Il fallimento dello stato assistenziale


Tutte le istituzioni, tutte le organizzazioni sociali, impongono alla gente modelli che ostacolano lo sviluppo delle qualità individuali; più ancora, a me sembra, limitano il dispiegarsi delle più autentiche doti umane… Mi pare che ci sia un dato connaturato a tutte le istituzioni, abbiano esse obiettivi positivi, come scuole, università, ospedali, o assolutamente negativi, quali le prigioni. Chiunque sia coinvolto in una istituzione, deve continuamente sforzarsi di adeguare se stesso a quella, o ad altra gente, quando invece il connotato più sublime del genere umano è quello di sapere adattare l’ambiente agli uomini, non gli uomini all’ambiente.
John Vaizey, Scenes from Institutional Life

pecoroniGli anarchici si sentono dire molto spesso che la loro concezione dello Stato come baluardo dei privilegi dei potenti risulta clamorosamente inadeguata nella situazione della nostra epoca: la previdenza sociale avrebbe cambiato lo Stato. Alcuni dirigenti politici rivendicano addirittura ai loro partiti il merito di aver «inventato» gli istituti previdenziali. Negli ultimi anni della sua vita, ad esempio, Hugh Gaitskill, descrisse lo Stato assistenziale «come un nuovo risultato dell’iniziativa laburista», aggiungendo che «sfortunatamente la gratitudine non sembra costituire una solida garanzia politica». E nei fatti i candidati alle cariche pubbliche nella maggior parte dei Paesi occidentali impostano le loro campagne elettorali sulle promesse di stanziamenti previdenziali più elevati di quelli degli avversari.

Vediamo un po’ che cosa significa concretamente lo Stato assistenziale. Non è indispensabile un’organizzazione di tipo statuale perché si diano forme di assistenza sociale. D’altra parte lo Stato può benissimo esistere, come spesso avviene, senza assumersi responsabilità nel campo dell’assistenza. Qualsiasi associazione di uomini in realtà può funzionare come società previdenziale: i sindacati, i gruppi di beneficenza natalizia, le Chiese, financo le bande giovanili – che presumibilmente mirano tutte al reciproco aiuto, al benessere e alla sicurezza comuni – possono tranquillamente essere considerate anche come istituzioni previdenziali.

Lo Stato, come abbiamo visto, è una forma di organizzazione sociale che differisce da tutte le altre da due punti di vista: in primo luogo perché rivendica l’adesione di tutta la popolazione e non solo di coloro che intendono fame parte; in secondo luogo perché dispone di mezzi coercitivi per imporre tale adesione. Associazioni finalizzate all’assistenza reciproca esistono fin dai primordi del Pumanità – se non ci fossero state non saremmo qui a discuterne – al punto che si può affermare che la loro necessità è biologicamente fondata. Kropotkin, che nel suo II mutuo appoggio fa la storia delle manifestazioni di questa innata tendenza umana, descrive non il rafforzamento, ma l’indebolirsi delle istituzioni sociali che tale tendenza incarnavano, parallelamente alla crescita del moderno Stato nazionale europeo dal quindicesimo secolo in poi.

Nei tre secoli successivi gli Stati, sia sul continente sia su questo arcipelago [Gran Bretagna, N.d.T.], si dedicarono sistematicamente all’estirpazione di tutte le istituzioni nelle quali la tendenza all’aiuto reciproco aveva trovato espressione fino a quel momento. Le comunità di villaggio vennero private delle loro assemblee, dei tribunali e delle strutture amministrative indi- pendenti; le loro terre vennero confiscate. Le gilde furono spogliate dei loro possedimenti e di ogni libertà, e sottoposte al controllo, ai capricci e alla corruzione dei funzionari statali. Le città si videro togliere il diritto di sovranità e assistettero alla soppressione delle sorgenti autentiche della loro vita sociale: l’assemblea di villaggio, i magistrati eletti dal popolo e le loro amministrazioni, il municipio sovrano e la gilda sovrana; il funzionario statale prese possesso di ogni articolazione di ciò che una volta era un insieme organico… si cominciò a sostenere, dalle cattedre universitarie e dai pulpiti delle chiese, che le istituzioni, nelle quali gli uomini erano soliti veder incarnato il loro bisogno di aiuto reciproco, non avrebbero più potuto esser tollerate in uno Stato adeguatamente strutturato; che solo lo Stato era in grado di rappresentare i legami che univano i suoi sudditi; che federalismo e «particolarismo» erano nemici del progresso, e che sullo Stato soltanto era possibile contare per uno sviluppo ulteriore.

Non si tratta in questo caso di un punto di vista romantico e sorpassato relativo alle circostanze che portarono al superamento della cultura medievale; analoghi giudizi si trovano nelle opere di studiosi moderni, ad esempio in Government and People in thè Middle Ages (Princìpi di governo e politica nel Medio Evo) di Ullmann. Neppure si può considerare paradossale l’amaro resoconto di Kropot- kin, come dimostra la storia del pauperismo in Gran Bretagna. Nel Medio Evo si interveniva contro la povertà anche senza che lo Stato ne fosse coinvolto. Membri della gilda caduti in povertà venivano assistiti dai confratelli, che si occupavano anche degli orfani e delle vedove. C’erano ospedali e lazzaretti per i malati, e l’ospitalità nei monasteri era garantita a chiunque ne avesse bisogno. Ma con lo stabilirsi di un solido Stato nazionale con i Tudor, significativamente la prima legge statale sulla povertà prevedeva che i mendicanti venissero cacciati, la seconda che fossero marchiati; infine, era punitiva l’essenza della legge sui poveri approvata nel 1601, emendata nel 1834 e scomparsa ai giorni nostri. Tutti i membri della Clai- mants’ Union obietterebbero però che la legge sui poveri è tuttora in vigore come in vigore sono le sue caratteristiche punitive.

