I Principati misti

machiavelli1 – Nel principato nuovo si trovano le difficoltà. E prima di tutto, se il principato non è completamente nuovo, ma come membro aggiunto a un altro Stato (che nell’insieme si può chiamare misto), il cambiamento nasce prima di tutto da una naturale difficoltà, che ritroviamo in tutti i principati nuovi: cambiamento e difficoltà che consistono nel fatto che gli uomini mutano volentieri Principe credendo di migliorare; questa convinzione li spinge ad armarsi contro il loro signore; ma di questo si ingannano, perché poi, per esperienza, si accorgono di aver peggiorato. E questo dipende da un’altra necessità naturale e comune, che è quella che sempre il Principe deve colpire i suoi nuovi sudditi con l’esercito e con numerosi altri danni che il nuovo acquisto si tira dietro; in modo che tu fai nemici tutti coloro che hai danneggiato con l’occupazione di quel principato e non ti mantieni amici quelli che ti hanno aiutato nella conquista non potendoli soddisfare nei modi che avevano presupposto e non potendo tu usare contro di loro le maniere forti perché sei loro obbligato, perché sempre un Principe, anche se ha un esercito fortissimo, ha bisogno del favore degli abitanti per entrare in una provincia. Per queste ragioni Luigi XII di Francia occupò subito Milano, e subito la perse; e la prima volta bastarono le sole forze di Ludovico il Moro per fargliela perdere; perché quelle popolazioni che gli avevano aperto le porte, avendo capito di essersi ingannati sulla loro decisione e su quel bene futuro che si erano atteso, non potevano sopportare i fastidi causati dal nuovo Principe.

2 – È anche vero che conquistando per la seconda volta i paesi ribelli, questi vengono poi persi con maggiori difficoltà; perché il signore, traendo profitto dall’avvenuta ribellione, ha meno riguardi, per mettersi al sicuro, di punire i colpevoli di tradimento, smascherare i sospetti, rafforzarsi nei punti più deboli. Così si spiega che, se per far perdere Milano alla Francia bastò la prima volta che il duca Ludovico facesse un po’ di rumore ai confini, per fargliela perdere una seconda volta bisognò che tutto il mondo gli fosse contro perché le sue armate fossero distrutte o messe in fuga dall’Italia: e questo fu conseguenza delle ragioni sopradette. Eppure la prima e la seconda volta lo Stato gli fu tolto. Le cause generali della prima perdita sono state trattate: restano ora da esaminare quelle della seconda e vedere quali rimedi aveva a disposizione il Principe, e quali poteva averne uno che si fosse trovato nell’identica situazione, per mantener la conquista meglio di quanto non riuscì alla Francia.

3 – Dico pertanto, che questi stati, i quali una volta conquistati sono aggiunti a uno Stato nel quale il conquistatore è signore da molto tempo, o appartengono alla stessa nazionalità e lingua oppure no. Nel primo caso è molto facile conservarli, soprattutto quando non siano abituati a vivere liberi; e per possederli con sicurezza basta aver estinto la dinastia del Principe che li dominava, perché, per le altre misure, se si mantengono loro le vecchie condizioni, e non essendoci diversità di costumi, gli abitanti vivono quietamente; come si è visto che è accaduto in Borgogna, Bretagna, Guascogna e Normandia, che da tanto tempo sono state unite alla Francia; e benché ci sia qualche diversità linguistica, nondimeno i costumi sono simili, e si possono facilmente tollerare fra loro. Chi le acquista e le vuole mantenere, deve prendere due provvedimenti: il primo, che la famiglia del loro Principe sia distrutta; il secondo, di non modificare né le loro leggi né le loro tasse; in tal modo, e in brevissimo tempo, diventa un corpo unico con il principato precedente.

