Come nasce e si afferma una tirannide: costrizione e interesse

pigLa Boétie critica le spiegazioni classiche dell’esistenza di Stati tirannici: il potere della costrizione (contrainte) e quello della paura (couardise) imposti da un tiranno su un popolo inerme.

Novità peculiare dell’opera è proprio l’attacco all’eterno argomento dell’uomo debole sottomesso dal più forte, con cui la filosofia politica ha spiegato la schiavitù come fenomeno dovuto semplicemente alla forza del tiranno-padrone.

La spiegazione costrittiva non è comunque completamente abbandonata, ma resta solo per descrivere l’inizio delle tirannidi, o meglio, l’inizio di ogni nuova tirannide.

Esse infatti – ci dice l’Autore – non nascono mai con consenso consapevole della popolazione. La costrizione può essere dovuta dal prevalere di una forza militare esterna o di una fazione interna, ma può anche seguire da casi di inganno ed auto-inganno del popolo. In questi ultimi accade ad esempio che un personaggio in vista (come un generale dell’esercito) riesca a farsi consegnare la direzione di una forza militare o poliziesca con cui poi improvvisamente compie un colpo di Stato.

La stessa predisposizione alla fratellanza può portare il popolo ad elevare politicamente (ad esempio in forme monarchiche) un personaggio di cui ha fiducia. Scrive l’Autore: «[Appare] del tutto ragionevole (sy ne pourroit il faillir dy avoir dela bonté) non aver timore (de ne craindre) che il male possa venirci da chi ci ha fatto del bene (point mal de celui duquel on na receu que bien)». Una volta che costui è salito al potere poi, anche se è un ottimo personaggio, può abituarsi alla condizione di superiorità in cui si trova e farsi così corrompere moralmente dal potere che ha ricevuto, ciò potrebbe portarlo a proclamarsi tiranno.

Egli sarebbe dunque corrotto dallo stesso meccanismo operato dal popolo nell’elevato. Tuttavia anche in questo caso il popolo subirebbe una costrizione nel cambio del tipo di regime in tirannia. È interessante che La Boétie sottolinei che questi errori del popolo derivino infondo dalla stessa natura umana, che seguendo i doveri dell’amicizia e della fratellanza li fa degenerare in eccessiva fiducia verso singole personalità. Le stesse attitudini naturali positive, degenerando, possono allora produrre situazioni contro-natura. Possiamo capire già da queste osservazioni che la natura è posta sotto critica: interi popoli che si auto-ingannano o si fanno ingannare facilmente, singoli personaggi che vengono rapidamente corrotti dal potere che ricevono.

Proseguiamo nell’osservare la formazione dei regimi autoritari. Dopo un primo periodo di tirannide costrittiva, dunque, ove i cittadini non possono nulla, accade – ecco un altro assunto della teoria laboétiana – che il tiranno debba avvalersi necessariamente di forze interne alla popolazione per mantenere il dominio, che altrimenti con la costrizione non si reggerebbe. Se la natura umana rimanesse fedele a se stessa, incorrotta, questo sostegno interno non giungerebbe.

Purtroppo però la costrizione permette alla tirannia e ai suoi meccanismi di servilismo di scatenare altri fattori, quindi di affermarsi sul popolo senza bisogno che essa persista. Si capisce allora che il motivo del successo della politica tirannica lo si deve ritrovare nel popolo, che è come preso da una malattia fulminea. Esso non desidera più la libertà!

In questa immagine di accettazione quasi immediata del servilismo negli uomini, emerge la grande problematicità nella natura umana denunciata dall’Autore. Per seguire più nel dettaglio l’ordine della formazione storica delle tirannidi, dobbiamo saltare all’ultima parte del Discours, dove La Boétie concentra la sua attenzione sul ruolo della struttura elitaria del potere. Dopo l’affermazione della costrizione, «quando un re (roi) s’è dichiarato tiranno (tiran) – scrive l’Autore – tutto il peggio (le mauvais), tutta la feccia (la lie) del regno […] si racco[glie] attorno a lui (s’amassent autour de lui) e lo sost[iene] (le soustiennent) per aver parte al bottino (pour avoir part ou botin)».