Potrebbe sembrare paradossale che lo Stato, i cui simboli sono il poliziotto, il secondino e il soldato, possa essere diventato l’organizzatore dell’assistenza sociale. In realtà la connessione tra assistenza pubblica e necessità belliche è molto stretta. Ancora nella seconda metà del diciannovesimo secolo lo Stato si avvaleva, nelle sue guerre, di soldati di professione e di mercenari, ma allargandosi il campo d’azione e le dimensioni delle guerre, gli Stati si videro costretti a dedicare sempre maggior attenzione alle doti fisiche delle reclute, fossero volontari o coscritti. La scoperta che gran parte della potenziale carne da cannone era fisicamente inadatta a quel ruolo (scoperta rinnovata in occasione di ogni guerra negli ultimi cento anni) spinse lo Stato a prendere misure che contribuissero a migliorare la salute fisica della nazione. Richard Titmuss, nel suo saggio War and Social Policy (Guerra e politica sociale), sotto- linea che «fu in occasione della guerra sudafricana, una guerra non certo tale da cambiare i destini dell’umanità, come altre che la storia ricorda, che s’avviò quel movimento a favore della tutela della salute individuale che conseguì alla fine i suoi obiettivi, nel 1948, con l’istituzione del servizio sanitario nazionale».

Con l’estensione della guerra alla popolazione civile, insieme alla necessità di tenere alto il morale con la formulazione di «obiettivi di pace», al generale senso di colpa nei confronti delle passate ingiustizie sociali, alla volontà di far meglio in futuro, che sempre tien dietro alle guerre, le preoccupazioni relative alla salute investirono altri settori di benessere sociale. «La tendenza, caratteristica del tempo di guerra, a universalizzare le provvigioni pubbliche di alcuni beni di prima necessità», come scrive Titmuss, «vuol dire in realtà che un sistema sociale deve essere organizzato in modo tale da mettere tutti i cittadini (non solo i soldati) in condizione di sapere che cosa fare della propria vita in tempo di pace. In questo contesto risulta comprensibile YEducation Act del 1944 ed anche il Rapporto Beverige del 1942 e le leggi sulle assicurazioni, sugli assegni familiari e sul servizio sanitario nazionale. Tutti questi episodi di legislazione sociale erano in parte espressione del bisogno, naturale portato di una strategia di guerra, di omogeneizzare le condizioni di vita della popolazione civile e non civile».

La sua sardonica conclusione è questa: «Obiettivi e contenuti della politica sociale, sia in pace sia in guerra, risultano così determinati — almeno in considerevole misura — dalla necessità di garantire la collaborazione di massa indispensabile a un efficace esercizio della guerra».

L’assistenza sociale, insomma, affonda le sue radici in numerose tradizioni ben distinte tra loro, prodotto di atteggiamenti completamente differenti nei confronti dei bisogni sociali. Tali tradizioni sono sopravvissute perfino nell’ambito unitario della legislazione previdenziale dello Stato. Un mio amico, uno psicologo sperimentale che ha occasione di visitare molti ospedali, sostiene che, sebbene siano passati molti anni dall’istituzione del servizio sanitario nazionale,, gli è ancora possibile riconoscere se un particolare istituto, prima dell’intervento dello Stato, era un ospedale privato, oppure municipale, oppure un centro d’assistenza istituito dalla legge sulla povertà.

C’è la tradizione secondo la quale il servizio è offerto malvolentieri, imposto in modo punitivo e autoritario; e c’è la tradizione che esprime corresponsabilizzazione sociale, o disponibilità all’aiuto reciproco e all’autosufficienza. Nel primo caso ci troviamo di fronte a istituzioni, nell’altro ad associazioni.

Il gergo della pubblica amministrazione ci offre un vocabolo brutto ma espressivo, «istituzionalizzazione», che non significa altro se non «costringere la gente dentro le istituzioni». C’è anche un’altra parola, se possibile ancor più brutta, «de-istituzionalizzazione». Per quanto ostica questa parola possa sembrare, descrive una tendenza molto importante da un punto di vista anarchico. Col termine «istituzione» si definisce in generale «una legge, un’abitudine, un costume, oppure un’organizzazione consolidata, o comunque elementi della vita politico-sociale di un popolo».

Esiste poi un significato particolare abitualmente attribuito a questo termine, quello, cioè, di una «fondazione educativa, filantropica, correttiva o penale, nella quale un edificio, o un complesso di edifici, gioca un ruolo centrale, come ad esempio una scuola, un ospedale, un orfanotrofio, un ospizio o una prigione».

Se si accettano come valide queste definizioni, è facile vedere come l’anarchismo sia ostile alle istituzioni nel senso più generale, ostile cioè all’istituzionalizzazione in forme prestabilite, o in entità legali di vario genere, dei diversi tipi di associazioni umane. Opposto è il suo atteggiamento nei confronti della de-istituzionalizzazione: in altre parole gli anarchici sono favorevoli all’eliminazione delle istituzioni.

Considerando il significato più particolare del termine istituzione, tra i teorici e gli operatori del settore prevale attualmente un orientamento favorevole alla de-istituzio- nalizzazione. E possibile individuare un modello di evoluzione caratteristico della maggior parte di queste particolari istituzioni. In molti casi esse furono fondate o modificate da pionieri o filantropi, laici o religiosi, al fine di soddisfare alcuni bisogni sociali particolarmente pressanti, o di porre rimedio alle piaghe più vistose della società. Successivamente intorno ad esse si coagulò l’iniziativa di associazioni volontarie, e col passar degli anni, nel corso del secolo diciannovesimo, ottennero il riconoscimento e l’appoggio dello Stato.

Le autorità locali provvidero a riempire le lacune nella distribuzione territoriale di tali istituti, e infine, nel nostro secolo, si procedette alla istituzionalizzazione definitiva, cioè alla nazionalizzazione, o assorbimento da parte dello Stato che ne faceva un veicolo di pubblico servizio.
Nel momento del loro massimo sviluppo, però, sul conto di queste istituzioni è sorto un grave dubbio. Ci si è cominciati a chiedere se esse servano effettivamente al proposito che si prefiggono, cioè se curino i mali della società com’è nelle loro intenzioni, o se non stiano, invece, ottenendo il risultato opposto, quello di favorirne la perpetuazione. Nasce ima nuova generazione di pensatori d’avanguardia che propone di rovesciare il processo e, a seconda dei casi, di abolire quelle istituzioni, o disaggregarle in tante unità non istituzionali, o soddisfare con metodi non-istituzionali gli stessi bisogni sociali. Sono proprio questi orientamenti che ci inducono a riflettere su un problema di fondo: in che misura cioè le istituzioni «separate» possano essere considerate dei microcosmi e quindi utilizzate come modello per l’analisi critica degli «istituti» più generali della società.

