Che cos’è che volevamo fare? Ah, già, la rivoluzione…


All’inizio erano poche voci. Poche ma baldanzose, animate da una perentorietà dovuta più agli artifizi della “necessità strategica” che alla effettiva potenza dei propri mezzi. Poi le voci hanno cominciato a moltiplicarsi, quantitativamente e qualitativamente, e sono diventate piccolo coro. Qua e là, dalle parole si è passati ai fatti. Ridicole parole e mediocri fatti, dirà qualcuno, ma pur sempre parole e fatti! In tempi di magra come quelli che stiamo attraversando, bisogna riconoscerlo, non sarà un’oasi in mezzo al deserto, ma nemmeno un miraggio. L’opportunismo che da sempre infesta le ambizioni degli uni e l’afasia che da troppi anni annichilisce l’intelletto degli altri hanno fatto il resto. Ormai è ufficiale. Leggendo testi e comunicati diffusi in rete e altrove, è diventato impossibile non accorgersi che dentro il movimento ci sono un sacco di bravi compagni di diverse anime che vogliono fare comunella, stringere alleanze, combinare azioni d’insieme… per combattere il comune nemico. Basta coi settarismi! Basta coi pregiudizi ideologici! Largo al fronte unito anticapitalista.

“Uniti si vince”.
(un qualsiasi politico)

Come proposta, non è né nuova né originale. Se non ha funzionato ieri, non si capisce perché mai dovrebbe funzionare oggi. Forse bisognerebbe chiederlo ai suoi attivi sostenitori. Anche se, a dire il vero, una novità bisogna riconoscerla rispetto a quanto già partorito (e abortito) in passato. Se il punto di partenza resta il medesimo – la convinzione che “l’unione fa la forza” – è però cambiato profondamente il contesto in cui siamo. In tempi alquanto remoti molti compagni si fecero prendere dalla smania frontista perché pensavano che bastasse una spallata per stendere il nemico in difficoltà. La rivoluzione era nell’aria, “dietro l’angolo”, e una fattiva collaborazione sembrava poterla accelerare. Oggi dietro l’angolo c’è solo l’immancabile telecamera di videosorveglianza. Sia chiaro, il nemico è sempre in difficoltà, ma noi lo siamo ancor più di lui. Quindi i rapporti non sono più di forza, piuttosto di debolezza. Ci si unisce per grattarsi reciprocamente la sfiga. Non a caso i pruriti frontisti si fanno sentire per lo più attorno alla questione carceraria, come se l’incombente ombra cupa della galera dovesse spingere a serrare le fila. Qualcuno in astinenza di numeri su cui contare ha avuto l’illuminazione: se lo Stato non fa troppe distinzioni quando si tratta di sbatterci tutti dentro, perché dovremmo farle noi quando si tratta di restare tutti fuori? E allora via con le manifestazioni comuni, dove si può marciare fianco a fianco, e con le assemblee comuni, dove si può parlarsi addosso e applaudirsi a vicenda. Di fronte alla repressione che ci mette sulla difensiva e ci unisce nella disgrazia, è più facile scordare la rivolta che ci lancia all’attacco e ci separa nel piacere. Che ne è stato di questa rivolta? Che ne è del suo significato? (E già che ci siamo, come diavolo si fa a confondere la lotta contro la repressione con il sostegno politico a chi viene represso?) C’è davvero da chiederselo nell’assistere a questa corrispondenza di amorosi sensi fra rivoluzionari autoritari e antiautoritari. Che i primi, a corto di babbei che facciano loro corteo, si diano da fare per trovare sponda, è più che comprensibile; ma i secondi, perché mai si prestano a questo gioco? Gioco che non solo non vale la candela, ma neppure il povero moccolo che l’illumina. Non basta ripetere il ritornello “l’unione fa la forza”, impeccabile nella sua matematica certezza. Al di fuori dei ragionieri della rivoluzione, infatti, dovrebbe essere ben noto che ciò può essere vero solo quando si uniscono elementi che possiedono più punti in comune che punti di contrasto. Altrimenti, cosa si potrebbe mai fare insieme? Qualcuno senz’altro dirà che è una questione di “purezza”. Invece no: si tratta di questione pratica. Elementi di opposti progetti, di opposti desideri, di opposte idee, hanno ben poco da fare insieme. A meno che gli uni o gli altri o entrambi rinuncino ai propri progetti, ai desideri, alle idee. Non ad aspetti secondari e trascurabili di questi, ma all’essenza fondamentale che ne costituisce la ragione di essere. O vi rinunciano sul serio, diventando altro da quel che sono (e prima di combattere i nemici si comincerà magari a litigare coi vecchi amici). Oppure non scenderanno a compromessi, non accetteranno rinunce e allora non potranno fare nulla assieme. Nulla perché i progetti, i desideri, le idee non sono pure astrazioni che esistono solo su qualche foglio di carta, ma investono tutti i campi possibili dell’azione pratica, ne sono l’espressione, e non è possibile fare una cosa e il suo contrario al tempo stesso. Sarà magari possibile per gli acrobati del trasformismo – capaci d’essere a favore delle prigioni del popolo il lunedì, per la distruzione di tutte le carceri il mercoledì, infine simpatizzanti delle pene alternative il sabato – ma come può esserlo per chi ha sempre sostenuto la coerenza fra i mezzi e i fini?

