I proletari non hanno patria


marx_proletariCon Karl Marx e più ancora con Friedrich Engels, la questione nazionale assume una importanza minore rispetto al concetto di classe.

La nazione, formazione ritenuta temporanea e corrispondente ad una determinata fase dello sviluppo del capitalismo, non poteva che essere subordinata agli interessi storici del proletariato mondiale: i proletari, ben lo si sa, non hanno patria!

Nonostante questa convinzione, i fondatori del marxismo non mancarono di essere influenzati dalla questione nazionale, ma la presero in esame in una ottica del tutto strumentale, considerando la lotta di emancipazioni delle nazionalità come un contributo al risveglio della coscienza delle masse.

Essi distinguevano i grandi “Stati-nazione” ritenuti “in grado di funzionare” dalle piccole “nazioni prive di storia” (Geschichtslose Nationen), destinate a scomparire, come la nazione Ceca, Bretone, Baltica, e vedevano nell’esistenza dei grandi complessi statali dell’Europa centrale (al primo posto la Germania) un fattore accettabile solo nella misura in cui la costruzione di un mercato capitalistico unificato costituiva ai loro occhi una precondizione per lo sviluppo di condizioni rivoluzionarie.

Dal momento che l’obiettivo tattico era la distruzione dei “focolai reazionari”, e nello specifico degli imperi russo e britannico, Karl Marx e Friedrich Engels furono però talvolta portati a dare il loro sostegno a “piccoli” nazionalismi nell’ambito della Russia (i Polacchi, i Balti), e, verso la fine del XIX secolo, Engels riconobbe che l’autonomia, se non addirittura l’indipendenza, delle unità nazionali è spesso la premessa per una azione rivoluzionaria efficace. Questa concezione, a costo di una certa vaghezza dottrinale, sarà fatta propria dalla Seconda Internazionale fondata a Parigi nel 1889.

A causa della struttura multietnica dell’Impero e di un certo clima di libertà intellettuale nell’Europa attraversata dal Danubio, i socialisti austro-ungheresi sono quelli che hanno approfondito prima di altri lo studio dei rapporti tra questioni sociali e quella nazionale. Guidati da una Legge Fondamentale (elaborata sulla base di un progetto del 1849) di cui l’articolo 19 già affermava: « Tutte le popolazioni dello Stato sono uguali di diritto, e ogni popolazione dispone del diritto inalienabile di coltivare la sua nazionalità e la sua lingua », gli austro-marxisti hanno ben presto adottato al riguardo un approccio originale.

Il primo social-democratico ad aver tratteggiato un corpo teorico della questione nazionale è, nel 1887, l’Austriaco Karl Kautsky (1854-1938), che, a differenza dei “padri fondatori” formula la sua tesi sulla base di un esame focalizzato soprattutto sulla realtà inglese. Egli adotta una posizione pragmatica, a metà strada tra gli internazionalisti intransigenti e i partigiani dell’indipendenza nazionale. Ma le personalità più importanti a questo riguardo sono Karl Renner e Otto Bauer.

Il giurista moravo Karl Renner (1870-1950) assegna un posto importante alle nazioni, di cui deplora che, contrariamente alle Chiese, esse non godano, nell’ambito della doppia monarchia, di alcuna esistenza giuridica propria e debbano organizzarsi come partiti politici. Rigettando la dottrina « atomista centralista » dominante, egli propone di suddividere l’impero Austriaco in un certo numero di province che corrispondano quanto più possibile alle ripartizioni etniche e nell’ambito delle quali l’elemento nazionale dominante abbia maggior peso rispetto agli altri gruppi in materia di lingua.

« La ripartizione delle nazionalità all’interno – sottolinea Karl Renner – dovrebbe basarsi naturalmente sulla densità di popolazione: i connazionali di una diocesi locale o di una circoscrizione formerebbero una comunità nazionale, vale a dire una corporazione di diritto pubblico e privato, con il diritto di emettere decreti e applicare imposte, e disponendo di fondi specifici. Un certo numero di comunità legate dal territorio e dalla cultura formerebbero un distretto nazionale con gli stessi diritti corporativi. La totalità dei distretti formerebbero una nazione. Anche essa sarebbe soggetto di diritto pubblico e privato ». Nel quadro di questo Nationalitätenbundesstaat, le minoranze, raggruppate in « associazioni nazionali » di individui, godrebbero di « una autonomia culturale personale extraterritoriale ».

Ignorando il determinismo linguistico di Renner, il sociologo Otto Bauer (1880-1938) estende il campo di applicazione potenziale del sistema alle « nazioni senza storia » e persino ai proletari senza radici. In particolare si occupa della cultura delle « minoranze proletarie » generate dalle migrazioni interne delle masse operaie, opponendosi a qualsiasi assimilazione forzata. Al tempo stesso, come Renner, Bauer si distanzia vigorosamente dai « separatismi », specificatamente quello ceco ed ebreo, che veicolerebbero ai suoi occhi una ideologia anti-assimilazionista contraria all’unità della classe operaia.

Ma, all’interno dell’Internazione socialista, Lenin è decisamente ostile a quello che egli definisce lo “spirito di campanile” – benché una delle sue preoccupazioni fosse quella di riconciliare il proletariato russo con quello delle popolazioni dell’impero in lotta per la loro liberazione. Nel 1898, al congresso del Partito operaio social-democratico russo (POSDR), Lenin si oppone a quelli che sarebbero divenuti i menscevichi, fautori dell’autonomia culturale delle minoranze, i quali riconoscevano ad esse il diritto all’autodeterminazione. Al congresso della socialdemocrazia russa (1903) che segna la rottura tra bolscevichi e menscevichi, seppellendo le speranze degli extraterritorialisti, Lenin farà comunque adottare il principio del diritto all’autodeterminazione territoriale come principio di base del partito.