Si può dire che le istituzioni abbiano trovato la loro espressione architettonica in quella gerarchia di mastodontici edifici vittoriani che costella i margini delle città. «Non lontano dal cimitero», scrisse C.F. Masterman, «si ergeva l’immenso ospedale per le malattie infettive…; di fronte, un gigantesco ospizio per i poveri; dietro, l’imponente manicomio; sulla destra, una scuola militare di proporzioni analoghe; sulla sinistra, la prigione… Le zone periferiche dell’agglomerato urbano sono popolate di questi enormi edifici, prigioni e palazzi, testimonianze degli sforzi della città alle prese con i problemi delle vite mutilate o traviate; testimonianze, a un tempo, della sua forza e dei suoi fallimenti. Gente caduta in rovina, ribelli, pazzi, vecchi soli, sono tutti confinati dietro maestosi cancelli e muri intonacati».

Questo il commento di Heather Woolmer: «Masterman interpreta questi elementi come segno di un deliberato rifiuto da parte della società verso ciò che per qualche ragione essa preferisce rimuovere, come la morte, o per tutto ciò che le risulta scomodo, come il povero, il vecchio o il malato di mente. E come se a un’intera sottocultura fosse intentato processo ai margini della metropoli; dagli istituti assistenziali, agli ospizi per poveri, alle case di ricovero per vecchi, agli ospedali, al cimitero: tutti come polli d’allevamento in attesa del nastro che li porta alla morte».

In effetti l’istituzionalizzazione è un problema col quale abbiamo a che fare dal primo all’ultimo giorno di vita. Il «modello ideale di nascita» accettato dalla scorsa generazione aveva come scenario le sale parto degli ospedali. Il bambino veniva sottratto alla madre da una infermiera con tanto di mascherina e deposto in una asettica cabina di vetro, donde usciva, a ore rigidamente stabilite, solo per essere allattato. Baci e coccole erano considerati anti-igie- nici. (Naturalmente, la maggior parte dei bambini non veniva al mondo in quelle condizioni, che comunque erano considerate le migliori).

Oggi il quadro ideale è compieta- mente mutato. Il bambino nasce in casa, col padre che aiuta premurosamente, e gli altri figli incoraggiati a «condividere» l’esperienza, l’arrivo del fratello. Quest’ultimo viene vezzeggiato da tutti i presenti e basta che si lamenti perché gli si dia da mangiare. (Anche in questo caso il quadro descritto non è generalizzabile oltre certi limiti, per quanto rappresenti la condizione ritenuta ottimale).

L’evoluzione cui si è accennato può essere attribuita a oscillazioni del pendolo della moda, o al buon senso che riprende il sopravvento, o ancora alle argomentazioni raccolte nel rapporto di John Bowlby sulla maternità, che hanno esercitato un’influenza vastissima6. Ashley Montagu ha scritto:
Fino a circa cinquant’anni fa, più della metà dei bambini morti nel primo anno di vita, moriva per gli effetti di un’unica malattia. Essa era conosciuta col nome di «marasma», derivato dal termine greco che significa «logorio». Un altro nome era quello di atrofia infantile. Quando iniziarono le ricerche per individuare le cause del male, si scoprì che ad esserne colpiti erano soprattutto i bambini nati nelle case e nelle cliniche «bene», bambini che apparentemente ricevevano le cure più adeguate; al contrario, nelle case povere dove ci fosse una buona madre, a dispetto della mancanza di condizioni igieniche perfette, i bambini si dimostravano in grado di superare questo handicap materiale, e crescevano sani.
Nell’ambiente sterilizzato in cui nascevano i bambini ricchi si faceva sentire la mancanza del rapporto con la madre, rapporto così ricco di manifestazioni affettuose nelle famiglie più povere. Sulla base di quei risultati, al giorno d’oggi gli ospedali fanno ogni sforzo per ridurre al minimo il periodo di ricovero dei bambini.

Si discute ancora spesso del rapporto contraddittorio tra questi due modelli di nascita. Si è detto, ad esempio, che molte partorienti preferiscono le condizioni della loro casa, più confortevoli, che non quelle in cui vengono a trovarsi all’ospedale. «Su un campione di 336 donne che avevano avuto almeno un parto in ospedale e uno a casa, l’80 per cento ha affermato di essersi trovata meglio a casa, e solo il 14 per cento di essere favorevole al ricovero ospedaliero».

Ciò significa, naturalmente, che le madri aspirano ai vantaggi di entrambi i modelli ideali: la sicurezza sul piano sanitario e l’atmosfera domestica. La richiesta di fondo, in realtà, è quella della de-istituzionalizzazione dell’assistenza sanitaria. Inaugurando l’unità ostetrica del Charing Cross Hospital, Norman Morris dichiarò che «venticinque anni di risultati scientifici hanno ridotto moltissimo i rischi del parto, ma troppo spesso gli ospedali soffocano la gioia della maternità in un mare di inumanità». C’era, affermò, «un’atmosfera di freddezza, di inimicizia e severità, adatta forse per un ufficio delle tasse, non certo per un reparto maternità.

Molti dei nostri sistemi, fondati sulla costrizione e sull’irregimentazione, devono essere rivisti».

Più tardi descrisse molti reparti maternità come vere e proprie fabbriche di bambini: «Alcuni sembrano addirittura esser fieri di aver realizzato la catena di montaggio più perfezionata».

L’accettazione diffusa dell’ipotesi di Bowlby sulla privazione dell’amore materno ha influenzato largamente il modo di trattare i bambini negli ospedali. I pediatri americani hanno osservato che le conseguenze della permanenza in ospedale si manifestano con la chiarezza di un quadro clinico. «Una caratteristica che colpisce è il fatto che l’aumento di peso corporeo sia quasi nullo, nonostante le diete siano quelle che, a casa, garantiscono una crescita adeguata del bambino. I bambini all’ospedale dormono meno degli altri, e solo di rado ridono o chiacchierano spontaneamente. Sono svogliati, e il loro aspetto è estremamente infelice».

