Il partito unico


Negli ultimi anni si è sviluppato una sorta di “pensiero unico”. Descritto come un nuovo vangelo, questo “pensiero unico” non è altro che la traduzione in termini ideologici degli interessi del grande capitale internazionale.

Le sue parole chiave sono: il mercato, la concorrenza e la competitività, la mondializzazione dei flussi finanziari come della produzione, la moneta forte e i prezzi stabili, il contenimento del costo del lavoro, la diminuzione dei deficit pubblici, i tagli alle spese sociali, la deregolamen­ta­zio­ne, la privatizzazione. In una parola: liberalizzazione!

La volgarizzazione di questo pensiero unico è fin troppo semplice: siamo impegnati in una guerra tecnologica, industriale ed economica senza quartiere su scala mondiale. L’obiettivo è quello di sopravvivere. La sopravvivenza passa per la competitività. All’infuori di essa non è possibile benessere economico e sociale.

Il ruolo principale dello Stato, del sistema educativo, dei sindacati, delle amministrazioni locali è creare l’ambiente più propizio alle imprese in modo che esse siano, divengano o restino competitive.

In questa gigantesca guerra per la sopravvivenza ogni mezzo è buono: ricerca e sviluppo, speculazione finanziaria, dumping sui prezzi, delocalizzazione delle unità produttive, fusioni e acquisizioni, licenziamenti …

La funzione dello Stato è quello di tutelare al meglio l’interesse generale (che altro non è che l’interesse delle gigantesche società che si contendono il mercato mondiale), evitando che le pressioni sociali possano intaccare la capacità competitiva delle imprese.

La ripetizione ossessiva di questi concetti su tutti i media e da parte di tutti gli uomini politici, finisce con il dare al “pensiero unico” un alone di universalità. Chi non accetta queste aberranti regole e considerato un inguaribile utopista o un pericoloso sovversivo.

A leggere i giornali e ad ascoltare i telegiornali parrebbe che la crisi in cui si avvita la società capitalistica sia solo una specie di incubo frutto di menti malate. In realtà è proprio l’evidenza quotidiana che dimostra come sia sul piano regionale che su quello mondiale, Stato e mercato siano incapaci di far funzionare in maniera razionale e nell’interesse dell’intera collettività le strutture dalle quali dipende il buon funzionamento della società (educazione, sanità, trasporti, comunicazione, ecc.).

Il “pensiero unico” ci vorrebbe far credere che il capitalismo sta edificando una società stupenda.

Peccato che nessuno se ne accorga!

“Se guardiamo al voto dei ceti sociali più moderni alle elezioni del 27 marzo 1994, quel voto si è diviso fra progressisti e destra (…) La proposta di riforma delle pensioni dei progressisti non è un piccolo passo. Il fatto che abbiamo deciso di votare il governo Dini non è un piccolo passo. Sono scelte politiche nette che vanno nel senso di una sinistra che si fa carico della modernizzazione del paese, delle compatibilità economiche” (Massimo D’Alema, segretario del PDS, “Il Sole – 24 Ore”, 12 febbraio 1995).

La conseguenza logica della universalizzazione del “pensiero unico” è il progressivo uniformarsi ad esso delle formazioni politiche che si contendono il potere statale. Si tratta di un fenomeno largamente diffuso nelle democrazie occidentali: negli Stati Uniti l’unica reale differenza fra “democratici” e “repubblicani” è che nei primi prevale la destra liberale mentre nei secondi a prevalere è … l’estrema destra liberale; nel Regno Unito i laburisti si sono trasformati in un partito filo-padronale, abbandonando i tradizionali legami con i settori sindacali rimasti su posizioni socialdemocratiche e avvicinandosi alle idee – forza dei conservatori; in Francia le recenti elezioni presidenziali hanno avuto per protagonisti tre candidati (due di “destra” e uno di “sinistra”) che presentavano programmi nei quali i punti di convergenza erano assai più numerosi di quelli di divergenza; in Germania i cristiano-democratici fanno sempre più fatica a caratterizzarsi dai concorrenti socialdemocratici e verdi, come ha dimostrato anche la recente storica decisione di inviare soldati nella ex-Jugoslavia, sostenuta da tutti e tre i partiti.