“Sul frontismo pesa il sospetto di essere un espediente tattico per preparare l’egemonia comunista”.
(Dizionario di politica, Utet)

Quanta malignità c’è nel mondo, nevvero? Eppure basta dare un’occhiata ai testi diffusi finora per constatare che in essi di anarchico non c’è traccia, mentre abbondano di tiritere autoritarie. Certo, anche gli anarchici fanno la loro parte nel corso di queste iniziative comuni; come manovalanza vanno benone. Ma il tono, inutile nasconderlo, sono altri a lanciarlo. Ce n’è per tutte le sfumature dell’abiezione, dalla necessità di un “programma” che guidi le lotte, fino all’esigenza di lanciare “campagne politiche” ad uso e consumo dei militanti, il tutto condito dai richiami al “dovere”, dagli auspici di “vittoria”, dai saluti sull’attenti a chi è caduto con “onore”. Programma, onore, politica, vittoria, dovere… tutti concetti su cui fino a pochi anni fa si sarebbe scatenata l’ironia iconoclasta anarchica e che oggi invece stanno raccogliendo, quando non ampi consensi, curiosità e complice indifferenza. Come si è arrivati a questo punto? In effetti c’è da domandarselo, anche se le risposte potrebbero suonare assai sgradite. È forse un caso che la smania frontista abbia iniziato a dilagare dopo che i rapporti fra i compagni più vicini sono andati in frantumi (cosa, per altro, accaduta in entrambi i campi)? Ma se non si è in grado di fare le cose insieme a chi ci è più vicino, come si può pensare di riuscire a farle con chi ci è più lontano? È forse un caso che l’attuale andazzo abbia trovato fertile terreno laddove il criterio di affinità (si trovano compagni in base alle idee che si hanno in testa) ha lasciato spazio a quello di affettività (si trovano idee in base ai compagni che si hanno accanto)? Ma se nostri compagni non sono più quanti condividono la nostra visione del mondo, bensì quanti ci sono genericamente simpatici a pelle, fino a chi si allargherà questo fronte e in nome di cosa? È un caso che unire ciò che è diverso, per non dire opposto, sia più facile quando la nebbia che offusca la vista è tale da non cogliere più le differenze? Ma una volta messa al bando la critica, bollata come fonte di discordia anziché usata come strumento di chiarificazione, come si può pensare di mantenere la propria autonomia ed evitare di diventare massa di manovra altrui? È un caso se questa apertura verso militanti politici corrisponde a una certa sfiducia, per usare un eufemismo, verso possibili sbocchi sociali delle lotte? Non si era sempre sostenuto che la questione sociale non può venire confusa in alcuna maniera con la questione politica? Cosa passi per la testa dei rivoluzionari autoritari è facile da immaginare. Animali politici in via di estinzione, pur di sopravvivere sono costretti ad auspicare una collaborazione con gli anarchici; per loro, siamo sinceri, il fondo del fondo. Sarebbe invece bello e interessante sapere cosa passa per la testa di questi anarchici. Putroppo è inutile aspettarsi una risposta da chi è barricato da tempo dietro un silenzio che si vorrebbe dignitoso, ma che in realtà è solo imbarazzante – sia per il confusionismo che sottende che per le bassezze che alimenta. Che questi anarchici vadano pure a fare gli utili idioti alle mene autoritarie, se ciò li fa sentire attivi. Liberi di credere che quattro gatti neri più quattro gatti rossi facciano una moltitudine di rivoluzionari…