Le osservazioni sugli effetti degli «ambienti istituzionali» sui bambini ammalati sono valide anche nei confronti di bambini sani. Uno dei primi studi comparati su bambini di un orfanotrofio e su un gruppo esterno con caratteristiche analoghe, indusse i ricercatori a queste considerazioni:
Nessuno avrebbe potuto prevedere, e ancor meno provare, il pericolo di involuzione nei bambini mantenuti in condizioni fino a quel momento considerate normali per un orfanotrofio. Rispetto all’intelligenza, all’uso dei vocaboli, alle informazioni generali, alla capacità di socializzazione, alle reazioni comportamentali, rispetto allo stesso sviluppo motorio, da ogni punto di vista insomma, il quadro che si presentava era di ritardo. L’effetto di un periodo da uno a tre anni in una scuola materna, che pure non sviluppava tutte le sue potenzialità, fu quello di rovesciare il processo di regressione, che per alcuni conduceva alla deficienza mentale.

In Gran Bretagna, durante la guerra, Dorothy Burlin- gham e Anna Freud riferirono, nel loro Infants Without Families (Bambini senza famiglia), gli stupefacenti progressi fatti da bimbi che in precedenza avevano dato segni sicuri di arretratezza mentale dopo che gli asili in cui erano ospitati vennero disaggregati per costituire gruppi familiari di quattro bambini, ciascuno dei quali animato da un’assistente che svolgeva un vero e proprio ruolo materno. Da allora confronti di questo genere sono stati fatti in molti Paesi, con risultati che Barbara Wootton riassunse con queste parole: «Si è ripetutamente constatato che i bambini ospitati negli orfanotrofi o in analoghe istituzioni restano indietro rispetto alla media di quelli che vivono in famiglia, hanno quozienti di intelligenza e di sviluppo più bassi e presentano ritardi nel parlare e nel camminare… Sono anche più aggressivi e affetti da manie distruttrici, irrequieti, incapaci di concentrarsi; sono infine meno sensibili degli altri bambini al problema della difesa dei propri spazi personali. Insomma presentano un quadro di notevole impoverimento di tutti gli aspetti della loro personalità»13.1 primi segni di mutamento nel Popinione di esperti e di pubblico in Gran Bretagna si ebbero nel 1944 con una lettera al «Times» di Lady Alien of Hurtwood, che la fece seguire da un pamphlet con cui attirava l’attenzione generale sulle condizioni largamente insoddisfacenti degli istituti per l’infanzia e degli orfanotrofi, caratterizzati da trattamenti crudeli e privi di fantasia.

Ne risultò l’istituzione di una commissione, l’anno seguente, il cui rapporto (il Rapporto Curtis sull’assistenza all’infanzia) fu pubblicato nel dicembre 1946. Esso criticava severamente e cure che ai bambini venivano prestate negli istituti preposti, e conteneva suggerimenti che successivamente sarebbero stati largamente accettati, al punto che Bowlby potè scrivere che «le controversie sui meriti dei nuclei familiari adottivi in confronto ai metodi tradizionali, possono considerarsi concluse. Non c’è più nessuno ormai che sostenga metodi che comportino gruppi numerosi, anzi sono tutti d’accordo che gruppi di modeste dimensioni garantiscono risultati migliori».

Non può sorprendere che metodi e atteggiamenti rivelatisi vantaggiosi con la de-istituzionalizzazione del trattamento di bambini normali, o affetti da malattie «normali», abbiano consentito risultati ancor più stupefacenti nel caso di bambini in qualche modo handicappati, ad esempio spastici o epilettici, o mentalmente ritardati. Nel quadro delle ricerche intraprese a Brookland, Reigate, da Tizard e Daly, un gruppo di sedici bambini «imbecilli» venne confrontato con un gruppo di controllo.

Già dopo il primo anno, i bambini seguiti con criteri familiari guadagnavano in media otto mesi di età mentale, in un test sull’intelligenza verbale, contro i tre mesi del gruppo di controllo. Relativamente all’autonomia personale, misurata secondo criteri conformi all’età, il miglioramento era di sei mesi, contro i tre del gruppo di controllo; miglioramenti si registravano anche nel modo di parlare, nel comportamento sociale ed emotivo. Risultati analoghi hanno ottenuto, mediante gruppi familiari permissivi e di piccole dimensioni, coloro che hanno tentato di de-istituzionalizzare la custodia di giovani «delinquenti» o disadattati – come George Lyward a Finchden Manor o David Wills a Bodenham.

Per molti anni la parola «istituzione» ha significato, agli occhi dei più, almeno in Inghilterra, una sola cosa: l’istituzione per eccellenza, la Union Workhouse (Ricovero di mendicità), l’ammissione alla quale era considerata una vera disgrazia, ima sorta di ultima spiaggia dell’esistenza, guardata con odio e terrore. La legge sulla povertà non è più in vigore ma le sue conseguenze si fanno ancora sentire. Un po’ per volta abbiamo imparato che le istituzioni per i vecchi incoraggiano la senilità, mentre ogni sforzo per aiutarli a vivere in un posto a loro caro stimola il senso di indipendenza e il gusto per la vita.
La prima cosa da imparare, per chiunque abbia a che fare con dei vecchi, è la necessità di concedere loro la massima libertà d’azione, di comprendere che, anche alla loro età, le caratteristiche della personalità individuale sono ancora molto importanti, e che il riconoscimento sociale è un elemento decisivo della felicità individuale. È troppo facile convincersi che i vecchi non siano più in grado di fare alcunché e incoraggiarli, di conseguenza, a non far nulla. Si tratta di una forma di gentilezza molto sbagliata, anche se può sembrare un modo abbastanza facile per mettersi a posto la coscienza, soprattutto se confrontato con la via, molto più faticosa, di invitarli in continuazione ad essere attivi, a uscire di casa, a trovare una occupazione cui valga la pena dedicare il proprio tempo. Questo secondo atteggiamento, comunque, è molto più idoneo a promuovere una condizione felice e a prevenire malanni che sorgono più avanti, quali l’infermità e l’apatia.

