IL SELVATICO IN CITTÀ


Molti mi hanno chiesto perché ho scelto di vivere a San Francisco.

Se amo il selvatico e sento un legame col mondo naturale, come posso vivere in mezzo alla società umana?

In quanto nemico della civiltà industriale, il mio attivismo e i miei scritti si concentrano sul selvatico, sugli animali, sulla lotta alla tecnologia, sulla libertà e su un pizzico di misantropia: non è contraddittorio vivere in una grande città?

Si, c’è un certo livello di contraddizione e di ipocrisia nella mia vita.

Dal momento che ognuno è legato a questa civiltà, tutti quelli che si oppongono alla società tecnologica si confrontano, in un modo o nell’altro, con delle contraddizioni.

Suggerisco una domanda diversa: nelle città il selvatico è davvero assente?

Mentre cammino per strada, in questa giungla tossica di cemento, con le automobili e le persone che mi sfrecciano intorno per precipitarsi a lavorare, comprare, consumare e morire, mi sento alienato dal mondo naturale. Gli alberi sono piantati uno a uno in piccoli spiazzi sporchi, circondati da cemento armato e allineati in fila perfetta, come ogni altra cosa in città.

Tutto in città è disposto in griglie e linee, niente è spontaneo e non lineare. Ogni decisione presa nella costruzione di questa città serve a contenere il maggior numero di persone possibile in uno spazio minimo, offrendo loro la massima quantità di prodotti da consumare. Le città sono le croste di cemento di quella che un tempo era la bellezza del selvatico. La maggior parte del pianeta è ricoperta da croste pressoché identiche. Se si è intrappolati nel ritmo frenetico della vita moderna, si potrebbe vedere solo questo.

Ma è proprio tutto qui?

Camminando per strada vedo qualcosa di diverso. Vedo le croste, la tossicità e i parassiti: consumano, procreano e non muoiono mai abbastanza in fretta. Ma vedo anche qualcos’altro. Vedo milioni di crepe nei marciapiedi provocate dal movimento della superficie terrestre. La natura statica del cemento armato non è compatibile con il movimento spontaneo della terra. Strade, marciapiedi, edifici che sembrano così resistenti non reggeranno al movimento evolutivo del pianeta che chiamiamo casa.

Un’altra cosa bellissima che vedo mentre cammino per strada sono le migliaia di erbe e funghi. L’erba cresce insinuandosi nelle crepe del cemento e tiene compagnia agli alberi che gli uomini vorrebbero isolati. I funghi spuntano dalle crepe nei muri degli appartamenti, obbligando le persone a interagire con la natura anche nelle loro piccole scatole solitarie. Sia i funghi sia le erbacce sono ottimi esempi della mancanza di controllo umano sul mondo naturale. Non importa quante sostanze chimiche e tossiche gli esseri umani usino: non si potranno mai liberare di questi “infestanti” che abbondano in città.

Esiste anche una vita selvatica urbana più evidente, presente in ogni città. Ci sono i falchi che vivono a New York e piombano sulle automobili. I puma si avvicinano alle periferie delle città nel sud della California. Qui a San Francisco ci si può imbattere in animali di ogni genere, dai topi e ratti nella metropolitana all’opossum, persino il cervo. C’è però una specie che amo particolarmente: il procione. Queste creature piccole e birbanti ogni notte devastano la città, scavano tra i rifiuti, rovesciano i cassonetti, si intrufolano negli appartamenti, fanno razzie nelle cucine e divorano il cibo degli animali domestici. Una sera una mia amica attraversava in bici il parco del Golden Gate ed è stata fatta cadere a terra da un gruppo di procioni. Provo un senso di amicizia per i procioni, con cui ero solito trascorrere il tempo. Per un anno mi sono seduto sul tetto del mio appartamento a bere birra insieme allo stesso procione. Poi una notte ha portato tre cuccioli. Abbiamo passato ore ad osservarci, a giocare e stuzzicarci a vicenda. Ogni notte, finché non ho lasciato quella casa, ho passato qualche ora con i miei amici non umani.

La vita a San Francisco presenta anche un altro aspetto: la più grande zona selvaggia del mondo è a sole poche miglia da casa mia. Mi ci vogliono pochi minuti per essere sull’oceano Pacifico. C’è un legame con l’oceano che è difficile spiegare: se non se ne percepisce l’odore o il sapore nell’aria, si prova un desiderio feroce di questo limpido e caotico corpo d’acqua.

Posso passare ore a camminare sulla spiaggia o in cima alle rocce con le onde che si infrangono intorno a me. Non c’è niente di più formidabile ed eccitante al mondo che correre sulla spiaggia nel mezzo di una tempesta. Il vento che quasi ti solleva, i lampi che squarciano l’oceano e le onde che si infrangono sulla spiaggia.

Quanto più gli esseri umani violano il selvaggio, tanto più le specie si adatteranno a sopravvivere in un ambiente urbano. Anche se non è affatto un’idea nuova, in ogni caso farà capire alle persone che non abbiamo tutto sotto controllo.

Ma finché questa società non si sarà sgretolata, più vita selvatica vedrò nelle città e più sarò contento, perché mi aiuta a stabilire un contatto con il mio lato selvaggio e mi fa sentire come se il crollo fosse sempre più vicino. Non si può mai dire, magari anche solo fra qualche anno i puma e gli orsi si aggireranno per le strade di San Francisco.