Insomma il sistema del “partito unico” sembra trionfante in tutte le “democrazie avanzate”.

L’Italia, naturalmente, non fa eccezione: la vera essenza della “seconda Repubblica” sta proprio nel progressivo uniformarsi della classe politica attorno a contenuti e programmi simili, derivazione diretta del “pensiero unico”.

Diversamente da quanto comunemente si sostiene la “dura” campagna elettorale del 1994 è stata caratterizzata da programmi economici simili: la “destra” berlusconiana aveva un programma tipicamente liberista al quale la “sinistra” progressista opponeva un programma solo appena un po’ più tiepidamente liberale. Non è questa la sede per un approfondito esame dei programmi elettorali del 1994, basterà ricordare come uno dei cavalli di battaglia dei progressisti fosse costituito dal sostegno incondizionato al “piano Delors”, così chiamato dal nome dell’allora presidente della Commissione della Comunita Europea, il socialista Jaques Delors. I dirigenti pidiessini fecero passare quel piano come una specie di decalogo di “sinistra”  contro lo sfrenato liberalismo della “destra”. In realtà il “Piano Delors”, accolto favorevolmente dal pa­dronato europeo, era stato approvato, sia pure in versione ridotta, dalla C.E. fin dal dicembre 1993, con il voto favorevole anche di governi notoriamente ultraliberali, come quello inglese di Major e quello francese di Balladour.

Perché governi di destra e padronato avevano sostenuto il piano della Commissione?
Perché il piano dava la massima priorità ad uno dei dogmi del “pensiero unico”, la competitività “passaggio obbligato verso il ritorno della crescita e verso la creazione di nuovi impieghi”. Non è inutile sottolineare come attorno al concetto di “competitività” ruotano tutti i piani di risanamento economico lanciati dai vari governi della C.E. all’inizio degli anni ‘90, piani tramite i quali il padronato persegue l’obiettivo di smantellare le conquiste sociali costate decenni di lotta al movimento operaio.

Insomma l’aspro scontro per la spartizione del potere della “seconda Repubblica” ha visto di fronte una “destra” e una “sinistra” che avevano programmi economici molto simili, filiazione diretta del “pensiero unico”. La vera differenza fra i due schieramenti verteva sul modo di gestire la politica liberale: al modello tedesco, neocorporativo, fondato sulla concertazione fra Stato, padronato e sindacati, sostenuto dalla “sinistra”, si contrapponeva quello anglosassone, fondato sulla deregolamentazione generalizzata e sullo scontro frontale fra interessi padronali e sindacato, sostenuto dalla “destra”.

Nei mesi successivi i due modelli si sono scontrati, anche ferocemente, ma sempre attorno all’applicazione di piani economici e sociali liberali, arrivando ad una tregua segnata dalla costituzione del governo Dini, formato da tecnocrati di “destra” ma sostenuto dalla “sinistra”, che ha caratterizzato la propria azione con una manovra finanziaria fondata sull’aumento delle aliquote I.V.A. (un provvedimento che ha colpito soprattutto i ceti popolari sia direttamente, poiché ha toccato beni di consumo primari, che indirettamente, per l’inflazione che ne è derivata) e con la riforma del sistema pensionistico.

L’intruglio venutosi a creare fra “destra” e “sinistra” dello schieramento liberale ha trovato ulteriore conferma nelle vicende di Romano Prodi e Lamberto Dini. Prodi, ex ministro democristiano, ha avuto il sostegno del PDS alla sua candidatura di leader del blocco progressista alle prossime elezioni politiche; Dini, odiato ex Ministro del Tesoro del fallimentare governo Berlusconi, è divenuto presidente del Consiglio, apprezzato dalla “sinistra” e corteggiato dalla “destra”. “La cosa curiosa – scriveva Alan Friedman su “International Herald Tribune” del 16 febbraio 1995 – è che Dini e Prodi sono d’accordo quasi su tutto. I due economisti, con vasta esperienza di finanza e di problemi bancari, nutrono un sano rispetto l’uno dell’altro. Quindi, almeno per i prossimi mesi, nel destino dell’Italia potrebbero esserci due economisti, entrambi più tecnocrati che squisitamente politici, che riscuotono la stima degli ambienti finanziari.”

