Una casa inabitabile

ariaLa condizione in cui ci troviamo mi sembra quella di chi si barrica entro quattro mura per difendere spazi in cui per primo non ha voglia di vivere. Tanto discutere di aperture, di allargamenti, di alleanze nasconde il fatto che stiamo difendendo una casa diroccata in un quartiere inabitabile. La sola via d’uscita mi sembra quella di incendiare le postazioni e di andare all’aria aperta, scrollandosi di dosso l’odore di muffa. Ma cosa vuol dire, fuor di metafora?

L’epoca in cui viviamo è così prodiga di sconvolgimenti che sotto le macerie sono finite o stanno finendo le nostre stesse capacità di interpretare e, ancor più, di prefigurare gli avvenimenti. Se ciò vale per tutti i rivoluzionari, particolarmente malconce ne sono uscite le visioni del mondo e della vita basate su modelli autoritari e quantitativi. I gestori più o meno ammiccanti delle lotte altrui gestiscono solo inutili rappresentazioni politiche di conflitti già pacificati; le lotte che squarciano la pacificazione si lasciano sempre meno gestire. L’illusione del partito — in tutte le sue varianti — è ormai il cadavere di un’illusione.

Il disporsi, l’allinearsi e lo sciogliersi delle forze in campo, nei piccoli come nei grandi conflitti sociali, si fa sempre più misterioso. Quello che è sempre stato un nostro tratto distintivo — una visione non omogenea e non cumulativa della forza, una repulsione per la dittatura del Numero — corrisponde in parte alle attuali condizioni sociali e alle imprevedibili possibilità di rottura che queste nascondono. Dalle trasformazioni stesse del dominio — attraverso la sua rete di strutture, tecnologie e saperi — ad eventi come la guerriglia in corso in Iraq, possiamo trarre alcuni insegnamenti. Appare chiaro che gli scontri si verificano sempre meno nel senso dell’affrontamento di due eserciti o fronti, e sempre più nel senso di una miriade di pratiche diffuse e incontrollabili.

Un dominio fatto di mille gangli spinge i suoi nemici a farsi più imprevedibili. Un modo non centralizzato di concepire le azioni e i rapporti è non solo più libertario, dunque, ma anche più efficace contro le maglie del controllo. Se una simile consapevolezza esiste a livello teorico, non sempre riusciamo a mantenerla nelle proposte pratiche. Da un lato si afferma che il potere non è un quartier generale (bensì un rapporto sociale), dall’altro però si propongono iniziative che tale lo raffigurano. Credo che dovremmo cercare le forme di azione più adeguate alle nostre caratteristiche, alle nostre forze (quantitative e qualitative).

Purtroppo continuiamo a pensare che agire in pochi debba per forza voler dire agire in modo isolato. Per questo di fronte all’arresto di compagni e, più in generale, all’inasprimento della repressione, emergono sempre le solite proposte: il presidio, il corteo, eccetera. Non si tratta, beninteso, di criticare queste forme di protesta in quanto tali, ma la mentalità che per lo più le accompagna. In certi contesti — attualmente soprattutto locali —, all’interno di una serie di iniziative anche il corteo o il presidio possono avere il loro senso. Ma quando questo intreccio tra le forme di azione manca, e, soprattutto, quando si ragiona nell’ambito stretto dei compagni, credo che ripetere certi modelli finisca col creare un senso di impotenza e col riprodurre il noto meccanismo delle scadenze più o meno militanti. Anche qui, c’è bisogno di aria fresca. Organizzandosi, anche in cento si può, volendo, intervenire in modo interessante in cortei più o meno vasti. Ma se si è in cento e basta, poniamo, perché un corteo? Cosa possono fare cento compagni in una città di cui conoscono i punti nevralgici? Cosa ci stanno insegnando tutte le lotte che, a livello mondiale, riscoprono un uso appassionato e potenzialmente sovversivo del blocco?