4 – Ma quando si conquistano Stati in una provincia diversa per lingua, costumi e istituzioni, allora si presentano le difficoltà e occorre avere grande fortuna e grande abilità per mantenerli. E uno dei più importanti e più efficaci provvedimenti sarebbe che il Principe conquistatore vi andasse ad abitare. Questo renderebbe più sicuro e duraturo il possesso: come ha fatto il Turco con la penisola balcanica: pur con tutti i provvedimenti presi da lui per mantenere quello stato, se non fosse andato ad abitarvi, non sarebbe stato possibile mantenerlo. Perché abitandovi, si vedono nascere i disordini e con immediatezza vi si può rimediare; non abitandovi i disordini si vedono quando sono ormai gravi e non vi si può più porre rimedio. Oltretutto, la provincia non è saccheggiata dai tuoi funzionari: i sudditi facendo ricorso al Principe vicino possono trovare soddisfazioni; di qui nasce che hanno più ragione di amarlo se vogliono essere fedeli, e, volendo agire altrimenti, di temerlo. Se uno straniero volesse assaltare quello stato, vi avrebbe più rispetto; in questo modo il Principe, che abita nel suo stato, potrebbe perderlo solo con grandissime difficoltà.

5 – L’altro buon provvedimento è mandare colonie in uno o due luoghi che siano quasi i cardini di quello stato, perché è necessario o far questo o tenervi un gran numero di soldati. Con le colonie non si spende molto; e il Principe ve le manda e ve le mantiene e senza spendere quasi nulla e danneggiano solamente coloro cui sono tolti campi e case per darli ai nuovi abitanti che sono una piccola parte di quello stato; e coloro che vengono danneggiati, restando isolati e impoveriti non potranno mai nuocergli; tutti gli altri da un lato restano senza danni (e per questo dovrebbero rimanere calmi), dall’altro sono timorosi che non accada loro quello che è accaduto a coloro che sono stati privati dei loro beni. Concludo dicendo che le colonie non costano, sono più fedeli, danneggiano meno; e i danneggiati non possono nuocere, essendo poveri e isolati, come s’è detto. Per questo si deve notare che gli uomini si devono o blandire o uccidere; perché si vendicano dei danni leggeri e non possono vendicarsi di quelli gravi; così che il danno che viene arrecato a un uomo deve essere fatto in modo da non temere vendette. Ma tenendovi un esercito, invece delle colonie, si spende molto di più, dovendo consumare, nel mantenimento delle truppe, tutte le entrate dello stato; in questo modo il beneficio della conquista si tramuta in perdita, e danneggia molto di più, perché nuoce a tutto quello stato, con l’acquartieramento del suo esercito nelle case private trasferendolo da un luogo all’altro; di questo disagio risente ciascuno e ciascuno gli può diventare nemico: e sono nemici che gli possono nuocere, perché, anche se sconfitti, rimangono in casa loro. Sotto ogni punto di vista tenervi un esercito è inutile, mentre mandarvi delle colonie è utile.

6 – Deve ancora, il Principe di una regione diversa come di sopra si è detto, mettersi a capo e farsi difensore dei principi vicini meno potenti, ingegnarsi di indebolire i potenti di quella sua nuova regione, ed evitare che per un qualsiasi motivo vi entri un altro Principe potente quanto lui. Accadrà sempre che lo straniero verrà chiamato da coloro che in quella regione saranno malcontenti, o per troppa ambizione o per paura, come accadde agli Etoli che chiamarono i Romani in Grecia e in tutte le altre regioni in cui entrarono, furono chiamati dalla gente del luogo. La logica delle cose vuole che non appena un potente straniero entra in una provincia, tutti quelli che in essa sono meno potenti lo favoriscono, mossi dalla rivalità che hanno contro chi è stato potente sopra di loro; tanto che, rispetto a questi minori potenti, il Principe non farà nessuna fatica a farseli amici, perché subito tutti insieme fanno volentieri un tutt’uno con lo stato che lui ha acquistato. Deve solamente stare attento che essi non acquistino troppe forze e troppa autorità; e facilmente, con le sue forze e con il loro aiuto, può limitare la potenza di quelli che sono potenti, per rimanere da solo arbitro su tutta la regione. Chi non rispetterà bene queste norme, perderà presto quello che avrà conquistato e, finché lo conserverà, andrà incontro a infinite difficoltà e fastidi.