L’assimilazione del ceto politico italiano in un unico grande calderone all’americana è dimostrato anche dalla evoluzione organizzativa dei due principali partiti: PDS e Forza Italia. Il primo, erede dei grandi partiti burocratici di massa, ha preso atto della verticale diminuzione degli iscritti e ha provveduto a tagliare il proprio apparato indirizzandosi verso la forma del “partito leggero”, fortemente legato all’immagine dei propri leader (D’Alema e Veltroni). Forza Italia invece segue un percorso inverso: pur mantenendo la fisionomia del partito-azienda legato alla figura del proprio leader-proprietario (Berlusconi) esso cerca di darsi una struttura periferica, basata su militanti-piazzisti della politica, in grado di radicarlo sul territorio.

Il risultato è la progressiva omologazione degli uni agli altri sia sul piano della forma che del contenuto in nome del “pensiero unico” e della politica-spettacolo. Non è certamente casuale che lo scontro principale fra “destra” e “sinistra” sia avvenuto attorno al controllo delle televisioni, importanti centri di potere ma anche naturale teatro della nuova politica parlata dei “talk show” e dei telegiornali.

“Oggi in fabbrica è come avere due padroni: uno un po’ più buono, il sindacato, e uno un po’ più cattivo, la Direzione”, un operaio, TG5, settembre 1994.

Un discorso a parte meritano il sindacalismo confederale e il padronato.
CGIL, CISL e UIL, usciti indenni – e probabilmente non per un caso – dalla bufera di “tangentopoli”, hanno avuto un ruolo centrale nelle vicende di questo turbolento inizio di “seconda Repubblica”, prima cavalcando la protesta proletaria contro la finanziaria del governo Berlusconi e contribuendo in maniera decisiva alla caduta del governo di “destra”, poi gestendo al meglio per gli interessi della “sinistra” la lunga trattativa con il governo Dini e la Confindustria sulla riforma del sistema previdenziale.

Abituati ad essere il perno del consociativismo che ha governato l’Italia negli anni ‘80, i confederali non hanno avuto alcun problema ad adattarsi al nuovo scenario degli anni ‘90, anzi si può dire che lo hanno anticipato visto che il patto sociale fra Stato, padronato e sindacalismo confederale definito con gli accordi quadro del luglio 1992 e del luglio 1993 ha svolto un ruolo centrale all’interno delle lotte per il potere fra “destra” e “sinistra”.

Parte integrante del blocco di “sinistra”, la burocrazia confederale è spesso costretta, per far fronte alla continua perdita di credibilità e consenso fra i lavoratori, ad usare toni populisti e, come avvenuto talvolta nell’autunno 1994, barricadieri che servono solo a nascondere il carattere compromissorio e rinunciatario di questo sindacalismo di Stato. “… con le rappresentanze sindacali – ha osservato con un certa sorpresa il Ministro per la Fun­zione Pubblica del governo Berlusconi, Giuliano Urbani – ci siamo trovati straordinariamente meno lontani rispetto a quella che poteva essere la mia percezione (venendo da altri ambienti non conoscevo queste pratiche di regole del gioco). Molto meno lontano, tra l’altro, di quella che la percezione popolare o, a volte, semplicemente la lettura dei media poteva far pensare”. (“Il Sole – 24 Ore” del 7 gennaio 1995)

Collaudati mestieranti della trattativa i burocrati del sindacato confederale sembrano destreggiarsi a meraviglia nei grovigli delle lotte di potere della “seconda Repubblica”, come ha dimostrato l’accordo sulla riforma delle pensioni con il quale i confederali si sono garantiti il diritto di cogestire con la Confindustria il Tfr (Trattamento di fine rapporto) lasciando che la gestione della previdenza integrativa fosse determinata da un compromesso parlamentare fra “destra” e “sinistra”. Naturalmente tutto a danno dei lavoratori.

