Il razzismo, un modo di vivere

razzismoSi fa presto a dire razzismo, quando in Italia spesso sono avvenuti degli episodi certamente sanguinari, violenti, sicuramente discriminanti, con dei tratti di razzismo, molti parlano di razzismo e altri si sono inalberati per l’uso di questa parola. Altri hanno detto che noi non abbiamo una legislazione per divisione etnica, religiosa, culturale, quindi è improprio parlare di razzismo, perché il razzismo nel secolo scorso è stato un episodio, un momento della storia dell’Europa e anche di questo nostro Paese piuttosto segnato.

Ci sono due modi di avere memoria: mi fisso un evento in testa, lo memorizzo, se accade di nuovo la stessa cosa con le stesse componenti vuole dire che quella cosa è la stessa. Oppure prendo dei pezzi, ci penso, ci rifletto, perché i fenomeni non accadono eguali. Sono più per la seconda corrente, quella che prende alcuni pezzi e cerca di ricomporli.

Per ricomporli però bisogna avere un po’ di memoria e non farsi spaventare che, se si usano delle parole, quelle parole immediatamente riguardano delle immagini che si sono fissate nella nostra mente.

La parola “razzismo” non necessariamente evoca campi di sterminio, viaggi e trasporti coatti di persone. Non necessariamente implica sradicamento di persone da un luogo. Il razzismo è fatto di molte cose ed è un sentimento e anche un modo di vivere per certi aspetti, prima ancora che una teoria politica.

Provo a elencare degli elementi che in un Paese d’Europa, molti anni fa, hanno determinato una condizione culturale di convinzione razzista prima ancora che di ideologia razzista, un Paese in cui c’era un alto tasso di disoccupazione, che aveva la sensazione che la propria crisi economica l’avesse fatto diventare di serie B, che non ci fosse un futuro per le giovani generazioni, che il ceto medio fosse una classe sociale totalmente penalizzata dal punto di vista della sua rilevanza politica, sociale, del suo ruolo e soprattutto di una legislazione che lo penalizzava dal punto di vista delle decisioni economiche e dei deliberati politici. Un Paese in cui gli indipendentismi regionali erano molto forti, con tratti di movimenti molto autoritari, con scarsissima opposizione interna, con un’idea di comunità vissuta come comunità di sangue. Un Paese in cui, in quel momento di crisi economica, molti elementi di estrema sinistra passano all’estrema destra e molti di estrema destra maturano un’ipotesi violenta.

In cui l’opinione era che non ci fosse altro se non riappropriarsi di un Paese che sembrava ormai al servizio di immigrati percepiti come stranieri, invasori, dove i nativi erano diventati cittadini di serie B. Ora proviamo a svelare questo Paese, non era la Germania nazista e non era neanche l’Italia fascista, era un Paese che aveva un Parlamento libero, dei partiti politici che si combattevano politicamente in Parlamento, aveva il diritto di sciopero, la libertà di stampa: questo Paese era la Francia degli anni ’30. Un Paese che aveva un’alta letteratura, teatro, una grande espressione artistica e letteraria e culturale.

I razzismi nascono non perché c’è una legislazione, e non perché c’è un’ideologia. I razzismi nascono dal disagio profondo, non curato, dove la politica non interviene e lascia correre, dove in qualche modo si approfitta anche della rabbia sociale e dove soprattutto una volta che si comincia una china discensiva, nessuno si ferma a riflettere, ma tutto sembra molto automatico. Bene, per certi aspetti credo che sia la fotografia di questo nostro Paese, oggi.

La domanda è “Com’è finita la Francia degli anni 30?”.
È finita con un tracollo militare che prima di tutto era un tracollo culturale, sociale, era l’idea che non c’era un futuro, anche questo è un aspetto che ci riguarda molto oggi. Non è obbligatorio ripercorrere gli stessi percorsi di 70 anni fa, ma è bene sapere che il razzismo non è un prodotto solamente ideologico, non è solamente una convinzione maturata attraverso la lettura di libri o la diffusione di giornali, è la sensazione lenta di essere espulsi dalla

Storia e avere invece l’idea di esserci stati una volta nella Storia, di avere contato, di avere pesato, di avere avuto un ruolo in quella Storia!