Il fantasma politico

Niente illude di più gli uomini del genio della politica. La loro vita è costantemente condizionata da scelte lontane da quelli che sono gli interessi primari e primordiali (estremamente affinatisi col passare del tempo); niente li dispone meglio al sacrificio di se stessi e degli altri.
In questa prospettiva, solo contro tutti, l’uomo che ragiona si trova davanti ad un’alternativa. Mostrarsi duro e inflessibile, con sé e con gli altri, oppure accedere a quel baratro di compromessi e di sottigliezze che fanno considerare l’azione come la soluzione migliore per far poco, o nulla.
Mi rendo conto di ciò.
Credo che spesso non ce ne rendiamo conto.
Il calcolo politico finisce per avere il sopravvento anche su quello economico e l’utilità marginale dei rapporti politici la vince su quella delle cose che possiamo fare per meglio vivere la nostra vita.
Siamo politici anche senza volerlo. Non tanto quando ci disponiamo alle grandi contrattazioni storiche dello Stato o degli altri livelli del dominio, ma anche quando gestiamo – nel microcosmo della vita quotidiana – i rapporti con gli altri, il piccolo spazio di “agibilità” che veniamo conquistandoci.
Poiché ci riconosciamo deboli e delicati, cerchiamo di essere tolleranti con gli altri, delicati nell’esporre le nostre idee, untuosi e melliflui nel far presente il nostro dissenso.
Quando ci viene su, dal profondo dello stomaco, un moto di ribellione e vorremmo saltare addosso al nostro contraddittore o al nostro nemico; immediatamente ci si para davanti una “tabella” delle possibilità e dei prezzi da pagare.
Un meccanismo perverso ci spinge a considerare meglio la cosa, a valutare pro e contro, a tenere conto di conseguenze che, magari, in condizioni diverse, condizioni in cui il momento personale o la nostra natura avevano la prevalenza, nemmeno avremmo pensato possibili.
Quando consideriamo le cose in astratto, allora, nel chiuso delle parole, giocando con i nostri fantasmi terminologici, allora, e solo allora, siamo perfettamente coerenti con noi stessi e col nostro modo di soffrire e di pensare la nostra vita.
Ma quando le stesse esperienze, gli stessi contrasti, ci pongono davanti a rapporti che si presentano più complessi, perché si inseriscono all’interno di motivazioni politiche, di forze politiche, di strategie e prospettive politiche, non sappiamo essere “noi stessi” e diventiamo piccoli farmacisti alla ricerca della bilancia della verità.
Soppesiamo distinguo come fossero pillole. E di questo atteggiamento, che in altre occasioni avremmo considerato non solo intollerabile ma addirittura impensabile, ce ne facciamo banditori e sostenitori.
Di più. Una volta intrapresa questa strada della valutazione politica dei rapporti di forza e delle prospettive, non vediamo più alternative diverse, non ci
accorgiamo di quanto la nostra stessa scelta iniziale ci affossi in giustificazioni che suonano condanna per il principio che sosteniamo – anche soli contro tutti,
naturalmente, in sede teorica – e non ci accorgiamo di quel che oggettivamente le nostre scelte d’indirizzo, le nostre considerazioni pilotate, possono determinare.
Ormai chiusi nel giro vizioso delle affermazioni di comodo, non torniamo indietro per nessun motivo.
Preferiamo andare avanti, dobbiamo andare avanti, fino alle estreme conseguenze.
Ineluttabilità e conseguenza ci legano a doppio filo