Espressione della grande industria gestita da Mediobanca seguendo il modello “tedesco”, la Confindustria aveva sperato che la ventata di rinnovamento della politica italiana seguita alla caduta del “muro” avrebbe finalmente reso possibile l’alternanza fra lo storico partito di governo (DC) e lo storico partito di opposizione (PCI – PDS); questo avrebbe permesso di sbloccare in maniera indolore alcune rigidità del sistema italiano. La bufera di “tangentopoli” ha sconvolto questi piani distruggendo i vecchi equilibri e portando alla ribalta Silvio Berlusconi, notoriamente poco gradito dalla Confindustria (la Fininvest non ha mai fatto parte di Mediobanca) e fautore del modello “anglosassone”. Di fronte alla bufera che sembrava aver sconvolto i suoi piani, il padronato italiano si è limitato a sponsorizzare le varie correnti del “partito unico” a seconda dei suoi interessi contingenti continuando però a mantenere un rapporto privilegiato con la “sinistra”.

Così durante la campagna elettorale della primavera 1994 la Confindustria aveva chiaramente appoggiato i progressisti (evento che era stato sbandierato come un grande successo dal segretario del PDS Occhetto al comizio di Firenze del 25 marzo) ma in autunno, superando le polemiche seguite alla vittoria elettorale della “destra”, il “gotha” della grande industria aveva dato il suo autorevole sostegno alla finanziaria del governo Berlusconi, sostegno sancito da un cena a base di pasta e fagioli nella casa romana di Agnelli.

Nel gennaio 1995, infine, gli esponenti confindustriali hanno salutato con favore la nascita del governo dei tecnici sostenuto dalla “sinistra” nella convinzione che questo governo – così simile ai governi Amato e Ciampi – fosse il mezzo più adatto per conseguire gli interessi capitalistici evitando le secche della contrapposizioni fra gli schieramenti parlamentari.

Il fatto è che in questa fase al padronato va sempre bene tutto: che governi Amato o Ciampi, che vinca Occhetto o Berlusconi, “ulivo” o “polo”, “destra” o “sinistra”, l’importante è che i gli obiettivi rimangano gli stessi:
1) la riduzione del salario in tutte le sue forme (salario diretto, indiretto e differito) in modo da spostare risorse verso il profitto e in modo da rendere competitiva l’industria nazionale;
2) la ristrutturazione del mercato del lavoro in modo da renderlo flessibile ed adeguato alle esigenze delle imprese;
3) la privatizzazione di quote significative di attività precedentemente garantite dallo Stato sia mediante la cessione che grazie all’introduzione nel settore pubblico di criteri di funzionamento di tipo aziendale.

“La democrazia si ferma dove comincia l’interesse dello Stato” (Charles Pasqua, Ministro dell’Interno francese, dicembre 1993).

Il martellamento propagandistico del “pensiero unico” si accompagna alla mitizzazione della democrazia rappresentativa.

Entrambi hanno la funzione di legittimare il potere, cioè l’organizzazione del dominio sull’intera società di una piccola quota di privilegiati che controllano o detengono i mezzi di produzione e di sviluppo.

La volgarizzazione del mito democratico punta sulla feticizza­zione della regola di base della democrazia: il diritto della maggioranza a governare e, più in generale, a definire l’interesse nazionale (cioè dello Stato), al quale la minoranza deve comunque piegarsi.

In realtà spesso gli adepti del “pensiero unico” concepiscono il prevalere della maggioranza sulla minoranza in maniera alquanto … singolare.

Scrive ad esempio il generale Carlo Jean, ex consigliere militare del Presidente della Repubblica Cossiga e attuale direttore del Centro Alti Studi Difesa (l’Università delle Forze Armate italiane): “A definire l’interesse generale basta una maggioranza relativa che può essere addirittura una esigua minoranza sufficientemente coesa e forte da imporre i propri interessi come interessi nazionali” (“Geopolitica”, Laterza, 1995).

