Federazioni senza vertici


libertà“L’affascinante segreto di un’organizzazione sociale ben funzionante sembra così risiedere non nell’unità complessiva ma in una struttura che si rigenera costantemente attraverso il salutare meccanismo della divisione. Divisione che si esplica quando una miriade di scissioni di tipo cellulare e di rifondazioni si attuano al di sotto della superficie tranquilla di una entità apparentemente immutabile. Non appena questo rigenerante processo di suddivisione viene sostituito, a causa dell’età o di un modello inadeguato, dal processo calcificante dell’unione tra le cellule, si vedranno crescere queste cellule, protette dai loro confini irrigiditi, al di là dei limiti loro assegnati; cominceranno allora a formarsi complessi accentratori di potere, ostili e arroganti, e questo processo di tipo tumorale non potrà essere arginato fino alla distruzione totale dell’organismo che ne è affetto, a meno che un intervento violento non riesca a ristabilire la struttura a piccole cellule.” (Leopold Kohr, Il crollo delle nazioni)

Quando Kropotkin illustrava il tipo di organizzazione immaginata dagli anarchici con l’esempio dei servizi di salvataggio marino, questo paragone suscitava l’ilarità, mentre scopo di Kropotkin era far vedere come un’organizzazione volontaria e totalmente non coercitiva potesse garantire una complessa rete di servizi senza l’intervento del principio di autorità. Due altri esempi che usiamo spesso per illustrare il principio federativo auspicato dagli anarchici, principio in base al quale è possibile che gruppi e associazioni locali collaborino tra loro in funzioni complesse senza alcun bisogno di un’autorità centrale, sono il servizio ferroviario e il servizio postale. Se potete spedire una lettera da un posto qualsiasi, indirizzata in Cina o in Cile, ed essere sicuri che arriverà, questo è il risultato di accordi liberamente presi tra i servizi postali di nazioni diverse, senza che esista alcuna autorità centrale che li coordini. Oppure potete viaggiare in treno per tutta l’Europa, percorrendo linee di ima dozzina di sistemi ferroviari diversi, coordinati tra loro sulla base soltanto di accordi tra i diversi enti ferroviari, senza alcun genere di autorità centrale. E lo stesso avviene per le stazioni radiotelevisive e per molte altre attività coordinate a livello internazionale. E non c’è alcun motivo per supporre che le parti costitutive di federazioni complesse non possano funzionare in modo efficiente sulla sola base dell’associazione volontaria. (Dal momento che in Inghilterra abbiamo più di una linea ferroviaria locale che programma e garantisce dei servizi puntuali, coordinati a quelli delle Ferrovie Britanniche e gestiti da un gruppo di non professionisti, chi osa ancora dire che la gestione di linee ferroviarie diventerebbe impossibile senza l’aiuto di una gerarchia burocratica?). Esperimenti interessanti di organizzazione del lavoro sulla base di piccoli gruppi autonomi sono attuati perfino nell’ambito della struttura industriale capitalistica. Anche se hanno ragione i militanti operai a guardare con sospetto a questi tentativi, intrapresi non con lo scopo di dare spazio all’autonomia dei lavoratori ma di aumentarne la produttività, possono tuttavia servire a comprovare la nostra convinzione che la necessità di una struttura gerarchica e piramidale dell’autorità, imposta nelPindustria e in ogni altro campo della vita sociale, non è che una gigantesca truffa che generazioni di lavoratori hanno prima subito come imposizione, poi come inganno ideologico, per approdare infine a un’accettazione passiva. Da un punto di vista territoriale il più grande sostenitore del federalismo anarchico è stato Proudhon, che lo vedeva come principio fondamentale deU’organizzarsi umano, e non si limitava a teorizzare un’unione doganale come quella attuata nella CEE, o una confederazione di Stati, o un governo mondiale federativo.

