I profeti, visionari o interpreti della realtà?


In tutte le religioni c’è la figura del profeta. La natura del profeta consiste nel fatto di essere chiamato da Dio per annunciare agli uomini la volontà di Dio. I profeti ricevono l’annuncio di Dio tramite delle visioni, delle voci o dei sogni. Non esiste una formazione per fare i profeti. Al contrario, spesso la chiamata di Dio capita in modo improvviso e spesso contro la volontà del profeta. Egli viene completamente sequestrato e deve rispondere con tutta la sua esistenza all’appello di Dio. Egli non è profeta oltre a tutto il resto che fa.

Abbastanza spesso deve lasciare il suo lavoro e consacrarsi soltanto al compito di ascoltare la parola di Dio e di annunziarla. Oltre a ciò egli non ha alcuna legittimazione da parte degli uomini. Unicamente e soltanto la parola di Dio è decisiva per lui. Però, egli non può mai dire con sicurezza se la stia ascoltando nel modo giusto e se la stia spiegando nel modo giusto. Egli può soltanto mettersi al servizio di Dio con la massima onestà e lealtà.

Anche se ci sono dei profeti in Egitto, nel buddismo e nelle altre religioni, e anche se Maometto e Mani si designano come profeti, è soprattutto il giudaismo che offre la vera figura del profeta. Il profeta è chiamato da Dio e strappato dalla sua esistenza nella società. Geremia deve abbandonare la vita che stava conducendo nella società. Si sente spesso solo e avversato dagli uomini. Ma egli non può fare nient’altro che ascoltare ciò che Dio gli dice, e annunciarlo agli uomini. Già in Geremia noi possiamo vedere che egli si mette completamente a disposizione di Dio e che la sua vita viene determinata da Dio. Ciò spesso per lui è molto doloroso. Nelle confessioni se ne lamenta. Da un lato egli ha divorato le parole che Dio gli ha suggerito: “La tua parola è stata per me la gioia e la letizia del mio cuore” (Ger 15,16).

Ma poi si sente come se Dio l’avesse piantato in asso: “Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti” (Ger 15,18). Dio è il punto centrale della sua vita. Ma se Dio si ritira, allora egli sperimenta una profonda disperazione e desidera solo più di morire. Si sente incompreso e avversato dagli uomini. E tuttavia non se ne va lontano da Dio e dalla sua chiamata: “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno, ognuno si fa beffe di me” (Ger 20,7).

Ma quando si allontana da Dio, c’è per lui “come un fuoco ardente nel mio cuore, trattenuto nelle mie ossa” (Ger 20,9). Compito del profeta è di annunziare la parola di Dio. Questa parola può descrivere il piano di Dio per ogni singola persona. Ma può anche essere una critica alla situazione della società, ad una pratica cultuale che è diventata vuota, o ai comportamenti che si sono introdotti tra le persone e che sono in contraddizione con la volontà di Dio. La volontà di Dio può essere salvezza o sventura, giudizio o promessa.

Di fronte alla catastrofe sono i profeti ad aprire gli occhi alle persone per riconoscere la strada errata e la falsa politica che porterà alla rovina.

I profeti si rendono invisi a causa dei loro annunzi di sventura. La gente preferisce essere confermata. Tutto deve continuare nello stesso modo. E i profeti sferzano un esercizio del culto che presta a Dio un servizio ormai solo esteriore, ma non si apre più veramente a Dio. Soprattutto criticano il culto fatto dai sacerdoti che non si occupano più dei poveri. Il culto diventa un surrogato dell’amore e della cura verso i poveri e i diseredati. In tal modo i profeti prendono le parti innanzi tutto dei poveri, delle vedove e di chi vive ai margini. Come profeti di sventura i profeti devono lasciarsi mettere in discussione da chi profetizza salvezza e dice continuamente cose che fanno piacere alle persone. Dopo la catastrofe il loro annuncio cambia.

Ora offrono speranza al popolo. Dio muterà tutto verso il bene. Donerà salvezza. Tale salvezza accade già nella storia, ma ha anche un’altra dimensione che supera il tempo. Non si tratta di una consolazione che viene dall’aldilà, ma della speranza che in ogni caso Dio rimane il vincitore e la sua salvezza si realizza, accada essa già nella storia, di modo che noi già la sperimentiamo, oppure accada poi in una salvezza ultraterrena, nella salvezza che attende ciascuno di noi al momento della morte. Allora la luce di Dio ci illuminerà per sempre e il suo amore eterno ci circonderà.