Poiché ai cittadini bisogna offrire un minimo di differen­zia­zione, come quella che esiste al supermercato fra prodotti diversi, ecco la necessità di una “destra” e di una “sinistra” in modo che anche sul mercato elettorale sia data ai cittadini una possibilità di scelta senza la quale il mito democratico rischia di dissolversi. “Sul mercato politico come su quello commerciale – ha scritto Cristian de Brie su “Le Monde diplomatique” del giugno 1995 – l’offerta dei vari prodotti in concorrenza viene fatta per il tramite di messaggi pubblicitari assai simili l’uno all’altro”.

Con l’uso massiccio dei sistemi pubblicitari nella cosiddetta “politica spettacolo” il cerchio del consenso-controllo sociale si chiude; chi non accetta questa possibilità di scelta viene escluso.
“Il buon funzionamento della democrazia richiede abitualmente una certa dose di apatia da parte di certi individui e gruppi” (Samuel P. Hutington, professore all’Università di Haward, rapporto redatto per la Commissione Trilaterale, 1976).

Il fatto è che questi “esclusi” sono sempre di più.

Facciamo alcuni esempi. Negli Stati Uniti la partecipazione alle ultime elezioni presidenziali è stata inferiore al 50% e il presidente eletto, Billy Clinton, è stato votato da meno del 25% degli aventi diritto; nelle elezioni di “mezzo periodo” la partecipazione è stata ancora inferiore (pari ad appena il 35% degli aventi diritto) e i “repubblicani” hanno ottenuto la maggioranza parlamentare con il voto del 15% degli aventi diritto.

In Francia alle elezioni per il rinnovo del parlamento (1993) la “destra” ha ottenuto l’80% dei seggi con il 25% dei voti degli aventi diritto; alle elezioni presidenziali Chirac ha ottenuto il successo con il voto del 37% degli aventi diritto, mentre il 30% dei francesi non ha partecipato alle elezioni o ha annullato la scheda.

In Italia alle elezioni amministrative del maggio 1995 il 26,7% degli aventi diritto si è astenuto o ha annullato la scheda mentre alle elezioni per il rinnovo del parlamento del marzo 1994 la “destra” aveva ottenuto la maggioranza con il voto di meno del 30% degli aventi diritto.

Riassumendo: il momento elettorale, massima espressione della democrazia rappresentativa, viene rifiutato da un cittadino su due alle presidenziali e da due cittadini su tre alla legislative negli Stati Uniti, la “patria della democrazia”, e da un cittadino su quattro in Francia e in Italia.

La verticale diminuzione della partecipazione alle elezioni interessa tutte le cosiddette “democrazie avanzate”. Secondo recenti studi sono giovani e anziani, cioè i più colpiti dalla crisi economica e sociale, quelli che si astengono di più.

Pur riconoscendo la difficoltà di ridurre un fenomeno sociale complesso come quello della non accettazione del sistema all’arido livello dei numeri, ci pare significativo che fette consistenti di popolazione rifiutino il rito elettorale.

Naturalmente le motivazioni sono le più varie, spesso non condivisibili da chi si batte per un mondo migliore, ma rimane il fatto che nonostante il sistema impieghi mezzi formidabili il livello di rifiuto tenda a crescere in maniera esponenziale.

Bisogna poi aggiungere che per avere un quadro definitivo dell’ampiezza del rifiuto del sistema del “partito unico” occorre considerare tutta quella massa di voti raccolti di volta in volta da liste minoritarie.

Si tratta di un aspetto significativo anche se a livello istituzionale il sistema riesce comunque a recuperare una tale protesta visto che i dirigenti di questi partiti fanno parte – salvo rarissime eccezioni – del grande calderone del “partito unico” nel quale vengono cooptati con scadenze cicliche, come dimostrano le storie di tanti dirigenti dei partitini extraparlamentari italiani degli anni ‘70 e ‘80.