La de-istituzionalizzazione del trattamento delle malattie mentali cominciò a esser presa in considerazione nel diciottesimo secolo, quando William Tuke fondò il York Retreat, e quando Pinel, nello stesso anno, il 1792, liberò dalle catene i pazienti a lui affidati nel manicomio di Bicètre. Ma nel diciannovesimo secolo, con quello che Katleen Jones ha definito «il trionfo del legalismo», si delineò il modello dei grandi manicomi isolati come sinistra appendice alla legge sulla povertà — eredità contro la quale devono combattere i moderni pionieri. Rropotkin, nell’interessante conferenza sulle prigioni tenuta a Parigi nel 1887, individuò in Pinel l’antesignano dell’assistenza comunitaria, che viene ora indicata come il metodo di cura per eccellenza delle malattie mentali:
Si dirà, comunque, che ci saranno sempre delle persone, i malati se così vogliamo chiamarli, che costituiscono un pericolo per la società. Non sarà sempre e comunque necessario sbarazzarsi di questi individui, o impedire che in un modo o nell’altro rechino danno agli altri cittadini? Nessuna società, per quanto oscurantista, avrà mai bisogno di un espediente così assurdo, e ve ne spiego la ragione. Un tempo, i malati di mente erano ritenuti preda del demonio, e trattati di conseguenza. Venivano tenuti in catene in luoghi simili a stalle, legati ed muro come bestie selvagge. Ma venne Pinel, un uomo della Grande Rivoluzione, che ebbe l’ardire di liberarli dalle catene, e li trattò come fratelli. «Quelli vi divoreranno», gridavano i guardiani. Ma Pinel osò. Quella gente, ritenuta simile alle fiere dei boschi, si fece intorno a Pinel, e col suo comportamento dimostrò che egli aveva visto giusto nel dar credito al lato migliore dell’umana natura, anche quando il lume dell’intelligenza sia oscurato dalla malattia. La sua posizione prevalse. Si cessò di incatenare i malati.

In seguito, i contadini di un piccolo villaggio belga, Gheel, trovarono un metodo ancor migliore. Dissero: «Mandateci i vostri malati; noi garantiamo loro assoluta libertà». E li adottarono nelle loro famiglie, li invitarono a mensa, consentirono a quei pazzi di lavorare nei campi al loro fianco e di partecipare alle feste campestri «Mangiate, bevete, e danzate con noi. Lavorate, correte nei campi, siate liberi». In questo consisteva la loro terapia, queste le cognizioni scientifiche di cui disponevano i contadini belgi. La libertà compì il miracolo. I malati cominciarono ad essere curati davvero. Anche quelli afflitti da lesioni organiche e incurabili s’addolcirono e divennero membri della comunità come gli altri. La mente malata produceva, bensì, comportamenti anomali, ma il cuore aveva la sua parte. Si gridò al miracolo. Quei risultati vennero attribuiti a un santo, a ima madonna. Ma questa madonna era la libertà, e il santo era il lavoro dei campi e il trattamento fraterno. A uno degli estremi dello «spazio immenso che separa la malattia mentale dalla criminalità», spazio di cui parla Mandsley, la libertà e la fraternità hanno compiuto il miracolo. E si sono dimostrate in grado di compierlo anche all’altro estremo.

Molto lentamente l’opinione pubblica e le scienze ufficiali hanno cominciato ad adeguarsi a questa impostazione. «La prima riforma dell’assistenza ai malati di mente in America, li relegò negli ospedali pubblici», scrive J.B. Martin, «la seconda riforma, quella attualmente in cantiere, consisterà nel ridar loro la libertà».

Lo stesso si può dire della Gran Bretagna. Per anni si sono susseguiti i documenti che hanno provato come l’istituzione sia produttrice di follia. Un brano di ricerca fonda- mentale (quello di Hilliard e Munday all’Ospedale psichiatrico Fountam) ha indicato che il 54 per cento dei malati «gravi» non era in realtà intellettualmente minorato. Commentando alla luce di questa scoperta «il quadro di classificazione», questi studiosi hanno sottolineato che «quei pazienti possono magari essere socialmente incapaci, ma in molti casi la permanenza nell’istituzione ha aggravato le loro difficoltà emozionali».

La legge stessa è mutata, eliminando le dichiarazioni di infermità mentale e disponendo che il trattamento della malattia mentale non fosse diverso da quello di ogni altra malattia e che il ritardo intellettuale fosse considerato al pari di qualsiasi altra menomazione fisica. Possibilità di cure esterne all’ospedale, centri professionali, e la varia gamma di provvedimenti conosciuti sotto il nome di «assistenza comunitaria», hanno il fine di sostituire ovunque possibile gli istituti tradizionali. Ciononostante ogni anno vengono alla luce grotteschi episodi di inumanità in istituti presunti terapeutici, di trattamenti terribili inflitti a pazienti senza speranza; si scoprono casi di illegale continuata detenzione di persone che erano state internate molti anni prima perché costituivano motivo di fastidio per i parenti o per le autorità locali e che, col passar degli anni, sono state ridotte in condizioni di precoce senilità dalla stessa istituzione.

Ma perché, pur di fronte a fatti ben noti, che testimoniano l’effetto dannoso di simili istituti, e nonostante la scelta tanto sbandierata a favore dell’assistenza comunitaria, il tentativo di de-istituzionalizzare la cura della malattia mentale, con qualche eccezione naturalmente, ha conseguito risultati così fallimentari? La risposta a questo quesito non può essere cercata unicamente nella insufficienza degli stanziamenti pubblici per l’assistenza psichiatrica; importanti sono anche due altri ordini di ragioni.

