diritti reali o supposti?


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I diritti reali o supposti dell’uomo sono di tipo attivo e di tipo passivo: il diritto, in certi casi, di fare ciò che vogliamo e il diritto che possediamo alla sopportazione o all’assistenza da parte degli altri uomini.

Una filosofia giusta probabilmente ci indurrebbe a dimostrare universalmente falso il primo di questi tipi di diritto. Non si può supporre l’esistenza di alcuna sfera dell’agire umano in cui un particolare modo di comportarsi non risulti, in qualunque caso, più ragionevole di un altro. E gli esseri umani sono obbligati a comportarsi secondo questa modalità per perseguire qualsivoglia principio di giustizia.

Non c’è alcuna vocazione, né passatempo, i cui effetti non ci rendano più o meno adeguati a contribuire con la nostra quota all’utilità generale. Allora, se ogni nostra singola azione ricade nella sfera della morale, ne consegue che non abbiamo alcun diritto di scelta.

Nessuno sosterrebbe che abbiamo il diritto di violare i dettami della morale.

Si è detto che l’uomo ha diritto alla vita e alla libertà personale. Se anche ammettessimo questa proposizione, dovremmo farlo aggiungendo grandi limitazioni. Egli non ha alcun diritto alla sua vita quando il dovere gli impone di rinunciarvi. Altri uomini sono obbligati (sarebbe improprio dal punto di vista della precisione discorsiva affermare, sulla base delle precedenti spiegazioni, che essi abbiano un diritto) a privarlo della vita e della libertà, se ciò si presentasse inequivocabilmente e indispensabilmente necessario per prevenire un male maggiore.

I diritti passivi dell’uomo si comprenderanno meglio con la seguente spiegazione. Ogni uomo ha una certa sfera di discrezionalità e il diritto di aspettarsi che essa non sia violata dai suoi vicini. Questo diritto deriva dalla natura stessa dell’uomo. In primo luogo tutti gli uomini sono fallibili: nessuno può esser legittimato a fare del suo giudizio il criterio per gli altri. Non abbiamo alcun infallibile giudice delle controversie; ogni uomo, per quel che lo riguarda, è nel giusto per quanto concerne le sue decisioni; e non siamo in grado di trovare alcun sistema soddisfacente di conciliare le loro tesi contrastanti. Se qualcuno volesse imporre il proprio schema agli altri, giungeremo infine a una controversia non risolvibile con la ragione ma con la forza.

In secondo luogo, se anche avessimo un criterio infallibile, non servirebbe a nulla a meno che non fosse accettato da tutti gli uomini come tale. Quand’anche io mi sentissi al riparo da qualsiasi possibilità di errore, imporre la mia verità infallibile al mio vicino, richiedendogli di sottomettervisi indipendentemente da qualsivoglia convinzione io possa produrre nel suo intelletto, non produrrebbe del bene ma dei disastri. L’uomo è un essere che si può giudicare giusto solo a misura della sua indipendenza. Egli deve consultare la sua ragione, trarre le sue conclusioni e conformarsi coscienziosamente alla sua idea di ciò che è appropriato. Senza di questo non sarà né attivo, né attento, né risoluto, né generoso.

Per queste due ragioni è necessario che ogni uomo stia per sé e si affidi al proprio intelletto. A questo scopo ognuno deve godere di una propria sfera di discrezionalità. Nessun uomo deve invadere la mia sfera, e io devo fare altrettanto nei confronti degli altri. Una persona mi può consigliare, con moderazione e senza pertinacia, ma non deve aspettarsi di potermi dettar nulla. Può rimproverarmi liberamente e senza riserve; si ricordi però che io debbo agire in base alle mie decisioni e non in base alle sue. Nel suo giudizio può esercitare un’audacia repubblicana, ma non deve essere perentorio e imperioso nel fornire prescrizioni. Alla forza non si può ricorrere mai, anche se, nell’emergenza più straordinaria e imperiosa, devo esercitare i miei talenti a beneficio degli altri; ma questo esercizio deve essere frutto di una mia specifica convinzione; nessuno deve tentare di spingermi in una direzione o nell’altra. Dovrei servirmi di quella parte dei frutti della terra capitati, per qualsivoglia motivo, nelle mie mani e a me non necessari, a beneficio degli altri; ma questi ultimi devono ottenerli da me a forza di argomentazioni e rimostranze, non con la violenza. È su questo principio che si fonda ciò che comunemente chiamiamo diritto di proprietà. Qualsiasi cosa venga in mio possesso, senza violenza ad altri o all’istituzione della società, è mia proprietà. Io non ho, secondo quanto appare dai principi già esposti, alcun diritto di disporre di questa proprietà a mio capriccio; di ogni scellino sono padrone le leggi della morale; ma nessuno può esser giustificato, per lo meno in casi ordinari, se me lo estorce con la forza.

Quando le leggi della morale saranno capite con chiarezza e la loro eccellenza compresa universalmente, e quando si vedrà che esse coincidono con il vantaggio privato di ognuno, l’idea di proprietà in questo senso rimarrà, ma nessuno avrà il minimo desiderio di possedere più del suo vicino per scopi di ostentazione o lusso. In ogni questione morale, o, in altre parole, in ogni questione che riguarda il piacere o il dolore, la felicità o l’infelicità degli altri, l’uomo deve fare una cosa specifica, e non può fare altrimenti. Il ricco non ha quindi alcun diritto di rifiutare il suo aiuto al confratello in difficoltà, eccetto nel senso che egli non può ragionevolmente esser citato in giudizio per questa violazione della legge morale.

I diritti di ogni uomo, per quanto riguarda il trattamento da parte dei confratelli, sono semplicemente diritti discrezionali; in altre parole, nessuno deve costringerlo a fare ciò che è suo dovere fare. L’appello viene rivolto esclusivamente al giudizio di chi deve agire; ma egli è obbligato a formarsi un giudizio usando tutte le sue capacità e a conformarsi rigorosamente all’imparziale decisione di quel giudizio. Il motto «ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole di quel che possiede» è quindi molto lontano dalla verità.