“Il successo del modello socialdemocratico nel movimento operaio si spiega in primo luogo per la forza el feticismo dello Stato” (Alain Bihr, “Dall’assalto al cielo all’alternativa”, BFS, 1995).

Ormai da una quindicina di anni nelle società “avanzate” si è assistito ad un’offensiva – che alcuni hanno definito “contro­ri­vo­lu­zione dolce” – con la quale le classi dominanti hanno ribaltato i rapporti di forza prevalenti all’inizio degli anni ‘70.

Forse non è inutile ricordare che partendo dalle lotte studentesche e operaie della fine degli anni ‘60 si era sviluppato un po’ in tutto il mondo occidentale un vasto movimento che contestava il modo capitalistico di gestire la società.

Per la loro offensiva le classi dominanti hanno usato, come strumento propagandistico, l’ideologia neo-liberale frutto dell’elaborazione di varie correnti politiche che si erano sviluppate soprattutto a partire dagli anni ‘70. E’ questa ideologia che costituisce il “nocciolo duro” di quello che abbiamo definito il “pensiero unico”.

Grazie al carattere che alcuni hanno definito “disciplinare” della crisi economica culminata nel secondo shock petrolifero (1979), l’offensiva capitalista ha frantumato il compromesso fra Stato, movimento operaio e padronato (“Welfare state”) con il quale lo Stato veniva incontro ad alcune rivendicazioni del proletariato favorendone così l’integrazione nel sistema. Il compromesso permetteva al padronato di neutralizzare gran parte della conflittualità sociale facendo della soddisfazione dei bisogni fondamentali del proletariato il motore della crescita economica, cioè dei suoi profitti.

Non è questa la sede per analizzare i motivi della rottura del compromesso, quello che ci interessa sottolineare è che assieme al compromesso è crollata l’ideologia socialdemocratica che proprio grazie ai successi del “Welfare state” aveva prevalso all’interno del movimento operaio sulla corrente rivoluzionaria di ispirazione anarchica.

Dopo che per tutti gli anni ‘70 è fallito il tentativo di superare la crisi con il ricorso a politiche keynesiane (massicci interventi statali per sostenere i consumi), le correnti socialdemocratiche si sono trovate a dover scegliere fra “il proporsi come strumento di gestione subalterno al processo di progressivo smantellamento del sistema di garanzie sociali venutosi a creare dopo la fine della seconda guerra mondiale, o l’attestarsi sulla difesa di un mitico Stato sociale.

La prima scelta, più moderna e accattivante, segnala la fine dell’opposizione destra-sinistra dal punto di vista dei contenuti sociali, la seconda è l’espressione di una debolezza strutturale e del ripiegare su proposte che non aprono alcuna prospettiva nel medio e lungo periodo” (Cosimo Scarinzi, Stato sociale? No grazie, “Umanità Nova” del 26 febbraio 1995).

In effetti di fronte alla transnazionalizzazione a cui è ricorso il capitalismo per superare la crisi, continuare a sperare in una possibile funzione mediatrice dello Stato, come fanno le residue truppe della socialdemocrazia sfuggite alle sirene del “partito unico”, appare illusorio.

Lo Stato ha oggi la funzione di favorire la crescita di oligopoli nazionali capaci di competere sul mercato mondiale e di favorire il ritiro (rendendolo il più indolore possibile) di quelle componenti del capitale incapaci di operare un tale salto di qualità. In questa situazione la lotte per la difesa delle conquiste sociali è sacrosanta ma è destinata alla sconfitta se non è accompagnata da un grande progetto di radicale trasformazione sociale. Alla barbarie del modello statale e capitalista occorre contrapporre una società fondata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, sul federalismo, sull’autogestione; in breve occorre seriamente pensare e agire per costruire una società comunista anarchica.

“Finchè dura la società attuale vi sarà sempre una buona ragione per ribellarsi” (Errico Malatesta, anarchico, 1913)

Ma alle soglie del 2000 è realistico proporre il comunismo anarchico?