7 – I Romani, nelle regioni conquistate, osservarono bene queste regole: mandarono le colonie; frenarono i meno potenti, senza accrescere la loro forza; ridussero la forza dei potenti; e non permisero che i potenti stranieri acquistassero prestigio. E voglio che basti solo l’esempio della Grecia: furono frenati gli Achei e gli Etoli; indebolirono il regno dei Macedoni; cacciarono Antioco; non permisero mai agli Achei e agli Etoli di accrescere il loro Stato; né le lusinghe di Filippo li indussero mai a essergli amici senza indebolirlo; né la potenza di Antioco potè indurre i Romani a consentirgli di mantenere nella penisola balcanica alcun dominio. Perché i Romani fecero in questi casi quello che tutti i principi saggi debbono fare: che non solamente devono pensare alle discordie e ai disordini presenti, ma anche a quelli futuri ed evitarli tutti con ogni mezzo, perché prevedendoli in anticipo, vi si può porre rimedio con facilità, ma se aspetti che si avvicinino, la medicina non arriva in tempo perché il male è diventato incurabile.

8 – E di questo avviene quel che dicono i medici del tisico, che all’inizio la sua malattia è facile da curare e difficile da diagnosticare, ma, col passare del tempo, non avendola diagnosticata fin dall’inizio né curata, diventa facile da diagnosticare e difficile da curare. Allo stesso modo accade negli affari di Stato; perché conoscendoli in anticipo, i mali che nascono nello Stato (e questo non è concesso se non ai saggi previdenti) vengono presto guariti; ma quando, per non averli conosciuti, li hai fatti crescere fino al punto che ognuno li conosca, non c’è più rimedio.
Perciò i Romani, vedendo in anticipo le difficoltà, sempre ebbero pronto il rimedio; e non permisero mai che crescessero per evitare una guerra, perché sapevano che una guerra non si evita, ma si rimanda a vantaggio di altri. Perciò portarono guerra a Filippo ed Antioco nella penisola balcanica, per non dover combattere contro di loro in Italia; e in quel momento avrebbero potuto scansare l’una e l’altra guerra, ma non lo vollero. Né mai piacque loro la regola che ogni giorno sta sulle labbra dei nostri saggi, cioè di godere temporeggiando il beneficio del tempo, ma preferirono affidarsi alla loro virtù e alla loro prudenza; perché il tempo si trascina davanti ogni cosa e può portare con sé il bene come il male e il male come il bene.

9 – Ma torniamo alla Francia e vediamo se ha messo in pratica qualcuna delle regole che ho esposto; e parlerò non di Carlo VIII ma di Luigi XII, perché di questo re, per aver tenuto più a lungo in Italia dei possedimenti, meglio si possono notare le sue azioni e il suo modo di procedere; così vedrete come egli abbia preso provvedimenti contrari a quelli che si devono prendere per mantenere il possesso di una provincia con caratteristiche diverse da quelle del proprio Stato.

10 – Re Luigi fu introdotto in Italia dall’ambizione dei Veneziani i quali, grazie alla sua venuta, intendevano guadagnarsi mezza Lombardia. Io non voglio biasimare la decisione presa dal re; perché volendo cominciare a mettere un piede in Italia, e non avendovi amici in questa provincia, ed essendogli anzi chiuse tutte le porte per il comportamento di Carlo VIII, fu costretto a prendere le amicizie che gli si offrivano: e la sua decisione sarebbe stata buona, se non avesse commesso alcun errore nelle altre scelte politiche. Conquistata dunque la Lombardia, il re riguadagnò subito quella autorità che era stata perduta da Carlo VIII: Genova cedette; i Fiorentini gli diventarono amici; il marchese di Mantova, il duca di Ferrara, il Bentivoglio di Bologna, Caterina Sforza signora di Forlì, i signori di Faenza, Pesaro, Rimini, Camerino, Piombino, Lucchesi, Pisani, Senesi, ciascuno volle incontrarlo per dichiararsi suo amico. Solo allora i Veneziani poterono considerare la sconsideratezza della iniziativa da loro presa, perché per acquistare due terre in Lombardia resero il Re Signore di un terzo dell’Italia.

