedrebbe Tyler. Scegliere i migliori combattenti per l’addestramento al Progetto Ca-os. Quali di costoro Tyler inviterebbe a lavorare al Saponificio di Paper Street?
«Sgomberare il centro del club!» Questa è la procedura standard del fight club. Dopo tre inviti da parte del caposezione, verrò espulso dal club.
Ma io sono Tyler Durden. L’ho inventato io, il fight club. Il fight club è mio. Ho scritto io questo regolamento. Nessuno di voi sarebbe qui se non fosse per me. E io dico che qui ci si ferma!
«Prepararsi a estromettere il membro in tre, due, uno.»Il circolo mi piomba addosso e duecento mani mi afferrano ogni centimetro di braccia e gambe e vengo sollevato da terra e a braccia e gambe aperte vengo trasportato verso la luce.
Prepararsi a evacuare l’anima in cinque, quattro, tre, due, uno.
E vengo trasferito sopra le teste, da mano a mano, sulla folla che ondeggia in direzione della porta. Galleggio. Volo.
Sto gridando che il fight club è mio. Il Progetto Caos è un’idea mia. Non potete buttarmi fuori. Sono io che comando qui. Andatevene a casa.
La voce del caposezione urla: «Combattimento in lista numero uno, prego presentarsi al centro della sala. Ora!».
Io non me ne vado. Non rinuncio. Posso spuntarla. Qui comando io.
«Estromettere il membro del fight club, ora!»
Evacuare l’anima, ora.
E io volo adagio fuori della porta e nella notte con le stelle sopra di me e l’aria fredda e atterro sul cemento del parcheggio. Tutte le mani si ritirano e una porta si chiude dietro di me e il meccanismo di una serratura scatta. In cento città i fight club vanno avanti senza di me.