In molti si sono resi conto che il problema della repressione non può essere ridotto all’ambito dei rivoluzionari. La repressione — quella diretta come quella indiretta — coinvolge fasce sempre più ampie di popolazione. Essa è la risposta di un dominio che sente franare il terreno sotto i propri piedi, consapevole di quanto ampio si stia facendo lo scarto fra l’insoddisfazione generale e le capacità di recupero dei suoi servitori storici: partiti e sindacati. Senza indagare qui le ragioni di tutto ciò, basterà dire che i sovversivi parlano tanto di carcere perché è sempre più facile finirci dentro e che sentono, allo stesso tempo, la necessità di non limitarsi, di fronte ad un giro di vite complessivo, alla difesa dei propri compagni arrestati. Qui cominciano i problemi. Se non si riesce ad opporsi alla repressione indipendentemente dagli individui su cui questa si abbatte, allora ognuno difenderà i propri amici e compagni, quelli con cui condivide idee, passioni e progetti — ed è inevitabile che sia così. La solidarietà contro la repressione, quando quest’ultima colpisce rivoluzionari con cui non si ha alcuna affinità, deve essere ben distinta dall’appoggio a progetti politici che non si condividono o che sono addirittura antitetici ai propri desideri antipolitici.

Ora, più l’ambito delle iniziative si restringe ai rivoluzionari, più si rischia appunto di dare una mano a resuscitare ipotesi autoritarie fortunatamente in rovina. Più esso è ampio, viceversa, più i due piani (quello della solidarietà contro e quello della solidarietà con, cioè della complicità) risultano ben distinguibili. È quindi piuttosto stupefacente che, consapevoli della portata sociale ed universale della mannaia repressiva, da più parti si proponga come “soluzione” l’unità d’azione fra… le componenti rivoluzionarie. In questo modo, non solo ci si isola dal resto degli sfruttati che avvertono come noi il peso del controllo sociale e della sbirraglia, ma ci si illude anche su di un aspetto non trascurabile: una simile “unità d’azione” ha un prezzo (forse non nell’immediato, se i rapporti di forza sono favorevoli, ma alla lunga sì). Se invece di essere cento anarchici ad un’iniziativa, siamo in centocinquanta perché si uniscono cinquanta marxisti-leninisti, e per far questo dobbiamo sottoscrivere manifesti e volantini redatti in un gergo più o meno impenetrabile, si tratta forse di un «allargamento»? Non sarebbe forse più significativo organizzare un’iniziativa anche in dieci ma affrontando problemi sentiti da molti ed esprimendo dei contenuti più vicini al nostro modo di pensare e di sentire? Quanto alla solidarietà specifica ai compagni dentro, esistono ben altre forme…

Non vorrei che questo atteggiamento venisse letto come una “chiusura ideologica” o come la ricerca di egemonia su altri gruppi. È proprio per non ragionare in termini di sigle, cappelli e formalismi che è meglio mantenere ampie e chiare le proposte, senza avere come interlocutori determinati gruppi politici, bensì chiunque si senta coinvolto: dopo di che, chi vuole partecipare da pari a pari, è il benvenuto. Se gli altri rivoluzionari applicheranno lo stesso metodo, il giovamento sarà per tutti. C’è un’aria di alleanze più o meno di servizio che trovo irrespirabile. I fronti unici, le unità d’azione fra le forze rivoluzionarie — ben al di là di un obiettivo specifico di lotta, in cui ci si confronta con chiunque sia interessato, compagno o meno che sia — fanno parte, per me, della difesa di una casa inabitabile. E questo indipendentemente da quanto tizio e caio siano brave persone, corrette o simpatiche; è un problema di prospettive. Una volta Malatesta rispondendo a Bordiga disse più o meno: «Ma se, come pretendono questi marxisti, le differenze fra loro e noi non sono così sostanziali, perché invece di farci aderire ai loro comitati non vengono nei nostri?». Fare le cose fra anarchici, dunque?

Nient’affatto. Agire su basi chiare, anche in pochi, ma rivolgendosi a tutti gli sfruttati, a tutti gli insoddisfatti di questo ergastolo sociale. E inserire in quello che diciamo e facciamo — si tratti di una lotta contro gli inceneritori, contro le espulsioni o per la casa — il problema del carcere (e quindi dei nostri compagni dentro). Non giustapponendo o appiccicando al resto la “questione carceraria”, bensì smascherando i nessi reali sulla base dell’esperienza comune. Qualsiasi lotta autonoma si scontra, prima o poi, con la repressione (sia che essa la affronti apertamente, sia che ripieghi per evitarla). Anche le occupazioni di case pongono il problema della polizia, degli interessi che difende, del controllo nei quartieri, dei ghetti e delle galere. L’autorganizzazione sociale è sempre anche autodifesa contro la repressione.