Il Nuovo Testamento conosce il fenomeno profetico e nello stesso tempo lo trasforma. Pietro, nel discorso di Pentecoste, riconosce nel miracolo delle lingue l’azione dello Spirito Santo che suscita profeti nella sua Chiesa. In quell’evento la promessa del profeta Gioele diventa realtà: “su tutti effonderò il mio spirito. I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni” (At 2, 17).

La Chiesa primitiva è guidata dallo Spirito Santo che suscita continuamente profeti nella sua Chiesa, come le figlie di Filippo, il profeta itinerante Agabo e Giuda Barsabba o Sila. Luca interpreta i profeti della Chiesa primitiva come persone a cui lo Spirito Santo parla in visioni e nei sogni e che comunicano alla comunità ciò che hanno udito e visto. È innanzi tutto lo Spirito Santo che agisce nei profeti e attraverso i profeti. Paolo si occupa del fenomeno dei profeti nella prima lettera ai Corinzi. Paolo apprezza la profezia e le assegna un’alta posizione nella comunità. Di fronte alla glossolalia Paolo sottolinea il compito del profeta di interpretare il messaggio di Gesù. Nella struttura della comunità gli apostoli, i profeti e i maestri sono le colonne portanti. A Corinto la profezia minaccia di essere soppiantata dal fenomeno della glossolalia. Paolo riconosce che la glossolalia è senz’altro operata dallo Spirito. Tuttavia in essa manca l’interpretazione. Il profeta usa anche la sua intelligenza e comunica alla comunità con un linguaggio comprensibile ciò che Dio vuole dirle. La glossolalia (parlare in lingue) è un fenomeno estatico. Tuttavia per Paolo il compito del profeta è più importante. Le persone devono comprendere ciò che lo Spirito Santo vuole dir loro. Non devono semplicemente rimanere in estasi. “Chi profetizza parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. Chi parla in lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea” (1Cor 14,3-4).

Qui diventa chiaro il compito del profeta. Egli non si basa sulla sua parola, egli non gira attorno a se stesso e alla sua esperienza, ma parla alle persone. È sempre in relazione con gli altri. E ha assolto i tre compiti del conforto, dell’incoraggiamento e della consolazione. È al servizio delle persone. Non si pone al di sopra di esse, ma si pone al loro servizio e al servizio di Dio a loro vantaggio. Senza l’interpretazione del profeta la glossolalia è soltanto un parlare al vento. Non cambia le persone. L’uomo si basa solo su se stesso e sulla sua esperienza, ma questa non diventa fruttuosa per gli altri.

Non dà una forma al mondo, ma dal mondo cerca rifugio in un’esperienza religiosa, che però può facilmente trasformarsi in un ruotare narcisisticamente attorno a se stessi. È un fenomeno che conosciamo anche oggi. Ken Wilber, uno psicologo americano, ritiene che gli ultimi vent’anni del panorama spirituale negli USA siano stati un ruotare narcisisticamente attorno a se stessi e al proprio star bene. Ma sono anche stati inutili per la società. Il profeta ha sempre anche una funzione nella società, egli vuole che il mondo prenda la forma e sia cambiato secondo lo Spirito di Gesù. E secondo Paolo il profeta ha ancora un compito. Egli porta alla luce ciò che è nascosto nel cuore (1Cor 14,25).

Il profeta lo si nota perché conosce il cuore. Egli sa quali sono i pensieri dell’uomo e li porta alla luce. Ciò porta le persone a prostrarsi davanti a Dio e a pregarlo. Non è il profeta che sta al centro, ma Dio. Egli vuole indirizzare gli uomini verso Dio attraverso i suoi doni. Può decidere liberamente se dire ad un altro ciò che riceve da Dio o se tenerlo per sé: “la manifestazione delle ispirazioni profetiche è infatti sottomessa al volere dei profeti” (1Cor 14,32). Dio non desidera un disordine estatico, ma la pace. Perciò è necessario che il profeta abbia una buona capacità intuitiva per comprendere se è opportuno o meno dire qualcosa. Ed egli deve sempre essere consapevole del pericolo di mettere se stesso al centro.

Il terapeuta svizzero C.G. Jung pensa che sia pericoloso per le persone identificarsi con un modello archetipo, perché allora io divento cieco di fronte ai miei peculiari bisogni, che io esprimo mascherandoli sotto il paravento del modello archetipo. Riferito ai profeti ciò significa: è pericoloso se io mi identifico con il modello del profeta. Perché io credo di essere l’unico a conoscere la verità e ad avere il coraggio di manifestare la verità. Ma io non mi accorgo che sotto il paravento del profeta esprimo mascherandolo il mio desiderio di affermazione o la mia violenza. Perciò è sempre necessaria anche un’onesta conoscenza di se stessi, attraverso cui io, tramite il dono della profezia, mi pongo al servizio delle persone e non al di sopra di esse.