Com’è possibile adottare un’impostazione che preveda la «sostituzione del sistema di custodia autoritario attualmente in vigore a favore di criteri permissivi e tolleranti dai quali i pazienti siano incoraggiati ad essere se stessi e ad esprimere la propria vita interiore»18, quando la stessa organizzazione del personale è segnata dai criteri rigidi e autoritari, caratteristici di ogni istituto ospedaliero? La gente che passa la sua vita a contatto diretto con i pazienti si trova alla base di ima piramide di tirannia e di sfruttamento: l’ambiente degli ospedali non è permissivo e tollerante per loro, figuriamoci per i pazienti! (Questo aspetto delle istituzioni è descritto brillantemente da Erving Goffman nel suo Asylums). L’altro fattore è quello che il rapporto PEP sulla salute mentale definisce come «la consistente componente irrazionale» nell’atteggiamento comune nei confronti della devianza. Joshua Bierer ha sottolineato che «i miei colleghi ed io ci siamo convinti che è il nostro senso di paura che ci porta a reeludere la gente, a marchiarla, a renderla criminale». «Credo», ha aggiunto, «che se noi riuscissimo a vincere la nostra ansia e a trattare adulti e adolescenti come membri della comunità, ci metteremmo davvero nelle condizioni di creare meno malati di mente e meno criminali».

Ci sono effettivamente persone la cui presenza nel normale tessuto sociale suscita ansia, o ostilità, o paura; per le quali l’assistenza «normale» è riluttante ad assumersi responsabilità nei suoi ambiti primari (come ad esempio la famiglia); per questo sono state create le istituzioni specifiche di cui abbiamo parlato finora: manicon i per i malati di mente, orfanotrofi per i bambini abbandonati, ospizi per i vecchi, caserme per i difensori dello Stato, prigioni e riformatori per chi infrange la legge e viene preso. Disciplina, routine, obbedienza e sottomissione sono state le caratteristiche ottimali per istituzioni ben regolate, situate in aree appositamente destinate, lontano dalle distrazioni, dalle comodità, dalle seduzioni e dalle pericolose libertà della società comune. Nel diciannovesimo secolo – l’età d’oro della fondazione di questo tipo di istituti – le stesse caratteristiche erano considerate ideali anche per le istituzioni «normali» e «aperte» verso la società esterna, come la fabbrica, la scuola, l’apparato burocratico, allora in pieno sviluppo, e la stessa famiglia patriarcale. La prigione non è altro che l’istituto fondamentale, l’istituzione per eccellenza, e ogni sforzo di riforma lascia intatti i suoi caratteri essenziali. La sua evidenza, scrive Merfin Turner, è «motivo di imbarazzo per coloro che sostengono il sistema che in esse si incarna, fonte di disperazione per chi quel sistema vorrebbe cambiare». Godwin individuò il problema centrale già nell’ultimo decennio del secolo diciottesimo:

Il metodo più comunemente seguito per privare della libertà coloro che ne hanno abusato è quello di costruire ima pubblica galera, nella quale, indipendentemente dalla gravità del reato, i colpevoli sono rinchiusi tutti insieme, lasciando a loro il compito di stabilire quei rapporti che sono possibili. Varie circostanze contribuiscono a renderli preda di abitudini indolenti e viziose e a scoraggiarne ogni forma di industriosità; nessuno sforzo viene compiuto per rimuovere, o almeno neutralizzare parzialmente, le cause di tale situazione. Non è necessario dilungarsi sull’atrocità di questo sistema. Le galere, secondo il proverbio, sono scuole di vizio; e per uscirne non peggiorato un uomo che vi sia stato deve essere stato un vero campione del male già in partenza, oppure un maestro di sublimi virtù.

Negli anni intorno al 1880, Kropotkin (che per primo definì le prigioni «università del crimine») spiegò le ragioni per cui i tentativi di riforma sono destinati a restare lettera morta.
Quali che siano i mutamenti introdotti nel regime carcerario, il problema dei recidivi non viene risolto.
Ciò è inevitabile: è necessario che sia così, poiché la prigione uccide tutte quelle doti che rendono un uomo adatto alla vita in società; ne fa un individuo destinato inevitabilmente a ritornare in prigione…
Potrei suggerire che, a dirigere le prigioni, vengano assunti uomini del valore di un Pestalozzi… Potrei anche proporre che al posto delle attuali guardie, ex soldati ed ex poliziotti, vengano introdotti nelle carceri decine di Pestalozzi. Ma, chiederete, dove andiamo a trovarli? Una domanda pertinente. Il grande pedagogo svizzero rifiuterebbe certamente di fare la guardia carceraria, perché il principio di base di ogni prigione è sbagliato, in quanto priva l’uomo della libertà. Fino a che si priva l’uomo della libertà, non si può riuscire a renderlo migliore. Non si fa che coltivare criminali a vita.

Una delle cose che emergono da un’analisi accurata delle istituzioni è l’esistenza di una vera e propria «struttura caratteriale» istituzionale, totalmente disumanizzata e facilmente riconoscibile. A descriverlo con la maggiore accuratezza è stato Bruno Bettelheim, nel suo libro The Informed Heart, laddove egli mette in relazione i suoi precedenti studi sul comportamento nei campi di concentra- ijiento e sui bambini con disturbi dell’affettività con la generale condizione dell’uomo nelle moderne società di massa. Bettelheim fii detenuto a Dachau e Buchenwald, e descrive quei suoi compagni di prigionia conosciuti col nome di Muselmänner («musulmani»), cadaveri ambulanti a tal punto privati «di affetto, autoconsiderazione, e di ogni forma di stimolo, così esausti, sul piano fisico e su quello emotivo, da avere ormai concesso all’ambiente circostante il potere più assoluto su se stessi. Ciò succedeva in quanto essi rinunciavano ad esercitare la minima influenza sulla loro vita e sull’ambiente».

La sua terribile descrizione dell’uomo definitivamente «istituzionalizzato» prosegue così:
Ma perfino i «musulmani», essendo organismi viventi, non potevano trattenersi dal reagire in qualche misura all’ambiente, e lo facevano privandolo della possibilità di agire in alcun modo su di loro come soggetti. Per ottenere quel risultato essi dovettero rinunciare a rispondere agli stimoli ambientali, e divennero semplicemente oggetti, rinunciando in tal modo ad essere persone. A quel punto, così ridotti, quegli uomini obbedivano ancora agli ordini, ma solo ciecamente o automaticamente; senza più esprimere giudizi, o riserve interiori, senza neppure odiare chi li maltrattava. Si guardavano ancora in giro, o almeno muovevano gli occhi. Gli sguardi cessarono più avanti, sebbene anche allora muovessero i loro corpi in funzione degli ordini, ma senza far più nulla di loro iniziativa.