Secondo il suo punto di vista, sin dai livelli microsociali dovrebbe essere operante il principio federativo. L’organizzazione amministrativa dovrebbe strutturarsi già localmente e quanto più possibile sotto il diretto controllo popolare; il processo confederativo dovrebbe partire dagli individui che si uniscono in comuni e in associazioni. Al di sopra di questo primo livello, l’organizzazione confederativa dovrebbe essere soprattutto organo di coordinamento tra unità locali più che organo amministrativo. Così, al posto dello Stato nazionale si avrebbe una federazione di regioni, e l’Europa sarebbe una federazione di federazioni, in cui verrebbe espresso l’interesse tanto della regione più piccola come di quella più grande e in cui ogni questione verrebbe risolta con mezzi come l’accordo reciproco, il contratto, l’arbitrato. Nella storia della teoria anarchica imo dei contributi più importanti di Proudhon è Du Principe Fédératif (1863), in quanto vi viene sviluppata per la prima volta da un punto di vista libertario l’idea di organizzazione federativa come alternativa pratica al nazionalismo politico. Un notevole esempio di federazione ben congegnata sono i ventidue Stati sovrani della Svizzera, senza che con questo si vogliano trarre conclusioni positive sul sistema politico elvetico.

Si tratta di una federazione composta di piiccole entità equivalenti, in cui i confini cantonali tagliano e delimitazioni di tipo etnico o linguistico, in modo tale che la confederazione non è dominata, come in molti altri casi di federazione politicamente fallimentare, da un elemento prevalente sugli altri per potere e dimensioni, in grado perciò di alterare l’equilibrio complessivo. Il segreto del federalismo, come ci ricorda Leopold Kohr nel suo libro The Breakdown of Nations (Il crollo delle nazioni), è la suddivisione interna, non l’unione complessiva. Proudhon l’aveva previsto: Una federazione che comprenda tutta l’Europa sarebbe troppo grande; dovrebbe formarsi invece una federazione di federazioni. Per questo motivo nel mio scritto più recente (La Fédé- ration et l’unité d’Italie) ho insistito sul fatto che la più urgente riforma nel campo del diritto pubblico consiste nel ricostituire le confederazioni Italiana, Greca, Batava (Paesi Bassi), Scandinava e Baltica, come passo preliminare a una decentralizzazione dei grandi Stati nazionali, cui dovrà seguire il disarmo generale. Solo a queste condizioni i popoli riacquisteranno la libertà e potrà essere realizzato in Europa il principio dell’equilibrio di potere. Questo è quanto hanno immaginato tanti teorici della politica e tanti uomini di governo, ma non potrà avere attuazione finché le grandi potenze resteranno Stati centralizzati. Non è affatto sorprendente che in un’epoca caratterizzata dal fasto delle grandi potenze si sia perso il ricordo dell’idea di federazione, in quanto per natura è qualcosa di pacifico e mite che gioca un ruolo modesto sulla scena politica.

Pacifici, miti, modesti sembrano essere anche gli svizzeri, e potranno sembrare anche una nazione noiosa e provinciale, ma ci sono caratteristiche della loro vita sociale che nazioni non miti né modeste hanno dimenticato. Ad esempio, stavo raccontando a un cittadino svizzero (o, meglio, zurighese) della eliminazione di alcuni importanti servizi interurbani operata dalle Ferrovie Britanniche, ed egli osservò che con un ordinamento di tipo elvetico un fatto del genere sarebbe inconcepibile, come inconcepibile gli sembrava che un funzionario a Londra potesse decidere, come effettivamente fece Beeching negli anni Sessanta, di cancellare il sistema ferroviario della Scozia settentrionale. Mi ricordò il saggio di Herbert Leuthy sul sistema politico elvetico, nel quale era spiegato che: Ogni domenica gli abitanti di decine di comuni eleggono i funzionari comunali, ratificano questa e quell’altra spesa particolare, approvano il progetto che prevede la costruzione di una strada o di una scuola. Dopo avere affrontato i problemi del comune, si occupano delle elezioni cantonali e votano sulle questioni cantonali, e infine… ci sono le decisioni sui problemi confederali. In alcuni cantoni i cittadini si riuniscono ancora, come nell’utopia rouSseauiana, a discutere i problemi di interesse comune. È interessante considerare i risultati di queste forme di democrazia locale, se non altro per eliminare ogni dubbio sul fatto che queste strutture assembleari non siano ormai nient’altro che una pia tradizione o un’attrattiva per i turisti.