11 – Consideri ora uno con quanta poca difficoltà Luigi XII avrebbe potuto mantenere in Italia il suo potere, se avesse osservato le regole soprascritte dando sicurezza e difesa a tutti i suoi amici, che, per essere molto numerosi e deboli e timorosi chi dello Stato della Chiesa, chi dei Veneziani, sempre avrebbero avuto la necessità di restargli fedeli; e, con il loro aiuto, avrebbe potuto neutralizzare gli Stati più grandi. Ma lui, non era ancora arrivato a Milano che fece il contrario, dando aiuto a Papa Alessandro VI perché occupasse la Romagna. Né si accorse che, con questa decisione, egli indeboliva se stesso, perché perdeva gli amici e quelli che si erano affidati a lui, e rendeva grande la Chiesa, aggiungendo al potere spirituale, che dà tanta autorità, anche tanto potere temporale. E, fatto un primo errore, fu costretto a continuare, finché, per porre fine alle ambizioni di Papa Alessandro e impedirgli di conquistare la Toscana, fu costretto a venire in Italia. Non gli bastò di aver ingrandito lo Stato della Chiesa e di aver perso gli amici: per ottenere il regno di Napoli, lo divise con il re di Spagna: e mentre prima egli era stato arbitro d’Italia, si mise al fianco un compagno, e così gli ambiziosi del luogo e i malcontenti di lui ebbero la persona cui ricorrere; e mentre poteva lasciare in quel regno un re tributario verso di lui, lo aveva cacciato per metterne uno che avrebbe potuto cacciar lui.

12 – È una cosa veramente molto naturale e consueta desiderare di accrescere il proprio potere; e sempre, quando gli uomini che possono farlo lo fanno, saranno lodati e non biasimati; ma quando essi non possono, e vogliono farlo in ogni caso, sbagliano e sono biasimati. Se Luigi XII di Francia, dunque, poteva con le sue forze assalire il regno di Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva condividerlo. E se la divisione della Lombardia che aveva fatta con i Veneziani era scusabile, perché gli era servita per mettere piede in Italia; la divisione del regno di Napoli merita biasimo, perché non è giustificata dalla necessità.
Luigi XII aveva dunque commesso questi cinque errori: eliminato i meno potenti; accresciuto in Italia la potenza di uno Stato già potente; fatto arrivare in Italia uno straniero potentissimo; non è venuto ad abitarvi; non vi ha mandato colonie.

13 – E questi errori, tuttavia, mentre era in vita avrebbero potuto non danneggiarlo, se non avesse compiuto il sesto: cioè di togliere ai Veneziani le loro ultime conquiste: perché se non avesse rafforzato la Chiesa né fatta venire in Italia la Spagna, sarebbe stato ragionevole e necessario indebolirli; ma avendo preso le decisioni che abbiamo visto, non avrebbe dovuto mai contribuire al loro indebolimento; perché essendo potenti, i Veneziani avrebbero sempre distolto gli altri dal tentare l’impresa in Lombardia, perché i Veneziani non l’avrebbero consentita se non a patto di diventarne loro i padroni. E gli altri non avrebbero voluto togliere la Lombardia alla Francia solo per darla a loro, né avrebbero avuto l’ardire di combattere contro entrambi. Se qualcuno dicesse che Luigi XII cedette la Romagna al Papa e Napoli alla Spagna per evitare una guerra, rispondo con le ragioni esposte prima: che non si deve mai far nascere un disordine per evitare una guerra, perché non la si evita, ma la si rimanda a proprio svantaggio. E se qualcun altro si riferisse alla promessa che il Re aveva fatto al Papa, di compiere per lui quell’impresa a causa dello scioglimento del suo matrimonio e della nomina a cardinale di Giorgio d’Amboise, arcivescovo di Rouen, risponderei con le regole che esporrò più avanti, quando tratterò della lealtà dei Principi e di come questi la devono osservare.

14 – Il re Luigi XII ha dunque perso la Lombardia per non aver messo in pratica nessuna delle regole rispettate da coloro che hanno conquistato provincie e hanno voluto mantenerle. Né questo ha qualcosa di miracoloso, ma è molto logico e ordinario. Di questa materia parlai a Nantes con il cardinale di Rouen quando il Valentino (così era chiamato comunemente Cesare Borgia, figlio di Papa Alessandro) occupava la Romagna: dicendomi il cardinale di Rouen che gl’Italiani non s’intendevano di guerra, risposi che i Francesi non s’intendevano di politica, perché se se ne intendessero non consentirebbero alla Chiesa di diventare così potente. E per esperienza abbiamo visto che la grandezza della Chiesa e della Spagna è stata causata dalla Francia, la quale in tal modo determinò la sua stessa rovina. Da questo si ricava una regola generale, che mai o raramente sbaglia: chi è causa della potenza di qualcuno va in rovina, perché quella potenza è stata determinata o con l’ingegno o con la forza, e l’una e l’altra sono sospette a chi è diventato potente.