“Noi, lungi dal lamentare di trovarci soli, avremmo dovuto cercare sempre, in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni evenienza, di essere “soli contro tutti”…non dobbiamo volere compromessi di nessuna specie, non vie traverse, non alleanze equivoche, non aiuti di falsi consorti, non ripieghi di cialtroni. Dobbiamo scendere in campo da soli, senza contarci e senza contare i nemici, senz’altra forza che non sia la nostra”.
(un vecchio anarchico italiano, 1920)

No, non è masochismo. È il frutto di un certo modo di vedere la vita e, quindi, la sua radicale trasformazione. Un modo che non si fonda sull’aspetto quantitativo del problema, ma su quello qualitativo. Siamo pochi, è vero. Siamo soli, è vero. E allora? Non siamo mai stati sostenitori della tirannia del numero. Se lo fossimo, saremmo democratici riformisti. Piuttosto, non abbiamo sempre sostenuto che può bastare una scintilla per incendiare la prateria? (Metafora ripresa con una certa ipocrisia anche da alcuni frontisti: ma se basta un piccolo fiammifero ed il contributo del vento, a cosa servono i fronti allargati? A fare vento con le loro flatulenze ideologiche?) Continuiamo a pensare che non sarà nessuna “avanguardia”, nessuna “minoranza agente” a fare la rivoluzione, giacché una simile immane opera può essere solo il risultato dello sforzo di forze sociali impossibili da prevedere, impossibili da controllare, impossibili da dirigere, ma possibili solo da scatenare. In poche parole, possiamo mirare solo a fare da detonatore di una esplosione sociale, oppure ad allargarne gli effetti una volta in corso. E allora, perché tutta questa paura e vergogna per il nostro numero ridotto? Nella Russia del 1917, su una popolazione di 185 milioni di persone, gli anarchici erano al massimo 3.000. Ma in condizioni sociali mutate, nel pieno della tempesta, quei 3.000 anarchici rappresentarono un tale pericolo per la dittatura bolscevica da rendere necessario il loro sterminio immediato. Questo perché nel corso di una rottura sociale tutto diventa possibile, anche l’impossibile. La libertà così a lungo repressa, tenuta al freno dalle consuetudini sociali, una volta scatenata è difficile da contenere: si diffonde, si espande, contagia quanti incontra sul suo cammino. Onesti cittadini che fino al giorno prima erano schiavi sottomessi diventano rivoltosi pieni di audacia. Ciò è verificabile in tutte le rivolte, in tutte le insurrezioni, in tutte le rivoluzioni della storia. Ecco perché non ha senso contarci e contare i nostri nemici, nella speranza che il risultato finale sia a nostro favore. Lasciamo ad altri questo compito odioso. L’idea quantitativa della rivoluzione, quella che necessita di una organizzazione salda, con un programma preciso, una strategia definita, che opera per radunare progressivamente sotto le proprie bandiere i compagni al fine di fare fronte davanti al nemico di classe, questa idea è tipicamente autoritaria e accentratrice. È un’idea che può vantarsi di avere alle spalle oltre un secolo di sconfitte e tradimenti, oltre un secolo di infamia. Questa idea, da anni agonizzante, invoca oggi il nostro aiuto. E noi, anziché mettere definitivamente fine ai suoi giorni, ci prodighiamo per rianimarla? Dobbiamo essere proprio noi a contribuire ad organizzare iniziative in cui vengono smerciati santini di Stalin e allori del Che? Forse perché anche fra gli autoritari ci sono “compagni bravi e dignitosi”? Ma non è questo il punto. Il punto è: per quale mondo si battono? di quale sostanza sono fatti i loro sogni? Non facciamoci illusioni. Siamo davvero in pochi sulla faccia della terra a desiderare una libertà assoluta in un mondo privo di ogni forma di dominio. Se abbiamo davvero a cuore questa prospettiva, nella sua unicità, se non vogliamo che diventi una folcloristica sperduta isoletta del grande arcipelago della sinistra, dobbiamo mettere in chiaro l’abisso che ci separa da chi abita su questo arcipelago. Alcuni intendono unificare (cioè “ridurre varie unità autonome in un tutto omogeneo e organico”) perché ritengono che omologazione faccia rima con efficienza, vogliono che gli individui si trasformino in masse, auspicano di accentrare il movimento in una grande forza. Altri intendono differenziare per permettere a ciascuno di agire come desidera, preferiscono che le masse si trasformino in individui, vogliono decentrare il movimento in una miriade di gruppi autonomi. Una eventuale unione fra autoritari e antiautoritari può essere unicamente un affare politico, che andrà ad esclusivo beneficio di chi possiede una mentalità politica.