La prova più evidente è il sistema ferroviario svizzero, che comprende la più fitta rete di servizi di tutto il mondo. A prezzo di grosse spese e di notevoli sforzi, è stato costruito in modo tale da raggiungere le più piccole località e le vallate più remote, e questo non nell’ipotesi di un investimento vantaggioso ma per volontà degli abitanti. È il risultato di dure battaglie politiche: nel secolo scorso il «movimento democratico per le ferrovie» raccolse le piccole comunità elvetiche che si opponevano ai progetti di centralizzazione delle grandi città…

La differenza tra Stato centralizzato e alleanza federativa risulta con estrema evidenza se paragoniamo il sistema ferroviario elvetico a quello francese, disegnato con perfetta regolarità geometrica secondo una struttura a raggiera che ha come centro Parigi, in modo tale che dal tipo di collegamento con la capitale sono dipesi la prosperità o il declino di intere regioni. Se sovrapponiamo alla mappa ferroviaria un’altra cartina che mostri la distribuzione delle attività economiche e gli spostamenti di popolazione, ci rendiamo conto che la ripartizione su tutto il territorio elvetico, comprese le zone più periferiche, dei centri industriali può spiegare da una parte la stabilità e solidità della struttura sociale del Paese, dall’altra l’assenza di quelle tristi concentrazioni industriali, nate altrove nel diciannovesimo secolo, con i loro quartieri di baracche e il loro proletariato senza radici. In realtà credo che anche in Svizzera i tempi siano cambiati, e in ogni caso, se ho riportato questa citazione tratta dal libro di Leuthy, non è certo per tessere gli elogi della democrazia elvetica.

Voglio invece sottolineare che il principio federativo, cruciale nella teoria anarchica, merita molta più attenzione di quanto non risulti dai manuali di scienze politiche se perfino nell’ambito dei tradizionali ordinamenti politici ed economici la sua adozione ha effetti così positivi. Se avete qualche dubbio, consultate una carta aggiornata delle Ferrovie Britanniche. In ogni tipo di organizzazione può essere applicato il principio federativo. Ad esempio, potete facilmente trovarlo applicato nell’ambito dei mezzi di comunicazione: alcuni giornali locali possono accordarsi per la pubblicazione di reportage, reti di stazioni radiotelevisive finanziate dagli utenti locali possono condividere i programmi (come avviene per alcune stazioni negli Stati Uniti), oppure si può organizzare un servizio telefonico locale (sta già avvenendo a Hull, cittadina in cui esiste, per un qualche ghiribizzo della storia, una rete telefonica autogestita che fornisce il miglior servizio di tutta la Gran Bretagna).

Il principio federativo ha già applicazione nel campo dell’associazionismo volontario e dei movimenti di opinione. Nessuno può mettere in dubbio che il massimo di vitalità e di attività si ha quando l’iniziativa e le decisioni sono possibili a livello locale, mentre il controllo centralizzato porta inevitabilmente alla sclerosi e alla perdita di contatto con i militanti, ridotti al ruolo di apatici esecutori» Chi ricorda la Campagna per il Disarmo Nucleare (CND) in Inghilterra avrà presente l’episodio delle «Spie per la Pace». Un gruppo di persone aveva scoperto piccoli distaccamenti dei RSG (Sedi Regionali del Governo), rifugi sotterranei costruiti allo scopo di assicurare la sopravvivenza dell’elite dirigente in caso di guerra atomica. Pubblicizzare questa notizia era chiaramente un reato perseguibile, e tuttavia in pochi giorni venne ciclostilata e diffusa in tutto il Paese mediante opuscoli anonimi. Fu un esempio estremamente interessante di organizzazione federativa, costituitasi intorno a uno scopo specifico e strutturatasi liberamente sulla base dell’iniziativa individuale. Più tardi abbiamo pubblicato su «Anarchy» un articolo maturato dalla riflessione su quell’avvenimento: Un insegnamento che si può trarre dall’episodio delle «Spie per la Pace» è il vantaggio offerto da un’organizzazione che si crea rapidamente e che con altrettanta rapidità è in grado di dissolversi se necessario, ma che lascia dietro di sé un gran numero di centri di attività, come increspature sulla superficie di uno stagno dopo che un sasso vi è stato gettato.