La fine di ogni atteggiamento attivo cominciava quando smettevano di alzare i piedi per camminare, e semplicemente li facevano strisciare. Iniziava quindi una fase che li avrebbe condotti alla mor e in breve tempo.

Non è difficile rinvenire in questa descrizione elementi di somiglianza col comportamento osservabile nelle istituzioni «normali». «Spesso i bambini siedono incerti, o passano ore intere a dondolarsi», scrive Bowlby dei bambini rinchiusi negli istituti. «Andate e guardateli fissare un calorifero in attesa di morire», suggerisce Brian Abel-Smith a proposito dei pensionati affidati agli ospizi. Russel Barton ha dato a questa malattia inventata dall’uomo il nome di «nevrosi da istituzione» e ha descritto le caratteristiche cliniche con cui si presenta negli ospedali psichiatrici, individuandone la diagnosi, l’eziologia, il trattamento e le misure di prevenzione. Si tratta, egli afferma, di una malattia caratterizzata da apatia, mancanza di iniziativa, perdita di interesse, specialmente nei confronti di cose relativamente poco coinvolgenti, atteggiamento sottomesso, apparente incapacità di far progetti per il futuro, mancanza di autocoscienza individuale; un’altra manifestazione si ha, talvolta, col comparire di caratteristiche posizioni e andature.

L’utilizzo, in qualsiasi forma, di parole e concetti quali «istituzionalizzato», «depresso», «apatico», «schivo», «inawicinabile», «solitario», «non sa che cosa fare», «mancanza di iniziativa», «mancanza di spontaneità», «chiuso», «semplice», «infantile», «non crea problemi», «si è sistemato bene», «collabora», dovrebbero sempre far sorgere il sospetto che il processo di istituzionalizzazione abbia prodotto una nevrosi.

Barton individua sette fattori che concorrono a determinare negli ospedali psichiatrici le condizioni ambientali in cui prospera questa forma di nevrosi:
1) perdita di contatto con il mondo esterno;
2) forzata inattività;
3) atteggiamento autoritario dei medici e del personale;
4) perdita di amicizie personali, privazione di oggetti propri, di ricorrenze individuali;
5) abuso di farmaci;
6) atmosfera di esagerato controllo;
7) perdita di prospettive e speranze relative al mondo esterno.

Altri scrittori hanno definito la malattia in forme diverse, come ad esempio «istituzionalismo psicologico» o «torpore del prigioniero». Molti anni fa Lord Brockway, nel suo libro sulle carceri, delineando il quadro del prigioniero ideale, ne descriveva esattamente i connotati: «Uomo senza personalità, contento di ridursi ad essere un mero ingranaggio nella macchina della prigione; che ha la mente così appannata da non risentire della durezza dell’isolamento; che non ha nulla da dire ai suoi compagni; che non ha desideri, eccetto quelli relativi al sonno e al cibo; un uomo che evita di assumersi responsabilità circa la propria esistenza, e di conseguenza è disposto a vivere come gli viene ordinato, a espletare le mansioni affidategli, a marciare a comando avanti e indietro nei cortili, a chiudersi alle spalle la porta del suo isolamento, come il regolamento prevede».

E questo il genere di persona che meglio si adatta alle istituzioni che abbiamo ereditato dal passato. Non è un caso che questo incarni anche il tipo ideale per le mansioni esecutive di ogni istituzione autoritaria. E il soldato ideale (inutile spiegarne il perché), il fedele ideale (sia fatta la tua volontà, Signore, tu sei il vasaio ed io l’argilla), l’operaio ideale (non sei pagato per pensare, fai quello che ti è stato detto), la moglie ideale (un investimento), il figlio ideale (da guardare ma non ascoltare) – in altre parole, il prodotto ideale dell’Education Act del 1870.

Le istituzioni sono state il microcosmo, in alcuni casi la caricatura, della società che le ha prodotte. Rigide, autoritarie, gerarchiche, le loro virtù preferite sono l’obbedienza e il servilismo. Viceversa, le persone che hanno cercato di distruggere quelle istituzioni, i pionieri di quei mutamenti che ora sembrano prender piede, sia pure con grande lentezza, e per i quali si deve ancora lottare, sono stati animati da valori ben diversi. Le parole chiave del loro vocabolario sono state amore, simpatia, tolleranza; invece di istituzioni hanno propugnato famiglie, comunità, gruppi senza capi, gruppi autonomi. Le qualità che hanno cercato di incoraggiare sono la fiducia in se stessi, l’autonomia, l’autoconsiderazione e, come conseguenza, la responsabilità sociale, il rispetto e l’aiuto reciproco.

Quando paragoniamo i precedenti vittoriani delle nostre istituzioni con gli organismi di mutuo soccorso, creati dalla classe operaia nello stesso periodo, i nomi stessi sono forse più eloquenti di interi volumi. Da una parte gli Ospizi, gli Istituti di Assistenza alla Povertà, la Società Nazionale per l’Educazione dei Poveri in Ottemperanza ai Principi della Chiesa Ufficiale; dall’altra la Società dell’Amicizia, la Comunità dei Malati, la Società Cooperativa, le Unioni c i mestiere. Queste rappresentano la tradizione delle associazioni autonome e fraterne nate dal basso, quelle la tradizione delle istituzioni autoritarie imposte dall’alto.