Domanda che è lecito porsi anche perché l’oscurantismo del “pensiero unico” cerca di farci credere che non ci sono alternative al sistema esistente. Per rispondere occorre trarre alcune conclusioni dai ragionamenti che abbiamo cercato di fare precedentemente.

Oggi i paesi sviluppati sono governati dalle varie correnti del “partito unico” che godono del sostegno di strati sociali persuasi che le loro aspirazioni potranno realizzarsi se le cose continueranno ad andare più o meno come adesso.

Questa “maggioranza” composta in gran parte dalle classi medie e dai settori proletari garantiti (o che si illudono di essere tali) non vuole altro che un governo che gli riempia le tasche, che gli permetta di “consumare”.

Il fatto è che questo sostegno è sempre meno vasto, come dimostra la diminuzione costante della partecipazione al rito elettorale e i movimenti di lotta che continuano a scoppiare qua e là nei paesi sviluppati.

Il motivo di questa progressiva disaffezione ha solide radici sociali, come ha notato David Korten: “Sempre più il Nord e il Sud sono definiti dalle classi sociali più che dalla geografia. Il Nord non rappresenta più un gruppo di paesi ma delle classi allineate con gli interessi del capitale transnazionale che misurano il consolidamento del loro potere sulla base dei loro successi economici. Il Sud è invece composto da coloro che, a New York come in Nigeria, sono sempre più spinti ai margini di questa evoluzione”. Per ora questo Nord governa il mondo escludendo questo Sud, anzi negandone addirittura l’esistenza.

Il gioco gli riuscirà fino a quando gli esclusi non sapranno contrapporre all’ideologia del “pensiero unico” un metodo e un fine che siano effettivamente alternativi.

Un ruolo determinante in questa presa di coscienza verrà svolto dal movimento operaio dei paesi sviluppati, oggi spaccato fra il Nord e il Sud così come li abbiamo definiti prima. Con il crollo dell’ideologia socialdemocratica il movimento operaio occidentale ha perso il proprio punto di riferimento e si trova ora sballottato come una nave nella tempesta fra segnali di ripresa e rischi di deriva verso ideologie razziste e nazionaliste.

Anche se la situazione non è piacevole non bisogna dimenticare che non è la prima volta che il movimento operaio si trova in una crisi che a prima vista sembra senza sbocchi, si pensi agli anni che seguirono il trionfo del fascismo. D’altra parte se il movimento operaio è in crisi non è che il sistema capitalistico scoppi di salute! Gli oltre 100 milioni di poveri e gli almeno 33 milioni di disoccupati dei paesi dell’O.C.S.E. (cioè della parte più ricca del mondo), il disastro urbano, il saccheggio ecologico, la generale precarizza­zione, il ritorno dei razzismi, dei nazionalismi e dei fanatismi religiosi, la marea montante degli esclusi e l’insicurezza generalizzata dimostrano quanto il sistema, proprio nella fase storica in cui celebra il suo successo, sia malato.

Questo buio fine di secolo parrebbe, a prima vista, chiuso a qualsiasi cambiamento. L’ideologia dominante, il vangelo del “pensiero unico”, vorrebbe farci credere che non esiste alternativa all’esistente. “In questo senso – ha scritto Alain Thevenet – si potrebbe dire che lo Stato ha assolto il suo ruolo, chiudendo la storia e il tempo e rendendo impossibile qualsiasi progetto per l’avvenire. Ma sappiamo che è un inganno.” (Una politica anarchica?, “Volontà”, n 4/1994).

L’attuale società non può durare ancora per molto. All’utopia conservatrice e devastante di chi sostiene che questo mondo può continuare a funzionare come adesso senza divenire definitamente invivibile, dobbiamo contrapporre l’utopia rivoluzionaria e creativa, da costruire giorno dopo giorno, di un mondo di liberi ed uguali.

L’attualità del progetto comunista anarchico sta tutta qui.

Oreste Colli – Settembre 1995.