“Lasciate il certo per l’incerto. Andate sulle strade”.
(un nemico della noia)

Ma non ne avete ancora le palle piene delle capriole della politica? Non siete ancora stanchi dei “compromessi tattici” che tutto promettono e niente mantengono? Che oltre a non farvi avere nulla, vi tolgono pure quello che siete? Non vi sentite ancora patetici e ignobili nello scimmiottare dal basso i buffoni di Palazzo? Allora, Fassino con Prodi, disobbedienti con Rifondazione, Follini con Fini, “antimperialisti” con comunitaristi, Pecoraro Scanio con Diliberto, anarchici con autonomi; no all’art. 270 del codice penale, sì al referendum sullo statuto dei lavoratori; a Milano abbiamo perso, a Bologna abbiamo vinto, a Roma abbiamo pareggiato… Abbandoniamo una volta per tutte il palazzo ed i suoi corridoi, grandi o piccoli che siano; andiamo per le strade. È vero, là troveremo molti esseri in carne e ossa rassegnati, anziché pochi militanti politici indottrinati. E allora? Sono là gli sfruttati, è tra loro che bisogna seminare il germe della rivolta, non fra gli avanzi – qualcuno già scaduto – di un ceto politico voglioso di rivincite. Gli sfruttati sono sordi e indifferenti, mentre i militanti politici sono attenti e disponibili? Vorrà dire che si cercherà il modo di scuotere i primi, anziché quello di allearsi con i secondi. Vorrà dire che si cercherà il modo di coinvolgere i primi in avvenimenti sconosciuti, far loro intendere parole insospettate, spezzare i limiti del loro pensiero, anziché quello di convocare i secondi alle solite iniziative, farli sgolare con insulsi slogan, coprire “tutto il territorio” con il rispettivo “lavoro politico”. Per fare incazzare i primi, per sconvolgerli, farli uscire fuori di sé, anziché per lisciare i secondi, persuaderli, condurli dietro di noi. Qui non si propongono soluzioni, si pongono problemi. Se non ci si pone il problema, come si può cercarne la soluzione? Ma tutto ciò è assurdo – è molto più difficile! Ma tutto ciò è assurdo – è quasi impossibile! È vero. Sì, è vero. Che cos’è che volevamo fare? Ah, già, la rivoluzione…