E importante notare che chi nelle istituzioni lavora deve essere considerato una vittima al pari di chi vi è internato. Russel Barton afferma: «E mia impressione che l’atteggiamento autoritario sia la regola più che non l’eccezione» negli ospedali psichiatrici, e lo mette in rapporto al fatto che perfino l’infermiere «è soggetto a un processo di istituzionalizzazione, negli alloggi per il personale nei quali deve vivere». Sostiene Barton che è inutile rivolgere rimproveri ai singoli individui, «perché gli individui cambiano spesso, ma gli ospedali psichiatrici sono rimasti gli stessi», e suggerisce l’ipotesi che la colpa risieda nella struttura amministrativa. Richard Titmuss, nel suo studio The Hospital and Its Patients (L’ospedale e i suoi pazienti) attribuisce la barriera di silenzio nella quale così spesso ci si imbatte negli ospedali pubblici all’«effetto provocato sulla gente dal fatto di vivere e lavorare in un’istituzione chiusa, con rigide gerarchie sociali e codici di comportamento… Questa gente tende a gestire la propria insicurezza limitando l’impegno responsabile e ad accrescere l’efficienza con la formulazione di regole rigide, sviluppando una disciplina autoritaria e difensiva. La barriera del silenzio non è altro che uno strumento utilizzato per mantenere il carattere autoritario dei rapporti. Constatiamo che di tale metodo ci si avvale in molte situazioni, come quelle di altre istituzioni in cui il rapporto tra lo staff e gli internati non sia dei più felici».

E John Vaizey, sottolineando che «ogni aspetto della nostra vita sociale sembra potenzialmente istituzionalizzabile, mentre parrebbe logico dedicare ogni sforzo a restringere il campo d’azione delle istituzioni», sostiene che l’effetto peggiore di questo processo «è quello di mettere nelle mani di gente inadatta ciò di cui sembra affamata: il potere. Ufficiali dell’esercito, suore d’ospedale, secondini… molti di costoro sono inadeguati al ruolo che svolgono, anzi sembrano legittimati a svolgerlo esclusivamente dalla loro sete di potere»28. Nel suo The Criminal and His Victim (Il criminale e la sua vittima), von Hentig spinge più oltre questo ragionamento: «Le forze di polizia e i ranghi dei secondini attirano molte figure aberranti perché forniscono canali legali all’estrinsecazione del sadismo, dell’autoritarismo; e proprio perché quei ruoli attribuiscono a chi li esercita un notevole grado di impunità, ecco che ciò determina una ben visibile tendenza alla crescita di disposizioni psicopatiche».

Questa tesi è fatta propria da un moderno classico dell’anarchismo, Authority and Delinquency in thè Modem
State di Alex Comfort, in una edizione arricchita da significative illustrazioni.

L’impostazione anarchica è chiara: rivendica la disaggregazione delle istituzioni in piccole unità inserite nel contesto sociale, basate su criteri di autosufficienza e di aiuto reciproco, come Synanon o Alcoholics Anonymous o i molti altri gruppi di questo genere sorti al di fuori della macchina ufficiale della previdenza. Brian Abel-Smith (che certo non si può definire un anarchico), interrogato su come andrebbero ristrutturati e ricostruiti i servizi sociali perché funzionino, ha risposto:
Ricostruiremmo gli ospedali secondo criteri moderni – con reparti per malati esterni o centri sanitari, con pochi letti spinti negli angoli. Chiuderemmo le colonie per bambini sub-normali per costruire ville singole con un personale di sorveglianza molto ridotto.

Quanti sono coloro che potrebbero essere assistiti in unità di sette-otto ragazzi, simili a quelle che le autorità locali un minimo responsabili stanno impiantando per i bambini che non dispongono di una vita familiare normale?

Quanti potrebbero essere assistiti addirittura in casa, se esistessero centri professionali e servizi sanitari adeguati?

Elimineremmo i vecchi e sinistri ospedali psichiatrici e ne costruiremmo di molto più piccoli all’interno delle città, o ai margini di esse. Abbatteremmo la maggior parte degli istituti per anziani e ci impegneremmo a trovar loro un’abitazione decente. Escogiteremmo una serie di occupazioni, in casa e fuori, per gli inabili, i vecchi e i malati.

Esiste infine un’impostazione anarchica riguardo al problema dei penitenziari? No, non ne esiste nessuna, se si esclude quella che li vorrebbe chiusi per sempre. L’organizzazione chiamata Radical Alternatives to Prison (Alternative radicali alle prigioni) ha compilato un elenco di dodici possibili alternative nell’ambito di una struttura comunitaria, ciascuna delle quali sembra essere più efficace dell’incarcerazione da parte di autorità impersonali, punitive, incompetenti, per indurre «condannati per reati diversi a svolgere un ruolo nella società come membri creativi e non marginali di essa»31.
Nell’ambito della struttura della previdenza sociale, così come è adesso impostata – previdenza come surrogato di giustizia – la caratteristica più conforme alla visione anarchica del problema è costituita dalla rapida crescita delle Claimants’ Unions.

Si tratta di una reazione spontanea all’istituzionalizzazione della cosiddetta previdenza sociale in quanto apparato burocratico, punitivo e inquisitorio, che rifiuta di rendere noti agli «utenti» i criteri secondo i quali i contributi vengono effettuati o sospesi32. Il resoconto di Anna Coote sulle Claimants’ Unions nota che «la loro crescita ha avuto caratteri assolutamente spontanei, al pari della recente fioritura di associazioni di inquilini, gruppi musicali, giornali di quartiere e centri di consulenza. Non hanno affiliazione politica, sono anzi ansiosi di mantenersi indipendenti, per non subire il controllo o l’influenza di alcuna organizzazione. Tutte le Claimants’ Unions si sono formate a livello di base tra gli stessi assistiti, come risposta a ima ben precisa esigenza».

La Coote fa anche osservare che i membri di una Claimants’ Union sono come di casa negli uffici della previdenza sociale: «Stanno lì a scambiarsi informazioni, confabulano negli angoli, si organizzano, distribuiscono volantini e parole di incoraggiamento», mentre «gli assistiti che non appartengono a nessuna di queste associazioni hanno la tendenza a starsene seduti, immobili, senza parlare, con lo sguardo preoccupato».

Il proliferare di organizzazioni di mutuo soccorso tra i disoccupati, i malati, in ogni categoria di emarginati, rappresenta la leva più possente per trasformare lo Stato assistenziale in una società dedita alla reciproca assistenza, per costruire l’assistenza comunitaria in una comunità responsabile.