Le organizzazioni politiche tradizionali (sia «rivoluzionarie» che «riformiste») dipendono interamente dall’attività di un motore centrale, con una cinghia di trasmissione che porta il movimento all’esterno. Basta che venga meno questo motore centrale, per un qualsiasi motivo, perché ogni attività ne venga paralizzata. Le «Spie per la Pace» sembrano aver agito in base a un principio organizzativo totalmente diverso: i messaggi erano trasmessi di bocca in bocca, i documenti passavano di mano in mano. Un gruppo passava il documento segreto ad un altro, che poi si occupava di ristamparlo. Una roulotte poteva trasformarsi in tipografia, una borsa della spesa diventava un centro di distribuzione. Un centinaio di copie dell’opuscolo veniva distribuito per strada, con la certezza che almeno una o due copie avrebbero raggiunto qualcuno che le avrebbe ulteriormente diffuse. I contatti erano stabiliti sulla base di rapporti diretti tra le persone. In questo modo ciascuno era a conoscenza dei limiti dei compagni. X è in grado di organizzare ima riunione superando tutti gli ostacoli organizzativi, ma non sa far funzionare un ciclostile. Y sa usare una piccola stampatrice, ma non se la sente di scrivere un volantino. Z riesce a parlare in pubblico, ma è un disastro nella vendita dei documenti.

Così ogni compito trova naturalmente i suoi esecutori, senza alcun bisogno di elaborate procedure di votazione. Una persona ambiziosa in cerca di potere e successo personale viene presto delusa da una faticosa attività clandestina che richiede inevitabilmente l’anonimato; il rischio della prigione impedisce che sorgano «sindromi da leader». Ogni membro del gruppo può essere chiamato a funzioni importanti, e le capacità di ciascuno vengono sviluppate in modo completo, dal momento che non esistono ruoli fissi e immutabili. Lo sviluppo di piccoli gruppi nati sulla base dell’aiuto reciproco potrebbe costituire la base per un solido movimento di resistenza. Se ne possono trarre importanti conclusioni. Per la rivoluzione non servono strutture organizzative che funzionino sulla base di cinghie di trasmissione. Quello che conta è che centinaia, migliaia e poi milioni di persone si riuniscano in gruppi, collegati sulla base di semplici contatti informali. È necessario che maturi il livello di coscienza delle persone. E allora un gruppo che prenda un’iniziativa importante sarà imitato da altri. E soprattutto i nostri metodi devono essere adeguati alla società in cui viviamo. I Vietcong hanno potuto valersi dello scontro armato, ma c’erano colline e foreste in cui ritirarsi. Noi abbiamo di fronte la forza tremenda di imo Stato che può contare sull’organizzazione più efficiente e sui più vasti armamenti che si ricordino nella storia. E dobbiamo agire tenendo conto di questo. Dobbiamo essere in grado di sfruttare sapientemente le molte contraddizioni che esistono all’intemo della macchina statale.

Quando i pacifisti si rifiutarono di allacciare le cinture di sicurezza, le autorità di Düsseldorf si videro costrette all’impotenza dai loro stessi regolamenti. I servizi di sicurezza non sanno prevedere nessun’altra insurrezione oltre a quella «diretta da qualche losco agente comunista». Non sono in grado di fronteggiare un movimento in cui nessuno riceva ordini da nessun altro. L’autonomia e l’iniziativa rivoluzionaria si svilupperanno sempre più con l’azione. Per fronteggiare questo tipo di attività rivoluzionaria, l’apparato repressivo diventerà ancor più burocratico e centralizzato. E anche questo giocherà a nostro favore. Non aveva molta importanza, in una federazione come quella delle «Spie per la Pace», il fatto che i membri probabilmente non si conoscessero, dal momento che poteva contare su un legame e un’intesa molto forti all’interno di ognuna delle sue cellule costitutive. La condizione di membro era determinata semplicemente dall’interesse comune nel compito scelto. Un gran numero di associazioni volontarie, dagli Scout alle associazioni di automobilisti, hanno avuto questa stessa origine estemporanea, ma poi la loro struttura centralista li ha portati alla sclerosi. Il loro errore è stato la fede nel centralismo. La conclusione che traiamo noi anarchici da queste esperienze è che qualsiasi attività umana dovrebbe avere origine in ciò che è locale e immediato, per poi organizzarsi in una struttura senza alcun centro e alcun organo direttivo, in cui si formano sempre nuove cellule quando quelle originarie si espandono. Se c’è ima qualsiasi attività umana per cui questo modello non sembra adeguato, la nostra prima domanda deve essere: «Perché no?»; e la seconda: «Come possiamo riorganizzarla tenendo conto del principio dell’autonomia e della responsabilità locale, in modo da soddisfare i bisogni locali?».