Questi personaggi provano a «comportarsi a loro volta da tirannelli (tiranneaus eusmesmes) sotto il grande tiranno» (ibid.). Si tratta di una parte minoritaria dei cittadini, «coloro che sono rosi da sfrenata ambizione (taschés d’une ardente ambition) e da non comune avidità (notable avarice)» (ibid.). Di questi non fa parte dunque il popolo comune, ma personaggi più in vista, dall’animo naturalmente corrotto, somiglianti al tiranno. Costoro vengono a comporre l’élite, la testa e le braccia del potere: non sono effettivamente tema di questo saggio, non descrivono la natura umana in generale, sono una eccezione negativa.

La loro corruzione morale è profonda, sembrano naturalmente portati ad approfittare delle situazioni di sfruttamento, coscienti di operare il male; non si comportano da bambini o da bestie (come a volte fa il popolo), ma con fredda lucidità.

La struttura del potere tirannico viene descritta solo a grandi linee, ma con una notevole perspicacia e senso dei caratteri sociologici. Essa ha forma piramidale, viene superato il modello statale meramente duale – tra un astuto tiranno ed un popolo uniforme – che retoricamente dominava la prima parte del Discours. Cinque o sei individui vicini al tiranno, che potremmo definire ministri, tengono sotto di loro centinaia di altri approfittatori che a loro volta hanno sotto migliaia di funzionari, in diversa misura ognuno corrotto dal potere e dalle cariche.

I rapporti che vigono tra un gruppo ed il suo subordinato non sono generalmente né di paura e costrizione, né di inganno, ciò perlomeno fino a che si resta in alto nella piramide. Costoro agiscono mossi per il loro interesse, un interesse reale che ognuno ritiene essere il proprio bene. Dunque questi strati della società non sono semplicemente abbagliati da occasionali e trascurabili donazioni, sono individui che vivono agiatamente sui meccanismi del dispotismo.

Se costoro sono solo una parte minoritaria, mano a mano che si scende nella piramide La Boétie parla comunque di milioni (milions) di uomini implicati in questa struttura: ciò è molto importante, ci fa capire come il popolo venga irretito e colluso, come in ogni settore essa si prolunghi. Certo, questa corda dell’interesse che parte dal tiranno e scende tra i funzionari non è infinita e qualcuno infine paga il conto più salato per tutti gli altri, ovvero il popolino più in basso alla piramide.

Tra tanti saccheggiatori, il derubato principale è proprio l’uomo del popolo; esso ha il ruolo più passivo nella struttura del potere, sta infatti fuori dai grossi interessi ed anzi solitamente li subisce. Il suo sostegno alla tirannide si riduce quasi all’obbedienza o a un non entusiastico consenso. In linea generale il popolo avrà sì un animo corrotto, un’inerzia morale, ma non potrà nemmeno complottare granché per ricavare qualcosa sulla pelle di altri: anche se lo volesse, non ha più nessuno sotto di sé.

Qui ritengo che in parte rientrino a danno del popolo, pur indeboliti, i fattori della paura e della costrizione come spiegazioni del mantenimento delle tirannidi. Scrive La Boétie: «[Le élites] danno al tiranno la forza (lui donnent la force) di portar via tutto a tutti (pour oster tout a tous)». Siamo di fronte ad una potente macchina di potere, di terrore e di sfruttamento economico di chi sta più in basso nella scala sociale.

Tuttavia l’efficacia di questa macchina è resa possibile dal popolo stesso: paura e costrizione non spiegano tutto, come ci sarà più chiaro nel prossimo paragrafo. Quello descritto è per La Boétie lo stato di guerra di tutti contro tutti, ove vige la legge del più forte e dell’abuso. L’interesse è elemento imprescindibile per spiegare affermazione e funzionamento di una società dispotica. Scrive addirittura riguardo ad esso: «[È] la molla e il segreto della dominazione (le ressort et le secret de la domination), il sostegno e il fondamento della tirannide (le soustien et fondemente la tirannie)».

Ma se questo fattore spiega il funzionamento della struttura tramite la degenerazione di una parte della società, la portata teorica del Discours non è tanto qui. Essa sta piuttosto nel denunciare i meccanismi psicologici di accettazione della situazione nella maggioranza dei cittadini. Il problema è la formazione di una certa volontà di de-responsabilizzazione dall’attività politica nella massa del popolo, in chi non ha interessi reali (guadagni materiali), che più subisce, immerso dell’inerzia morale.