Default USA


default-usaIl presidente americano ha chiesto al Congresso di innalzare al più presto il tetto del debito federale Usa, fissato nell’agosto del 2011 a 16.400 miliardi di dollari.

Se tale innalzamento non avverrà entro il primo marzo, ha ammonito Obama, gli Stati Uniti andranno in default, l’economia esploderà e il governo non sarà in grado di pagare le spese ordinarie, come il Social Security o le indennità ai veterani. Innalzare il tetto, ha proseguito, non significa accrescere la spesa pubblica Usa, bensì adempiere a quanto il Congresso si è già impegnato di pagare.

Ma il punto delicato del discorso del presidente è stato un altro: le trattative per innalzare il tetto del debito non dovranno avere nulla a che fare con la richiesta dei repubblicani di abbassare la spesa pubblica.

Nessun ricatto, sentenzia Obama. “Nulla è dovuto ai repubblicani per avere evitato di portare l’economia verso il disastro”, riferendosi allo sblocco di inizio anno delle trattative per evitare il temuto Fiscal Cliff.

Per la Casa Bianca, tagliare la spesa si può, anche se già il deficit è stato abbassato di 2,5 mila miliardi in dieci anni, rispetto ai 4 mila miliardi necessari per rendere il debito sostenibile.

Per Obama, il solo fatto che si parli del tetto fa danni all’economia.

La minaccia del default Usa come arma di pressione politica.

Il nervosismo del presidente non ha nulla a che vedere con uno scenario apocalittico dell’economia USA.

L’America non andrà in default, perché la storia recente insegna che per ben due volte solo negli ultimi diciotto mesi, le parti trovano un accordo all’ultimo minuto.

Semmai, il caso Fiscal Cliff, così come le trattative dell’estate 2011 e di oggi per innalzare il debito massimo autorizzato segnalano la grande irresponsabilità della Casa Bianca, che pur di mettere nell’angolo gli avversari repubblicani, maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, puntella i media con dichiarazioni catastrofiche sul futuro degli USA.

Che il default non ci sarà non significa che i danni saranno nulli. Obama si è già spinto ben oltre il ragionevole fino a due settimane fa, quando ha indubbiamente vinto la partita con il Congresso sul Fiscal Cliff, facendo approvare un piano zeppo di aumenti di imposte per il 77% delle famiglie americane e rinviando alle calende greche il dibattito sul taglio della spesa. Allora, lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, gli ha offerto la sua spalla, fungendo da cavallo di Troia nel GOP per ottenere i voti necessari ad approvare il piano Obama (Fiscal Cliff: Obama evita il burrone, resta incognita sul deficit).

Ma proprio per questo, il presidente non potrà chiedere più nulla a Boehner, il quale ha ottenuto il primo gennaio il voto favorevole di soli 85 deputati del suo partito, contro 151 contrari. Lo speaker rischia il posto, qualora dovesse cedere all’ultimo ricatto mediatico di Obama e, infatti, Boehner ha subito risposto alle dichiarazioni della Casa Bianca, avvertendo che la discussione sull’innalzamento del tetto del debito non potrà essere slegata da quella del taglio della spesa.

E’ proprio quest’ultimo il capitolo più delicato e concreto del dibattito stucchevole a Washington.

A capodanno è stato stabilito il rinvio della discussione sui tagli, ma qualora un accordo non dovesse essere trovato, dal primo marzo scatterebbero i tagli automatici a tutti i capitoli di spesa, un pò quello che sarebbe accaduto il primo gennaio, in assenza di un accordo tra le parti.

Senza un’autorizzazione ad innalzare il debito, invece, il governo dovrebbe esaurire tutto il denaro per il finanziamento dei vari programmi entro il 27 marzo. E’ ovvio che il default tecnico non ci sarà, mentre resta irrisolto il nodo di un indebitamento, già esploso oltre il 100% del PIL e che potrebbe salire al 112% entro il 2016.

Il terrorismo mediatico della Casa Bianca proseguirà e, anzi, s’intensificherà nelle prossime settimane, culminando verso la fine di febbraio, a ridosso della scadenza. Alla fine si troverà un accordo sul debito, mentre è molto incerto quello sui tagli alla spesa, se Obama non dovesse cedere. La credibilità dell’America rischia di precipitare e con essa il rating sul suo debito sovrano, come già hanno avvertito le agenzie Moody’s e Fitch, all’inizio del mese.

Il debito è stato innalzato quasi ogni anno, negli ultimi decenni.

Le liti e le trattative non sono una novità, ma normale dialettica di un Paese democratico. Quel che caratterizza in negativo l’era Obama, però, è l’esasperazione ricercata e voluta dei toni da parte della Casa Bianca per cercare di mettere nell’angolo la contro-parte. Con la conseguenza che a pagare è solo la stabilità dei mercati finanziari, sottoposti a mesi di stress e catastrofismo mediatico a ogni trattativa consueta.

Il sogno americano sta diventando l’incubo del mondo.